Colture interspaziali: un viaggio solo andata Portici-Marte

Il 4 novembre, a Portici, è stato inaugurato il primo laboratorio italiano ad effettuare ricerca sulla crescita di piante nello spazio. E oltre alla possibilità di sopravvivenza dei tuberi su Marte c’è anche il futuro della nostra specie in ballo.

“There’s no planet B”, ci ripetono ossessivamente, non è così? E se invece esistesse una casa di scorta? Un grumo di terra abitabile lontano infiniti anni luce e mille galassie da qui?
O se invece fosse più vicino di quanto si possa credere, già solcato dal tocco umano ma ancora tutto da scoprire?

Oggi la scienza ci fa sognare un’odissea interplanetaria, un trasloco via “Lattea” verso un pianeta nuovo di zecca, dove la possibilità di vita sia una realtà tangibile, e non una spettacolare trama di fantascienza alla Nolan.

E questo miracolo sperimentale accade proprio qui vicino – come il pianeta in questione – in provincia di Napoli, presso il Centro Ricerche di Portici, che ospita il primo laboratorio italiano concepito per la crescita di piante nello spazio. L’iniziativa, gestita dal Dipartimento di Agraria della Federico II e finanziata dall’Agenzia spaziale europea, fa parte dello storico programma di ricerca Melissa (Micro-ecological life support system alternative) ed ha l’obiettivo di esportare su Marte patate, pomodori, lattughe, basilico e ulivi attraverso una tecnologia completamente inedita.

Dopo le piante di cotone trasferite sulla Luna – esperimento ancora in fase di monitoraggio – arriva l’ultima intuizione: la Plant Characterization Unit, una capsula di crescita che a mo’ di microcosmo portatile riesce a contenere un intero ecosistema, simulando perfettamente i processi chimico-biologici che si verificano nei tradizionali campi coltivati. L’unità ha reso possibile anche la crescita di piante legnose, grazie alla sua innovativa struttura bipartita: è dotata di due camere interdipendenti – una sotterranea che cura la crescita delle radici, l’altra superficiale che raccoglie fusto e chioma delle colture –  che consentono il passaggio di apporti gassosi, proprio come accade naturalmente attraverso il terreno.  Questa serra spaziale è anche fornita di un sofisticatissimo apparato hi-tech per tenere sotto controllo la crescita delle piante: sensori che regolano i parametri di umidità e temperatura e luci a led che modulano l’illuminazione per garantire condizioni di sviluppo ottimali.

Questo laboratorio “ortofrutticolo”, realizzato in Inghilterra, è figlio di lunghi anni di ricerca di un gruppo partenopeo coordinato da Stefania De Pascale, interessato a testare le condizioni di maturazione e sopravvivenza degli ortaggi fuori dall’orbita terrestre. E, nel caso in cui l’esperimento dia gli esiti sperati, la possibilità di autoproduzione per gli astronauti in missione sarebbe reale, abbandonando l’abitudine di trasportare materie prime dalla Terra e riducendo sensibilmente il dispendio di costi ed energie.

In questo modo infatti , durante le spedizioni interplanetarie, la rigenerazione delle risorse potrebbe garantire una comoda riserva alimentare oltre che avere un ottimo impatto sull’ambiente extra-terrestre: le piante dotate di radici, fusto e foglie eserciterebbero un’azione rigenerante sull’aria attraverso la fotosintesi, l’acqua verrebbe purificata mediante la traspirazione e gli scarti biologici  prodotti dai membri dell’equipaggio potrebbero essere comodamente riciclati. Senza dimenticare i preziosi benefici che i nutrienti della verdura fresca apporterebbero, se integrati nell’alimentazione degli astronauti. Ridurrebbero infatti il rischio di contrarre patologie associate a condizioni ambientali estreme e mitigherebbero lo stress della dura vita in navicella.

Ma c’è di più: provare la vivibilità delle nostre colture su Marte sarebbe una scoperta rivoluzionaria nella misura in cui aprirebbe la prospettiva di una colonizzazione del pianeta rosso. Accertata infatti la possibilità della vita vegetale, dunque di risorse, l’ipotesi di far proliferare anche la razza umana lì non sembra poi così remota.

E dopo questo annuncio è facile pensare alle atmosfere apocalittiche di Interstellar, la pellicola di Nolan in cui un flagello naturale osteggia la produzione di cibo e l’umanità, avvolta da violente tempeste di sabbia, è sull’orlo del baratro. Come possiamo non pensare all’eroico Matthew McConaughey, nei panni dell’ingegnere ed ex-pilota della NASA Joseph Cooper, in viaggio attraverso un buco nero per scovare una nuova casa per la nostra specie?

Noi speriamo di tenercela stretta questa casa, ma l’idea di far viaggiare il buon made in Italy tra le stelle non ci dispiace affatto.

 

Francesca Eboli

 

Photo credits: NASA

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