Disimparare a vivere

di Ilaria Aversa

2008.
La minestra è nel piatto, il cucchiaio sul tovagliolo. Lo afferro come sempre, ma oggi c’è qualcosa di diverso, è come se non riuscissi a gestire la mia mano. Continua a tremolare costantemente in un tic che mi infastidisce, ma non mi preoccupo, sono i segni dell’età che avanza. Finito il pranzo, tiro un sospiro di sollievo: non ho mai faticato tanto.

2009.
Oggi il corpo chiede una boccata d’aria, indosso le perle al collo e alle orecchie, mi sistemo il vestito e la giacchetta, una spazzolata ai capelli e via. Scendendo, mi dirigo verso la chiesetta all’angolo, quella della mia gioventù. Ė a tre minuti contati da casa mia, ma non so per quale motivo la strada sembra essere più lunga del solito. Da quanto starò camminando? Ore? Mi guardo intorno, non riconosco le case, i vicoli. È come se non avessi mai vissuto qui. In una vetrina vedo il mio riflesso, indosso uno scialle e le ciabatte ai piedi. Non ero uscita così di casa. Un giovanotto si ferma, preoccupato.
“Signora, si è persa? Dove vive, come si chiama?”
E per quanto stia scavando nel profondo, non riesco – non so – rispondere.

2010.
Un medico alto, brizzolato e simpatico mi fa domande sul mio stato di salute. “Alzheimer” è il suo responso finale, un mostro degenerativo che non può essere sconfitto. Io mi sento benissimo, glielo faccio presente. Lui sorride e mi rammenta che l’ho già ripetuto svariate volte. Questo comporta la malattia, dirò le cose un centinaio di volte come se fosse sempre la prima volta, dimenticherò come ci si alza dal letto, le persone che ho incontrato, la mia vita intera. In uno schiocco di dita, tutto si annullerà.
Mi hanno dato altri due anni di autonomia, cercando di essere ottimisti.
E mi chiedo come sia possibile cancellare un’esistenza in così poco tempo.

2012.
Ci sono momenti talmente bui che mi sembrano essere eterni. In pieno inverno, all’improvviso, sbattendo le palpebre, sento il caldo afoso entrare nella stanza. Posso percepire la vita intorno a me che gira, mentre io sono bloccata su una sedia. Il mio corpo non risponde più alla mia volontà, vedo bambini correre in tondo, mi divertono, loro chiamano a gran voce il mio nome. Io però non li conosco, sono estranei in casa mia, devono uscire che fra poco si mangia e le loro famiglie saranno in pensiero. Guardo la minestra nel piatto e nella mia testa scatta l’impulso primordiale di afferrare il cucchiaio. Ma quello, sfacciato, resta immobile sul tovagliolo.

2014.
Sono stanca. Non ho fame, non ho sete. Una donna mi accarezza la guancia e mi parla. Non sento il suo tocco sul mio viso, mi scende qualche lacrima e non ne vedo il motivo. Dove sono? Dall’altra stanza avverto delle risate. Le riconosco, sono i miei nipoti che forse giocano! Quanti anni hanno? I loro nomi, ricordo i loro nomi, non mi devono sfuggire, non lascerò che questo pensiero si dissolva. Pensa. Pensa. Pensa…
Cosa stavo dicendo? Chi è quella signora che mi guarda nello specchio? Sorrido e lei contraccambia.
La donna che mi accarezza le gote mi sussurra in un orecchio: “Agata.”
…Chi sarebbe Agata?

2016.
Sono seduta sul letto con nonna Agata da un po’, con il piatto sulle gambe. Mangiare per lei è faticoso, quindi ci vogliono tempo e pazienza. La osservo, la pelle liscia e scura, i capelli bianchi un po’ spettinati. È da circa quattro anni che ho smesso di parlarle e di guardarla negli occhi, forse perché ho paura di scorgervi due pozzi vuoti e senza un fondo, di sentire semplicemente l’eco delle mie parole rimbombare nella stanza. Le afferro la mano che rimane tesa, il viso rivolto verso il televisore.
“Nonna”, comincio, respirando a stento, “sono io. Volevo dirti una cosa. Sono innamorata, nonna, e sono felice. Vorrei che tu lo conoscessi. Ti… andrebbe di incontrarlo? Voglio che tu più di tutti conosca la persona che mi rende serena, perché ci tenevi così tanto a vedermi con qualcuno…”
Ho gli occhi bassi e il fiato corto, mi sembra uno spreco di energie, sto parlando al vento. D’un tratto la sua mano serra la mia, forte ed affettuosa. Alzo lo sguardo e lei mi sta guardando, fa un cenno con la testa, come a voler dire sì.
“Mi senti?” e di nuovo un gesto di assenso, impercettibile, ma reale.
Rimaniamo così, io e lei, o almeno quello che resta di lei, ciò a cui tutti siamo aggrappati per non dimenticare quella che è stata. Con la mano libera prendo il cucchiaio, lo immergo nella minestra e glielo avvicino alla bocca.
Sorseggia e mi sorride, come a dire “io sono ancora qui, continuate a cercarmi”. Poi, la sua mano torna tesa nella mia.

disegno di Alberto de Vito Piscicelli

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