F.U.

di Federico Mangione

Il 2 novembre 2018 è una data destinata a fare la storia in casa Netflix: un’ironica coincidenza sembra delinearla come il giorno della morte della piattaforma di streaming più amata nel mondo così come la conosciamo. Perché? Perché con la sesta e ultima stagione, House of Cards – la sua prima produzione originale in assoluto – è implosa. La forza dirompente che la muoveva è venuta meno e il buco nero che si è creato ha inghiottito in un attimo anche Netflix, che non sarà mai più la stessa. A conti fatti, un solo dato risulta inequivocabile: Kevin Spacey è un deus ex machina imprescindibile.

 

“Ci sono due tipi di dolore: quello che fortifica e quello inutile, in cui soffri e basta. Io perdo la pazienza con le cose inutili”. È questo ciò che ho pensato quando ho finito di guardare il capitolo 73 di House of Cards.

2 novembre 2018: Netflix rilascia l’ultima stagione di uno dei drama più belli della storia della televisione. Contemporaneamente, in Italia, Sky – detentrice dei diritti della serie per la trasmissione nel nostro paese – segna una svolta epocale per la sua policy di distribuzione: su Sky OnDemand, nella sezione box set, la sesta stagione di House of Cards viene interamente messa a disposizione dei clienti in prima visione esclusiva. È la prima volta che la società rilevata da poco da Comcast utilizza questo metodo di messa in onda, anche se accompagnato dalla classica trasmissione settimanale (l’ultimo episodio è stato infatti trasmesso due giorni fa, il 23 novembre, su Sky Atlantic). Questo passo in avanti di Sky, tuttavia, è, ahimè, l’unica nota positiva che ci lascia questa esperienza.

Gli ultimi otto capitoli della storia ambientata nei meandri della politica statunitense sono quanto di più sofferto ci si potesse aspettare dopo il licenziamento in tronco del monumento che aveva, da solo, sorretto le cinque stagioni precedenti. Un continuo annaspare, come chi cerca di non annegare mentre viene travolto da uno tsunami. Non entrerò nel merito del perché Kevin Spacey sia stato allontanato, non trattandosi di questioni artistiche, ma mi permetto di dire che ci sarebbe stato un modo molto più efficace di far terminare la serie: annullare la sesta stagione e chiudere sul volto di Robin Wright che esclama “È il mio turno”. L’ultima battuta in vero stile Underwood.

Ciò che succede nella Washington post Frank Underwood è il manifesto di un colpo di scena inaspettato a cui gli sceneggiatori non hanno saputo far fronte. I personaggi sembrano brancolare realmente nel buio e appaiono incapaci di terrorizzare lo spettatore, ingabbiati in una serie infinita di forzature presenti nella trama, dopo essere venuto a mancare chi li aveva guidati fino a quel momento.

Perché Kevin Spacey era così potente da esser diventato non solo il burattinaio della finzione, ma anche della parte al di qua della macchina da presa, quella che lui – e solo lui! – sapeva usare per trascinare lo spettatore negli “intrighi del potere”. Non me ne voglia nessuno, tutti gli interpreti della serie sono stati eccellenti, ma non potevano che essere burattini nelle vere mani del potere. Michael Dobbs, autore del romanzo da cui è tratta la serie, spiegò una cosa fondamentale su Frank Underwood: “Nel libro si chiama Francis Urquhart e anche nella serie BBC si chiama così, ma agli americani non suonava bene Urquhart, così è diventato Frank o Francis Underwood. Ma alla radice di entrambi i cognomi c’è il suono F.U. e in inglese F.U. è un qualcosa di davvero sgarbato, scortese: sono le iniziali di fuck you. Così F.U. è diventato non solo il suo nome, ma anche la sua vera natura. E chiunque sappia cosa voglia davvero dire F.U. capisce con che personaggio abbia a che fare”.

Ho passato i primi episodi a pensare e ripensare al senso di ciò che stesse accadendo e l’unica cosa che mi è venuta in mente, e in cui ho sperato fino alla fine, è che da un momento all’altro Francis J. Underwood apparisse al centro dello studio Ovale, con le braccia appoggiate alla scrivania, battendo le nocche sulla Resolute desk, a compiacersi di come potesse essere solo lui a muovere le pedine su quella scacchiera e di come tutti, ancora una volta, si fossero illusi che potesse essere diverso: “La vicinanza al potere fa credere alle persone di averne a loro volta”.

Le mie preghiere non sono state esaudite, ma, nella mia testa, il deputato che voleva solo diventare Segretario di Stato è ancora lì che dirige tutti.

disegno di Alberto De Vito Piscicelli 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi