Il fotografo di Mauthausen

Vi siete mai chiesti cosa sia davvero la fotografia?

Tecnicamente la fotografia è il mezzo attraverso il quale il fotografo cattura un prodotto su una superficie fotosensibile grazie alla luce, rendendolo eterno. Di fatti il termine deriva da due parole greche quali phos (foto) e graphis (grafia) che letteralmente significano, appunto, “scrittura con la luce”.

Ma soprattutto oggi, epoca in cui la fotografia è diventata un’arte fruibile a tutti arrivando a creare una vera e propria furia delle immagini, sappiamo che essa non è solo un mezzo per catturare un attimo e renderlo perpetuo, ma è molto di più.

Unendo il suo talento e le sue conoscenze tecniche infatti, in un solo scatto il fotografo ha la possibilità di catturare due momenti distinti ma indivisibili tra loro: la realtà precisa e concreta dello spazio e del tempo e la realtà spirituale – se così vogliamo chiamarla – capace di esprimere qualcosa che va oltre la semplice superficie dell’immagine. In fondo come diceva Bill Brandt, uno dei fotografi più illustri del secolo scorso, “Fa parte del lavoro del fotografo vedere in modo più intenso di quanto non facciano le altre persone”.

La fotografia quindi, ha il pregio, in un solo click, non solo di unire e rendere eterni due momenti differenti e indissolubili tra loro, ma anche di palesare visibilmente ciò che normalmente non lo sarebbe, come le fotografie di Francisco Boix.

Per chi non lo conoscesse, Francisco Boix è stato un fotoreporter spagnolo e partigiano comunista che nel 1938 si oppose alle truppe franchiste combattendo nella 30ª Divisione dell’esercito della Seconda Repubblica spagnola, finché l’anno seguente, impossibilitato insieme agli altri repubblicani a continuare la lotta contro le truppe franchiste, sconfitto, fu costretto ad esiliare in Francia. Proprio a Parigi, in seguito all’occupazione nazista, Boix venne catturato dai tedeschi e portato nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen dove sarà identificato come un prigioniero politico.

Dopo l’invasione della Polonia, i nazisti costruirono diversi campi di concentramento dove i prigionieri erano costretti ai lavori forzati e dove migliaia di loro morirono a causa della fatica, della malnutrizione o dell’esposizione alle intemperie, senza contare che spesso i deportati vennero utilizzati dai medici nazisti come cavie per i loro atroci esperimenti causandone una morte violenta. Mauthausen fu uno di questi campi.
Proprio per questo motivo quando venne messo in funzione, il campo venne impropriamente considerato come un lager di “classe tre” poiché nonostante la presenza di due camere a gas, l’annientamento dei prigionieri avveniva per la maggiore attraverso il lavoro e gli stenti ai quali erano costretti.

All’interno della cava, supervisionata dal maggior Franz Ziereis, noto per aver spinto le sue SS a portare avanti torture ben più atroci di quelle mandate dal direttivo, passarono più di 9.000 prigionieri, tra cui lo stesso Francisco Boix, che sopravvisse alle 4.816 vittime spagnole uccise nel campo austriaco.

Inizialmente Boix fu assegnato ai lavori forzati nella cava, ma ben presto grazie all’arte insegnatagli dal padre e alla buona conoscenza della lingua tedesca, le SS lo scelsero come fotografo e aiutante in laboratorio con lo scopo di fotografare e identificare i diversi prigionieri che entravano nel campo.  Questo finché Paul Ricken, il responsabile dei servizi fotografici del campo di Mauthausen, non lo incluse nel suo folle progetto che prevedeva di immortalare in modo professionale, la morte nel campo.

Nonostante fosse inorridito di fronte a quegli scenari di morte e sconcertato davanti alla follia e alla depravazione umana, ben presto Francisco capì che l’unico modo per sopravvivere il più a lungo possibile in quell’incubo, era fare quello che sapesse fare meglio: fotografare.

Qualcuno aveva contato ben 35 modi di morire a Mauthausen. Io avevo finito per conoscerli tutti alla perfezione”, dirà più tardi.

Nel campo di Mauthausen Boix ci resterà per ben quattro interminabili anni e in tutto quel lungo periodo da fotoreporter, ebbe modo non solo di documentare tutte le disumane barbarie e gli innumerevoli crimini ai danni dei prigionieri, quanto ebbe anche la possibilità di sottrarre, nel corso del tempo, svariati negativi che immortalavano parecchi burocrati che si recavano in visita al campo. Documenti che in seguito si riveleranno di fondamentale importanza.

Quando infatti, con la caduta di Stalingrado, i nazisti decisero di disfarsi di tutte le prove fotografiche per non far sì che i nemici si impossessassero di materiale incriminante, Francisco, con l’aiuto di altri prigionieri spagnoli, decise che non tutto il materiale doveva andare distrutto. Tutti dovevano sapere di quali atrocità erano stati capaci i nazisti, tutti dovevano poter vedere quello che avevano dovuto subire Boix e gli altri prigionieri. Tutti dovevano vedere con i loro occhi il male, la violenza, l’umiliazione e il dolore che gli occhi del giovane fotoreporter e degli altri detenuti avevano visto ripetersi quotidianamente per giorni e giorni senza poter far nulla per fermarli. Così, per non perdere quelle fondamentali testimonianze, decise di nascondere i negativi che ritenne più interessanti e validi, dentro e fuori dal campo, dove i nazisti non potessero trovarli.

Quando il campo di Mauthausen venne liberato dagli americani il 5 maggio del 1945, Francisco divenne di nuovo un uomo libero e con lui anche l’enorme mole di documenti fotografici trafugati e prodotti da lui stesso. Documenti che gli permisero di essere un testimone chiave delle efferatezze compiute nel campo in due dei processi più importanti sui crimini nazisti quali quello di Norimberga e quello di Dachau. Con le sue foto infatti, Boix riuscì a provare il coinvolgimento diretto di molti degli alti ufficiali nazisti e a far condannare, tra tutti, anche e soprattutto il comandante delle SS Ernst Kaltenbrunner.

La fotografia di Boix non è bella o piacevole. È una fotografia che nero su bianco testimonia, senza filtri, il male e la sofferenza del mondo, l’abuso di potere e la follia umana, l’efferata crudeltà e la ferocia incomprensibile.

Istantanee che raffigurano una realtà nuda e cruda come il peso del mostruoso e distruttivo lavoro nella cava, come i magri cadaveri sfiniti dalla fame, come la disperazione di chi ha cercato di porre fine alle proprie sofferenze aggrappandosi come poteva ai fili elettrici del campo quasi come se si riaggrappasse alla vita stessa o come chi ha deciso di mettere un punto al suo respiro nei bagni del campo.

La fotografia di Francisco è una fotografia semplice che commuove e inorridisce allo stesso tempo, come i sorrisi dei nazisti che fieri, salgono le scale della cava di granito. Sorrisi che Francisco cattura con la sola voglia di confessare al mondo la profonda incompiutezza del bene in quegli esseri e la spavalda vigliaccheria di chi quei sorrisi, dopo, vorrà bruciarli.

Quelle fotografie sono ad oggi una memoria documentale che consacra l’impossibilità di dimenticare che quando la violenza e la follia prendono il posto della ragione, s’instaura il dominio del terrore e della crudeltà. Sono foto di verità e di dolore. Sono foto che raccontano non solo la storia di un fotografo coraggioso, ma la storia dell’intera umanità.

Oggi buona parte dei negativi è conservata al Museu d’Història de Catalunya di Barcellona, ma quel che è certo è che senza il coraggio del giovane Francisco e alla sua Leica, forse oggi non avremmo mai saputo cosa accadde davvero in quel campo di concentramento.

Oggi, grazie alle fotografie del rivoluzionario fotografo di Mauthausen, sappiamo cosa non dobbiamo ripetere.

«Le fiamme che escono dai camini, riverberano intorno per chilometri durante la notte e il vento porta lontano il lezzo acre di carne bruciata. Quanto si può resistere? Due mesi, tre mesi? Calcoli inutili. A Mauthausen non esiste il giorno dopo, il solo futuro è l’oggi. Arrivare a sera è uno sforzo tremendo e insieme una fortuna.» (V. e L. Pappalettera, Mauthausen, Golgota dei deportati, op.cit.)

Qui Francisco Boxi durante il processo di Norimberga.

 

Adele De Prisco

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