“L’amore rende felici, non rompe le costole”

di Martina Casentini

 

Vorrei tanto che a scrivere questo articolo fosse un uomo.

Non perché denigro le donne.

Non perché mi sento più piccola.

Ma perché tutte le persone che hanno parlato e che citerò qui dentro sono donne.

Perché un uomo che scrive è più raro.

E un uomo che scrive delle donne lo è ancor di più.

E perciò verrebbe più ascoltato.

 

Quindi, fatemi questo favore: fate finta che io sia un uomo.

 

Era il 9 marzo del 1973 quando Franca Rame venne rapita, bruciata e stuprata. Durante il processo contro i cinque colpevoli, tra le altre domande c’era anche un “signora, ha goduto?”.

Ma la colpa non era certo di Franca.

Era il 2013 quando l’Accademia della Crusca aggiungeva il termine femminicidio accanto a quello di omicidio e a me, oggi, nel 2018, Word lo sottolinea ancora in rosso. Ho messo “aggiungi al dizionario”, ma qualsiasi persona che ne uccide un’altra rimane sempre un errore.

Elisa Giomi nello stesso anno pubblica un saggio dal titolo Tag femminicidio. La violenza letale contro le donne nella stampa italiana in cui analizza le modalità con cui i giornali descrivono questi eventi, ovvero quei casi in cui le donne vengono uccise dagli uomini per il semplice fatto di essere donne.

“L’analisi qualitativa ha preso in esame dieci femminicidi più notiziati. Dei 606 articoli è stato selezionato un campione di 95: per ogni caso e per ogni testata si è considerato il primo articolo pubblicato dopo che le autorità avevano reso noto il movente, giacché è proprio nella spiegazione giornalistica delle cause del crimine che risiedono alcune forme di deresponsabilizzazione dell’autore.”

 

L’analisi si divide in due punti.

Un primo punto va ad analizzare il rapporto tra vittima ed assassino, che appare come una relazione preesistente circa in 8 casi su 10. Ed è proprio questo dato che va a creare il punto successivo: la rappresentazione di questi rapporti da parte della stampa.

Secondo l’autrice, giornali e telegiornali, partendo da un femminicidio, prevedono la creazione di due distinti tipi di frame, ovvero mettono l’evento all’interno di una cornice lasciando fuori determinati punti di vista e manovrando così la nostra conseguente interpretazione.

I frame descritti durante l’analisi sono due:

  • Il frame dell’amore romantico: questa modalità consiste nella descrizione dell’assassino come una persona innamorata della vittima, che agisce per gelosia e che pertanto porta avanti quello che prende il nome di delitto passionale. Ed è così che all’aggressore viene affiancato un movente e una giustificazione: il dolo d’impeto, un’azione che purtroppo non è riuscito ad evitare a causa delle sue forti emozioni nei confronti della vittima;
  • Il frame del conflitto: questa seconda modalità consiste nella creazione di un movente che appare come interno alla relazione preesistente, come ad esempio un litigio. L’aggressione appare come un evento isolato e pertanto impossibile da prevedere.

 

Cosa succede, però, quando questi frame vengono applicati per arrivare a noi?

 

Non è riuscita a bloccare le accuse in tempo.”

 

Non è riuscita a denunciare in tempo.”

 

“Il compagno aveva scoperto il suo tradimento e l’ha uccisa.”

 

“Uccisa incinta dall’amante per salvare il matrimonio.”

 

Vi sono nuove queste frasi?

Presumibilmente, no.

È con queste, e con altre frasi, che avviene un processo di deresponsabilizzazione dell’aggressore, attribuendo all’evento cause che egli non poteva manovrare o gestire. Ma deresponsabilizzare l’autore consiste di conseguenza ad attribuire responsabilità dell’evento alla vittima.

Ed è così che numerose donne vengono uccise in quanto incapaci di bloccare il proprio assassino e di difendersi. Ed è così che Silvia Martins è stata uccisa incinta dall’amante per salvare il matrimonio che lui stesso aveva tradito.

Ma di chi è la colpa?

Di Silvia?

Per i media, può darsi.

Per la moglie di lui, forse sì.

Per me la colpa è di chi ha tradito.

Per me la colpa è di chi ha colpito.

Per me la colpa è di chi ha ucciso.

 

Non sono un uomo.

Sono una donna.

E in quanto donna vorrei poter proteggere le donne con la forza che un uomo non potrà mai avere.

E in quanto donna vorrei un mondo dove non si deve aver paura di uscire da sole.

E in quanto donna vorrei dirti che la colpa non è tua.

Ovunque tu sia, questo devi saperlo.

La colpa è sua.

E l’amore…

Beh, l’amore è un’altra cosa.

 

 

Fonte: Dalla carta alla rete andata e ritorno. Giornalismo e nuovi media, Maurizio Boldrini, Usher, 2017

Titolo: da un monologo di Luciana Littizzetto

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi