La regola delle tre C

di Francesca Caianiello

“La voglia di caffè” è il romanzo che nasce dalla penna di Benedetta De Nicola.
Raccontarvi la trama è praticamene impossibile, ma posso raccontarvi tanti validi motivi per leggerlo.

Il personaggio principale vive tra Napoli e Sorrento, indossa abiti larghi, un cappello che copre il volto. Si siede al tavolino di un bar, o sta semplicemente al bancone, ordina un caffè. Uno di quei caffè che solo a Napoli sanno fare, il caffè con le tre c: “comm ca**’ coce”. Offre caffè agli sconosciuti attorno, di nascosto. Manda ai tavoli di sconosciuti pastarelle. Prende il treno, viaggia portando dietro con sé, oltre al suo indispensabile taccuino, un thermos pieno di quello scuro nettare, il caffè.

Sorseggiando la sua bevanda osserva il mondo, le persone, uomini e donne, di ogni età, di ogni estrazione sociale. Gente intravista per pochi secondi o studiata per interi minuti. Osserva tutti ed è consapevole di una cosa: dietro ogni persona c’è una storia.
La voglia di caffè muove così i suoi passi, si dirama per pagine e sfumature, delineando il percorso fatto dall’immaginazione nel giro di pochi istanti.
Una ragazza incrociata in treno, uno sguardo, il suo nome inciso su di un bracciale portato al polso. Il libro sul “Caravaggio” fra le sue mani. Quale potrebbe essere la storia dietro di lei?

Benedetta De Nicola attraverso gli occhi dell’oscuro personaggio racconta storie su come potrebbero essere le vite delle persone attorno a sé, studiando i loro dettagli. Rubando i loro dettagli.

Non vi racconterò la trama del libro, l’intrecciarsi di storie che si susseguono pagina dopo pagina, ve l’ho detto. Vi spiego perché dovreste leggerlo. Non credo esista persona che leggendolo non trovi un personaggio in cui rispecchiarsi. È un insieme di storie di vita, le più varie, una summa che abbraccia molteplici sfaccettature dell’animo umano. È un libro ricco di spunti filosofici sugli eventi quotidiani della vita, che aiuta a prendere con leggerezza questioni a cui si dà troppa importanza, così come aiuta a soffermarsi su dettagli che spesso vengono ignorati, tralasciati. Mostra come da un paio di minuti di piacere e relax, come il tempo impiegato in un bar per bere un caffè, si possa scavare nell’animo di chi ci sta attorno e chiederci chissà gli altri cosa abbiano in comune con noi.

Vi è poi la riflessione ultima, quella che esprime il motivo lirico del romanzo. Perché il personaggio sente l’esigenza di scrivere?

Solitamente è motivo ricorrente scrivere per ricollegarsi a qualcosa, qualcosa di perduto. Alla fine di un rapporto, di una relazione di qualunque genere si scrivere per ricondursi all’oggetto o persona, persi. Scrivere serve a colmare la distanza. La distanza questa volta non è quella che tende ad un oggetto, che tende ad un qualcuno fuori di sé. La distanza questa volta è tutta personale. Così scrive per ricollegarsi a sé, ma di un tempo passato, che non riesce più a ritrovare. Ma sulle ultime pagine una svolta, quasi una pace trovata, un motivo per andare avanti, una luce.
Vi state chiedendo cosa le permetterà di sentirsi stranamente e forse per la prima volta dopo tanto tempo felice?

Non sarò io a dirvelo, buona lettura.

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