Xenofemminismo – “Se la natura è ingiusta, cambiala!”

Quale femminismo per il XXI secolo? Non dimenticate le vecchie correnti, ma superatele e sintetizzatele in un unico, fluido, inarrestabile movimento: nel 2019 si parla di XF – è l’era dello Xenofemminismo, il progetto alieno per la lotta di genere in uno xenomondo reso trasformabile dalle tecnologie della rivoluzione digitale.

Difficile immaginare che negli ultimi mesi non abbiate mai sentito parlare di Xenofemminismo, il chiacchieratissimo saggio pubblicato lo scorso novembre da Nero edizioni. L’autrice, Helen Hester, docente di teoria dei media e della comunicazione alla University of West London, è una delle sei fondatrici del collettivo di studi femministi Laboria Cuboniks nato nel 2014.

Questo gruppo così variopinto di donne appartenenti ai più disparati settori lavorativi – artiste, archeologhe, informatiche, teoriche, attiviste e poetesse – ha scelto come propria etichetta un nome emblematico, un anagramma di “Nicolas Bourbaki”, l’eteronimo con cui, nello scorso secolo, un gruppo di matematici di alto profilo, in maggioranza francesi, pubblicò una serie di scritti di carattere enciclopedico sulla matematica moderna avanzata. Se Nicolas Bourbaki lottava per l’affermazione dell’astrazione, del rigore e della generalità, caratteristiche che oggi consideriamo tipiche della matematica grazie al suo contributo, totalmente diverso è il campo in cui si colloca la lotta di Laboria Cuboniks, seppur simile nelle modalità d’azione.

Il collettivo, nel 2015, pubblica il suo Manifesto, per certi versi rifacendosi alla tradizione del futurismo marinettiano – Xenofemminismo: una politica per l’alienazione. Il titolo parla da sé: lo xenofemminismo è un -ismo dell’altro, dell’ospite, dello straniero, un femminismo alieno che procede con una coscienza disarmante della tecnologia odierna verso

“un futuro nel quale la realizzazione della giustizia di genere e l’emancipazione femminista contribuiranno a una politica universalista assemblata a partire dalle esigenze di ogni essere umano, trascendendo razza, (normo-)abilità, capacità economica e posizione geografica”.

[Punto 0x00 – ZERO del Manifesto]

Se negli ultimi mesi si torna a parlare di questo documento è proprio grazie a Helen Hester, che nel suo saggio amplia il discorso affrontato nel Manifesto presentandoci la sua versione di questo filone contemporaneo tutt’altro che univocamente inteso e condiviso, data la sua portata: Xenofemminismo (2018) non è lo xenofemminismo stesso, ma solo una delle infinite e personalissime accezioni che gli si possono affibbiare. Nonostante ciò, la scrittura della Hester, diretta e senza compromessi, ma soprattutto tecnica, settoriale e senza fronzoli, arriva dritta al bersaglio, senza curarsi di non sgretolare vecchie concezioni invadendo comfort-zone e sfatando credenze obsolete.

Parlare di xenofemminismo senza perdersi nell’oceano di idee e progetti che si propone di portare avanti è un’ardua impresa, cercherò pertanto in questo articolo di individuarne i punti cardine al fine di fornirne un’immagine d’insieme che avrete sicuramente l’interesse di approfondire autonomamente.

Partiamo dalla domanda apparentemente più semplice: cos’è lo xenofemminismo?
Lo xenofemminismo, o più brevemente XF, può essere pensato come un lavoro di sintesi tra diverse correnti – tra cui troviamo, ad esempio, cyberfemminismo, postumanesimo, accelerazionismo, neorazionalismo e femminismo materialista – che tenta di dar forma a un progetto adeguato alle condizioni socio-politiche dell’epoca in cui viviamo.

XF si configura come un femminismo tecnomaterialista, antinaturalista e abolizionista di genere – attorno a quali concezioni ruotano questi concetti?

In un’epoca di globalità, complessità e tecnologia, la techne, con la sua azione parificante, rappresenta un’opportunità senza eguali di livellare le disparità biologiche tra uomo e donna in primis e tra individuo e individuo in secondo luogo; ciò la rende un inestimabile strumento di lotta politica ed economica che, guardando al progresso, mira a orizzonti di pari possibilità lavorative, transizione sessuale agevolata e destigmatizzata, diritto alla genitorialità, intervento diretto sulla gestazione e sul ciclo mestruale al fine di ridurne al minimo gli effetti che incidono significativamente sull’organismo.

Complementarmente a quest’ottica tecnocratica, è importante evidenziare il forte antinaturalismo della prospettiva xenofemminista, ovvero il rifiuto di percepire la natura come dettatrice di concetti extrabiologici quali la normalità, l’eticità e la giustezza.

“Nulla dovrebbe essere accettato come fisso, permanente o dato – né le condizioni materiali né le forme sociali. […] Chiunque sia stat* ritenut* innaturale a fronte di norme biologicamente dominanti, chiunque abbia sperimentato le ingiustizie compiute in nome dell’ordine naturale, si renderà conto che il culto della natura non ha nulla da offrirci – le persone queer e trans tra di noi, le diversamente abili, così come chi ha sofferto discriminazioni a causa di gravidanze o doveri relativi alle cure parentali”.

[Punto 0x01 – ZERO del Manifesto]

Ciò non si scontra con l’innegabile oggettività della corporeità umana e della sua sfera fisico-biologica, bensì attacca l’erronea visione della biologia come sostrato irremovibile e non manipolabile, che permane nonostante la storia umana ci insegni i limiti della natura stessa: basti pensare alla transessualità, alla fecondazione in vitro o alle cure chemioterapiche che ci dimostrano, ogni giorno di più, che la cultura – in fin dei conti – ha sempre la meglio sulla fisicità.

Se la natura non definisce più necessariamente le condizioni dell’esistenza individuale, ciò significa che non basta avere genitali maschili per essere “uomo”, ma piuttosto sentirsi e identificarsi in quanto tale e che quindi lo stesso concetto di sesso biologico risulti ormai superato. Lo xenofemminismo procede allora perseguendo l’abolizionismo di genere, al fine di eliminare l’obsoleto dualismo uomo-donna in favore di una concezione più ampia di genere.

“Che sboccino un centinaio di generi!”

[Punto 0x0E – PARITÀ del Manifesto]

Questo non significa, però, moltiplicare esponenzialmente quello stesso aut-aut da cui le xenofemministe cercano di evadere creando una costellazione di generi definiti e con caratteristiche proprie ben inquadrate. Questo termine va inteso come l’ambizione di formare una società in cui i tratti attualmente riuniti sotto la rubrica del genere non possano essere più motivo di discriminazione per un funzionamento asimmetrico del potere, un futuro in cui la diversità venga celebrata e praticata fino a rendere impossibile una vera e propria categorizzazione. Simili aspirazioni riguardano l’abolizionismo di razza e l’abolizionismo di classe ugualmente sostenuti da XF.

Lo xenomondo prospettato da Laboria Cuboniks è un universo futurista tutto da scoprire: lo amerete, lo sosterrete, o forse lo contesterete, se non arriverete addirittura a odiarlo, ma vi sarà impossibile ignorarlo – ne sentiremo parlare per un bel po’.

 

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Rebecca Grosso

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