Henri Rousseau il Doganiere: un’originale ed isolata epopea

Tra leggenda e mito, goliardia ed ammirazione, aneddoti e verità, la vicenda più insolita della storia dell’arte è senz’altro quella del pittore francese Henri Rousseau, detto il Doganiere.

Quando, nel 1908, il leggendario artista spagnolo Pablo Picasso trovò e acquistò da un rigattiere il quadro Ritratto di donna con un ramo, gettò le braccia al cielo e gioì con giubilo. Il ritrovamento lo rese così felice che decise di rendere omaggio alla sua fortuna con un festeggiamento. Si recarono nel suo studio al Bateau-Lavoir alcuni dei più importanti intellettuali ed artisti dell’epoca, tra cui il poeta e critico Guillaume Apollinarie e la scrittrice statunitense Gertrude Stein. L’ospite d’onore, il protagonista assoluto del grande ricevimento era l’autore del quadro, Henri Rousseau. Si narra che musiche e poesie furono dedicate a Rousseau mentre egli sedeva in estasi su un trono improvvisato, costituito da una sedia posta su una cassa. Alla fine del banchetto, disse a Picasso: “Noi due siamo i più grandi pittori del nostro tempo: tu in genere egizio ed io in genere moderno”. Tornò a casa scortato da Gertrude Stein, in carrozza, dormendo felice.

Non un uomo qualunque, possiamo dedurre. Questo bizzarro episodio introduttivo è emblematico del personaggio che stiamo andando ad indagare, a dir poco sui generis.

Ma cosa rende Henri Rousseau così bislacco, così particolare?

Nato a Laval, Francia, il 21 maggio del 1844, in gioventù abbandonò gli studi e si arruolò volontariamente in fanteria nel 1863 al distretto di Angers per evitare il carcere. Aveva rubato, nello studio di un avvocato, pochi franchi. Tuttavia, fu costretto ugualmente ad un mese di pena nella prigione di Pré Pigeon. Un uomo sui generis, dicevamo.

Nel 1871, entrò nell’ufficio comunale del dazio di Parigi come gabelliere. Vi lavorò fino al 1893 quando, a quasi cinquant’anni, decise di abbandonare tutto e seguire quella che sentiva essere la sua reale vocazione: la pittura. Si ribattezzò così, sancendo la sua rinascita, con il nome che lo avrebbe reso famoso nel mondo artistico: Rousseau il Doganiere.

Senza una adeguata educazione, senza attitudine alla tecnica, in età avanzata, con un passato turbolento alle spalle ma un animo gioioso e fanciullesco, questo autodidatta si presenta tronfio sul panorama artistico del Novecento, crocevia e culla della modernità assoluta.

Il giocoso banchetto organizzato da Picasso si trasformò per Rousseau in una preziosa occasione per entrare in contatto con le grandi avanguardie e la sua insolita pittura divenne presto l’inizio di una nuova corrente, chiamata Naif. Da ladruncolo a pioniere, il tutto dormendo ignaro e beato nella carrozza di una delle più eminenti intellettuali del secolo.

La sua pittura, completamente diversa da quella dei suoi coevi, non è incasellabile in niente di conosciuto. La curiosa anomalia della sua arte lo rese sia inviso che ridicolizzato, pittori e critici lo consideravano infantile e piatto, sottolineavano la sua assenza di tecnica, la mancanza di proporzioni e prospettiva, l’ingenuità del suo tratto ineducato. Tuttavia, una nuova generazione di giovani artisti vide nel suo immaginario e nella sua tecnica pittorica il futuro ed il genio: parliamo dei Surrealisti. Lo stile di Rousseau è davvero unico: i dipinti, apparentemente incolti e primitivi, creano invece delle atmosfere sospese e sognanti, al di fuori del tempo. La sintesi formale, l’immediatezza comunicativa, inoltre, sono formidabili. L’impatto emotivo, restituito grazie a forme semplici, quasi bidimensionali, e a forti contrasti cromatici è forte ed inevitabile. Rousseau stende il colore per ampie campiture piatte, evidenziando ulteriormente l’aspetto favolistico e sospeso della sua pittura. Un perfetto esempio è rappresentato da quello che è poi divenuto uno dei suoi quadri più famosi: Il Sogno.

 

Henri Rousseau

 

I soggetti delle opere del Doganiere sono prevalentemente paesaggi naturali accompagnati da figure umane e animali. La natura, secondo Rousseau, era l’unico vero maestro di cui egli avesse mai avuto bisogno. Egli sosteneva, orgogliosamente, di essere l’inventore di un nuovo genere: il ritratto-paesaggio. L’uomo immerso nel verde, in perfetta amalgama con il circostante mondo vegetale e animale, è infatti il principale universo iconografico riconducibile a questo incompreso, anacronistico, avanguardistico pittore a cavallo tra i due secoli. Nessuno sembra ancora aver decifrato e spiegato con successo il mistero di questa personalità, di quest’arte, che conserva tutt’oggi uno strano fascino immateriale ed algido, non riconducibile ad una suggestione definibile, conosciuta. Del resto, è forse necessaria la perfezione formale, il totale padroneggiamento del proprio intelletto, la completa comprensione, per lasciarsi trasportare ed affascinare da un dipinto? Rousseau ci sfida a rispondere.

 

Sveva Di Palma

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