Una serie di sfortunati eventi: There’s no happy ending

di Davide Cacciato

La serie tratta dall’omonima collana di libri è giunta al termine e, nonostante i continui moniti di “non guardare” da parte dello stesso Lemony Snicket, assistere alle tristi e sfortunate vicende degli orfani Baudelaire è qualcosa che tutti dovrebbero fare.

Immaginate se Tim Burton e Wes Anderson decidessero di fare una serie televisiva insieme: probabilmente uscirebbe qualcosa di molto simile alla serie Netflix “Una serie di sfortunati eventi”. Dopo 3 stagioni la trasposizione dei 13 romanzi di Lemony Snicket, pseudonimo dell’autore Daniel Handler, è giunta al termine senza lieto fine…ma che goduria è stata guardarla!

Dopo una versione dei primi 3 libri molto parziale e snaturata nell’omonimo film del 2004, con una storia auto conclusiva, Mark Hudis e Barry Sonnenfeld sono riusciti a confezionare un vero e proprio gioiellino. La storia narra le vicende dei tre fratelli Klaus, Violet e Sunny Baudelaire che, dopo essere rimasti orfani a causa di un incendio doloso nella loro casa, cercano di sfuggire dalle grinfie del Conte Olaf, interessato alla loro eredità. Gli orfani passeranno da tutore in tutore affrontando i piani malvagi del Conte Olaf e cercando di rivelare tutti i segreti riguardanti i loro genitori ed una fantomatica società segreta.

Anche in quest’ultima stagione l’interpretazione del Conte Olaf da parte di Neil Patrick Harris risulta ottima, con un maggiore spessore dato al suo personaggio. Pure i protagonisti Klaus e Violet sembrano maturati nel corso degli episodi e ciò conferisce alla narrazione ancora più importanza e profondità. Le atmosfere da “romanzo di formazione” unite alle tinte gotiche, surreali e parodistiche proprie dell’opera cartacea di Snicket vengono mantenute e addirittura rafforzate: gli orfani, infatti, andranno man mano prendendo coscienza di ciò che è vita reale e delle mille incongruenze ad essa collegate; non esiste un bene o un male assoluto ma è tutto relativamente collegato. Anche le cose più inutili (come la zuccheriera della serie) possono nascondere ciò che vi è di più importante. Alcuni dei misteri che ci hanno accompagnato dalla prima stagione verranno finalmente svelati, mentre altri dovremo svelarli da soli.

Le trovate metatestuali dei romanzi, come spiegare direttamente al lettore il significato di alcune parole nell’accezione della situazione narrata, risultano molto ben studiate anche nella loro resa grafica dove vi sono momenti in cui sembra che la serie si prenda in giro da sola e si faccia beffe pure di noi spettatori. Il comparto artistico e i vari personaggi che andremo incontrando sono così sublimi e ben caratterizzati da spingere a guardare la serie anche solo per rifarsi gli occhi. I continui riferimenti alla letteratura e al teatro, sia per quanto riguarda il nome di alcuni personaggi che per vere e proprie situazioni, rendono alcuni parallelismi comprensibili solo ad un pubblico adulto, ma allo stesso tempo non rendono criptici alcuni passaggi per i più giovani. Metafore e allitterazioni letterarie, come ad esempio tutti i titoli dei romanzi, danno unicità all’opera, conferendole uno stile non confondibile con nessun altro.

Più di una volta Lemony Snicket stesso, interpretato nella serie da un cinico Patrick Warburton, ci ha consigliato di non guardare le tristi e ingiuste storie dei piccoli orfani Baudelaire, poiché non ci sarebbe stato un lieto fine, ma d’altronde un lieto fine non ci sarà mai, dato che la vita, come dice il Dr. Montgomery, “is a conundrum of esoterica”!

 

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