Anarchia: un ideale mai studiato

di Mariangelo D’Alessandro

“Il governo dell’uomo da parte dell’uomo, sotto qualsivoglia nome si presenti, è oppressione; la più alta perfezione della società si trova nell’unione dell’ordine e dell’anarchia”   

Pierre-Joseph Proudhon

L’anarchia (dal greco antico ἀναρχία; ἀν, assenza + ἀρχή, governo o principio) secondo la definizione a oggi più accreditata è l’organizzazione societaria basata sull’ideale libertario di un ordine che si fonda sull’autonomia e la libertà degli individui, contrapposto a ogni forma di potere costituito.
Le parole che oggi vengono affiancate a questo utopico ideale sono principalmente due: disordine e caos.
Con il passare degli anni, a causa di atti violenti compiuti da alcuni individui che si sono definiti anarchici, ma soprattutto a causa dell’ignoranza sull’argomento, la maggior parte delle persone è convinta che anarchia sia essenzialmente un sinonimo di caos.

Cosa da sapere e da ricordare è che l’anarchia non ha nulla a che vedere con la violenza e con il disordine. Ripercorrendo l’evoluzione di questa ideologia grazie ai primi precursori possiamo scoprire il significato più profondo e il vero messaggio dietro la parola anarchia.

Il padre del pensiero anarchico (se così possiamo definirlo) è William Godwin, scrittore, filosofo e politico britannico. La sua opera più celebre è il saggio Political Justice.
Secondo Godwin gli Stati grandi, centralizzati, complessi non comportano nessun vantaggio per l’umanità. Essi dovrebbero scomparire e dissolversi, dando vita a istituzioni amministrative localizzate. Un “illuminato localismo” trasformerebbe il mondo in un’unica grande repubblica, in cui gli uomini potrebbero muoversi e pensare liberamente, senza l’impedimento delle barriere nazionali.
Primo tra tutti i mali da annientare è il lusso. Perpetuando l’ineguaglianza economica, l’accumulo della proprietà calpesta e distrugge il potere del pensiero, spegne le scintille del genio, incatena l’individuo e la sua creatività, e di conseguenza costringe la grande massa dell’umanità a vivere sotto il peso di continue preoccupazioni.
Eliminato il lusso – afferma Godwin – verrebbe meno la necessità della maggior parte del lavoro svolto dagli uomini. Nessuno sarebbe intorpidito dalla fatica, ma tutti avrebbero agio di coltivare sentimenti di affetto e filantropica generosità e di esercitare liberamente le facoltà intellettuali… Il genio sarebbe libero dalle apprensioni che ci richiamano di continuo al pensiero dell’emolumento personale, e di conseguenza potrebbe liberamente concedersi a sentimenti di generosità e preoccupazione del pubblico bene. Un tale sistema, infatti, eliminerebbe anche le principali cause della criminalità, le cui radici affondano nel fatto che l’uno possiede in abbondanza ciò di cui l’altro è privo.

Secondo Pëtr Alekseevič Kropotkin, militante  russo e teorico dell’anarchia, gli anarchici vagheggiano una società in cui tutti i rapporti tra i membri siano regolati non da leggi, non da autorità, autonominate o elette, ma da accordi reciproci fra i membri della stessa società e da un complesso di costumi e usanze, non pietrificati dalla legge, dall’abitudine o dalla superstizione, ma in continuo processo di sviluppo e adattamento. Non, quindi, governo dell’uomo da parte dell’uomo; non cristallizzazione e immobilità, ma un’evoluzione continua, come quella che osserviamo nella natura. Fu soprattutto merito suo se si cominciò a vedere nell’anarchia non un credo di violenza di classe e di distruzione indiscriminata, ma una teoria seria e idealistica volta alla trasformazione della società.

Per Pierre-Joseph Proudhon (il primo intellettuale che si è definito “anarchico”) l’individuo è insieme il punto di partenza e la meta ultima dei nostri sacrifici, ma la società rappresenta la matrice, in cui la personalità di ogni uomo deve trovare la sua funzione ma soprattutto la sua realizzazione. Nella sua forma di società ideale, rifiuta la presenza di uno Stato perché considerato un’istituzione dannosa, finalizzata esclusivamente allo sfruttamento del lavoro di alcuni da parte di altri. Egli condanna ogni tipo di potere, compreso quello di Dio, perché in ambito religioso occupa la stessa posizione dello Stato in ambito politico. Così come Proudhon condanna lo Stato e Dio, allo stesso modo si scaglia contro la proprietà. Principalmente condanna la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione, ritenendo che tutto il capitale sociale accumulato non è di proprietà di nessuno. La proprietà è quindi un “furto”, perché la maggior parte del guadagno resta nelle mani di un singolo o di pochi “padroni” a discapito dei lavoratori. Essa (la proprietà) può diventare “libertà” nel momento in cui i lavoratori riescono a mantenere il profitto che gli spetta di diritto.

Oltre ai grandi precursori qui citati, ce ne sono tanti altri a molti sconosciuti come Micheal Bakunin, ritenuto l’ultimo anarchico romantico, il quale soggiornò anche a Napoli dove fondò la rivista Libertà e giustizia. Da ricordare la sua amicizia con Errico Malatesta, uno dei più famosi anarchici italiani. Max Stirner, pseudonimo di Johann Caspar Schimdt, fautore dell’anarco-individualismo. Mi fermo qui.
Se vi state chiedendo perché dovreste interessarvi a questi personaggi, al loro pensiero, alle loro opere, fate come ho fatto io. Mi sono chiesto: “Perché non fanno studiare l’anarchia nelle scuole?” Ecco, così ho iniziato.

Come possiamo notare dietro questo famoso termine ci sono intellettuali, filosofi, scrittori, persone che hanno cercato di formare un ideale e di condividerlo. Anarchia non è lanciare bottiglie e dare fuoco ad oggetti, non è uccidersi a vicenda, non è caos. Anarchia è partecipazione e riflessione. Che sia chiaro a tutti!

In conclusione, possiamo quindi considerare l’anarchismo come un sistema di pensiero sociale, mirante a cambiamenti fondamentali nella struttura della società e in particolare alla sostituzione dello stato autoritario (in qualunque forma si presenti) con qualche forma di libera cooperazione tra individui liberi. Per molti un’utopia.

Fino a quando ci saranno confini, Stati, Nazioni, governi, religioni, preti e politici, fino a quando ci saranno coloro che vogliono governare e controllare, fino a quando pochi prenderanno decisioni per molti, fino a quel momento ci saranno la guerra, la povertà e la fame nel mondo.
Il vero anarchico è colui che non vuole governare, non vuole la violenza, non vuole vendetta, vuole innalzarsi sopra ogni schema predefinito cercando e ottenendo qualcosa di superiore rispetto a un sistema ormai marcio e corrotto. Creare qualcosa di diverso, avere la convinzione che singole città possano autogovernarsi senza essere dominate da uno Stato che controlla ogni cosa, tassa anche le mutande che indossi, crea disagi e mette gli uni contro gli altri. Se riponiamo continuamente la nostra speranza in qualcuno che ci rappresenti le cose non cambieranno mai. Nessuno lotterà per noi. Se aspettiamo che chi sale al potere faccia qualcosa per cambiare in meglio le nostre vite possiamo andare a dormire, sognando un mondo migliore ma senza mai realizzarlo.
Non c’è bisogno di studiare l’anarchia per capire tutto questo, bisogna solo riflettere. E nessuno può insegnarci a riflettere, tranne che noi stessi.

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