Talento d’autore

Dreadlocks, jeans e infradito al piede. Si presentò così, lo scorso 23 giugno, sul palco del Teatro Comunale di Bologna, accanto a Scorsese, Jonas Carpignano (clicca qui per leggere l’articolo sull’evento). Ma ad un’ipotetica domanda “come ci è finito questo lì sopra?“, il regista italo-americano – una volta tanto più italo che americano – può tranquillamente rispondere presentando il suo palmares, da cui cito solo il David di Donatello 2018 per la miglior regia e il Premio Europa Cinema Label a Cannes nel 2017.

Due cortometraggi e altrettanti lungometraggi tra il 2012 e il 2017, così nasce la stella di Jonas Carpignano. A incontrarlo per strada, si penserebbe ad un tipo un po’ spaccone, di quelli che vogliono fare i “fighetti” scimmiottando il cinema d’essei in cortometraggi dalle trame improbabili e dalla fotografia piatta. Invece, conoscendo la sua storia e il suo lavoro, si scopre che si tratta di un ragazzo di trentaquattro anni che ha deciso di donare al mondo la sua arte. Un talento puro, non immune da influenze familiari – suo zio era, infatti, Luciano Emmer – che ha saputo emergere brillantemente con un cinema vero, quasi documentaristico.

Mediterranea e A ciambra: sono questi i suoi primi (capo)lavori: due storie collegate. La prima è quella di Ayiva, un ragazzo del Burkina Faso che attraversa il deserto nella speranza di arrivare in Italia e che, alla fine, giunge in Calabria, a Rosarno. È qui che la sua vita si incrocia con quella di Pio Amato, bambino protagonista del secondo film, e della sua famiglia di etnia Rom – a recitare è davvero la famiglia Amato, che si trova nella comunità di Gioia Tauro. Ed è proprio la Calabria che si presta, con la sua realtà, ad essere il perfetto sfondo per le azioni dei due protagonisti.

Due storie vere e crude, girate in soggettiva dall’inizio alla fine per permettere allo spettatore di essere sempre dentro al film, sempre coinvolto, mai lasciato libero di distrarsi o di non dare importanza all’azione.

Due drammi, attuali più che mai, raccontati con tutto il pathos e lo struggimento possibili. Non film d’azione, non trame complesse e ricche di colpi di scena. Semplicemente il racconto vero di una storia, di due vite tutt’altro che felici – per questo lo stile al limite del documentario, chi sa se ereditato dallo zio.

Jonas Carpignano è un artista da apprezzare e da seguire, non più un emergente, ma ormai consacrato. Del resto se Chris Columbus e Martin Scorsese hanno deciso di produrre i suoi film, non è difficile intuire quelle che siano le capacità e potenzialità dell’autore, sceneggiatore e regista.

L’arte per amore dell’arte è una descrizione che credo possa calzare a pennello parlando del suo lavoro. Se un’opera d’arte è un qualcosa che, una volta creata, vive per se stessa e suscita emozioni forti in chi ne fruisce, allora è sicuramente necessario definire tali le opere di Carpignano. In ogni persona susciteranno qualcosa di diverso, ma sarà sempre qualcosa di vero, non artificioso, non indotto, che resterà lì anche dopo le due ore dei film.

Federico Mangione

 

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