Riflessioni di una (ex) ragazza grassa

Una ragazza grassa smette di esserlo quando perde peso e raggiunge il suo obiettivo? La questione non è semplice.

Nell’ultimo decennio io ho perso 20 kg, passando dall’Obesità di I grado al Normopeso, eppure sono ancora una “ragazza grassa”, tuttora fin troppo consapevole del mio corpo nello spazio che mi circonda.

Quando poso per una foto stringo di riflesso le spalle e tiro in dentro la pancia. Mi faccio piccola. Quando cammino per strada, non passo sulle grate, non mi siedo mai in braccio alle amiche. Penso ancora che sarei troppo pesante, tanto per una griglia di ferro quanto per una persona.

Fare spese nei negozi non mi piace. Devo cercare un vestito che non mi evidenzi la pancia e le cosce, scuro perché il nero sfina, a maniche lunghe perché le mie braccia sono grosse. E la commessa è sempre magra, troppo magra. E ride. Non è la realtà, ma è la mia realtà.

Se mi fanno un complimento, non ci credo. Se mangio un po’ di più, mi sento in colpa. Se prendo un chilo, mi vergogno. Sono debole, facile alle tentazioni. E mi assale la paura che, un chilo alla volta, tornerò ad essere quella di un tempo.

La me stessa di prima mi segue come un fantasma. Penso a lei ogni giorno, prima e dopo pranzo. La vedo ancora nello specchio, se non mi alleno per un paio di giorni. La temo. Penso a quella ragazza e mi odio, perché sono sana, di un peso giusto per la mia persona, eppure ancora vedo me stessa come una “ragazza grassa”, soltanto perché non corrispondo alla mia idea di ragazza “giusta”.

Perché? Perché nella mia testa soltanto certi tipi di corpi sono belli, mentre tutti gli altri – compreso il mio – no? Perché anche nelle giornate in cui mi piaccio, faccio il conto di tutte le cose che non vanno nel mio aspetto?

Siamo circondati di modelli di perfezione e bellezza che non esistono nella vita reale. Ci vengono mostrati soltanto alcuni tipi di fisici, spacciati per normali, mentre quelli al di fuori dello standard non vengono considerati, o, peggio, vengono etichettati come “curvy”, come a dire “Oh, sì, pur avendo del grasso sui fianchi, sei bella”. Un corpo è un corpo, la bellezza è bellezza. Perché dobbiamo rinchiudere le persone in precise categorie?

Siamo talmente assuefatti da questo modo di pensare – magro uguale bello, grasso uguale brutto – che se incontriamo un’amica o un amico per strada e vogliamo fargli un complimento diciamo “Come stai bene, sei dimagrita/o?” e non pensiamo che i nostri figli, cuginetti, nipoti sono presenti, assorbono tutto, e imparano che se sei in carne devi vergognarti perché non sei bello.

Io ricordo tutte le cose ascoltate da bambina, tutti i commenti sulla mia persona, ma anche quelli sugli altri. Tutte le sbirciatine alle vicine di ombrellone, i “guarda quanta cellulite ha sul culo quella” e i “ma non si vergogna a mettere il bikini? Con quella pancia flaccida ci vuole il costume intero”. Ancora adesso in spiaggia mi sento a disagio. Tutte le brutte cose che ho sentito sulle altre, potrei un giorno ascoltarle su di me. E anche se ho ascoltato cattiverie sul mio corpo per vent’anni, fa sempre male come la prima volta.

Il cambiamento dove inizia allora? Dal prestare attenzione a quello che diciamo, soprattutto davanti ai bambini, e a come agiamo. Bisogna imparare ad amarsi, a non associare il cibo alla vergogna e al peccato. Bisogna accettare il corpo che si ha, in qualsiasi forma fisica sia, puntare alla salute, fisica e mentale, più che alla perfezione assoluta. Puntare all’affetto, all’empatia, alla gentilezza e all’onestà, ricordando che le critiche gratuite non sono mai costruttive.

È tempo di dedicarsi all’amore, non a quello degli altri per noi, ma a quello nostro per noi. Amiamoci, così come siamo. Per tutta la vita.

Claudia Moschetti

Immagine di Sonia Giampaolo

 

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