A Bologna “il Cinema” ha “Ritrovato” Scorsese

di Federico Mangione 

Metti una serata di fine giugno. Metti che ti trovi al Teatro Comunale di Bologna e metti che davanti a te ci siano due tra i migliori cineasti italiani, un regista emergente e una delle migliori attrici nostrane. Metti, infine, che in mezzo a loro si trovi un pezzo di storia del cinema, secondo alcuni il più grande. È così che si realizza il sogno di una notte di inizio estate per chi ha sempre guardato le stelle – del cinema – con l’ambizione, un giorno, di raggiungerle e che in quel momento può quasi toccarle con un dito. Perché incontrare Martin Scorsese, il genio cresciuto nell’East-side di New York, non può definirsi in altro modo: sogno.

Si conclude domani, primo luglio, la XXXII edizione del festival il Cinema Ritrovato, punta di diamante di un’estate che a Bologna viene interamente dedicata alla settima arte, in un terzetto che si completa con il Biografilm festival, il rinomato appuntamento con il cinema biografico e documentaristico, e Sotto le stelle del cinema, che vede la proiezione quotidiana di grandi capolavori, di ieri e di oggi, in Piazza Maggiore da giugno ad agosto.

Da sempre il festival accoglie illustri ospiti italiani e stranieri e quest’anno, finalmente – come ha affermato lui – ad aprire le danze è stato uno dei registi più indescrivibili del cinema mondiale: Martin Scorsese, che ha tenuto una lezione di cinema al Teatro Comunale e ha presentato in piazza prima il suo Raging Bull (Toro Scatenato, 1980) e poi Enamorada (Emilio Fernandez, 1946), pellicola da poco restaurata dallo stesso cineasta newyorchese.

Si potrebbero usare innumerevoli parole per descrivere l’incontro di circa un’ora e mezza tenutosi alla presenza di poco meno di mille “eletti”, ma sarebbe sempre troppo riduttivo. Si può invece parlare di quelli che sono stati i quattro allievi d’eccezione di questa lezione e già da lì provare a capire: Matteo Garrone e Alice Rohrwacher, entrambi in concorso a Cannes nel 2018, Valeria Golino, stella del cinema italiano che sempre a Cannes ha presentato il suo secondo lavoro da regista, e Jonas Carpignano, regista emergente con all’attivo diversi lungometraggi (tra cui Mediterranea e A Ciambra) e già allievo proprio di Scorsese.

Non proprio i primi quattro che si trovavano a passare lì fuori, insomma. Eppure, come bimbi davanti alla prima neve, i loro volti erano illuminati di gioia e meraviglia. La Golino e la Rohrwacher non riuscivano a parlare dall’emozione e Garrone era quasi imbarazzato a rivolgergli le domande.

Tanti i temi toccati dal regista: dal futuro del cinema alla crisi delle sale, dalle difficoltà nella gestione del set alla sua idea riguardo il digitale e la pellicola, fino al suo rapporto con l’Italia e con la “Sisilia“.

E allora è attraverso le sue risposte, le battute, il modo di porsi, che si può percepire la sua costante meraviglia, eccitazione, fascino verso il suo mondo, quello del cinema. Perché da un giovanotto di settantasei anni magari non ti aspetti che letteralmente si illumini e sprizzi gioia ed eccitazione riferendosi al 3D, con cui ha girato Hugo Cabret, al pari di un ragazzino che ha appena scoperto la PlayStation.

Eccitazione. Ho usato più volte questo termine e credo che sia stato il leit motiv della serata. Tra applausi che partivano all’improvviso, con il direttore della Cineteca, Gian Luca Farinelli – che, a proposito, ringrazio per l’ennesimo regalo che ha fatto al festival –, che nel discorso di apertura non trattiene la trepidazione e che si ritrova sempre sul palco a dare disposizioni agli “studenti per una sera”, tra le urla e le risate, è stato un evento semplicemente magico!

Non solo domande sulla sua vita sul set. Visto il tema del festival, durante il quale, appunto, vengono presentate al pubblico pellicole storiche restaurate, Scorsese ha parlato del suo decennale impegno proprio nel restauro con la sua Film Foundation; delle battaglie compiute insieme, tra gli altri, a Brian De Palma e Steven Spielberg per convincere gli Studios a non dedicarsi solo alla creazione di nuovi film, ma anche alla preservazione sia di questi che di quelli più vecchi; del suo ruolo da mediatore tra produttori e archivisti, considerati, dai primi, quasi dei ladri delle loro proprietà nell’andare ad operare sulla loro preservazione, senza contare gli alti costi per il restauro e la difficoltà a trovare finanziamenti.

E spiega come, dopo un lungo braccio di ferro, che dal suo punto di vista aveva un significato culturale, ma di cui gli Studios facevano – come sempre – una questione di profitti, ormai affianco ai costi di produzione di un film, si aggiungano anche quelli per la sua preservazione e conservazione. Questo specialmente in vista di un futuro in cui il digitale la fa da padrona e i supporti diventano sempre più deperibili per la velocità con cui risultano obsoleti, rischiando di far scomparire la possibilità di riproduzione dei movies. Anche, ma non solo, da qui passa il suo continuare a preferire la pellicola di celluloide, in grado di conservarsi fino a cento anni.

A conclusione della conversazione, Alice Rohrwacher ha chiesto a Scorsese quale fosse il suo rapporto con l’Italia, ma dal punto di vista dell’immagine e del mito che si sono formati nella mente del Maestro attraverso i racconti familiari e, soprattutto, attraverso le pellicole italiane della sua gioventù. Il regista racconta come la sua famiglia fosse siciliana e come lui vivesse in una zona di NY in cui non si parlava tanto in inglese, ma soprattutto in dialetto siciliano. Ciò che gli è rimasto più impresso, spiega, è la differenza tra la sua vita newyorchese e i racconti dei nonni: da un lato la grande metropoli, dall’altro i racconti di una vita rurale, contadina. Ben diverso il rapporto col cinema italiano, entrato piuttosto tardi nella sua vita, ma che non ha potuto poi far altro che amare, facendo non solo riferimento alla sua espressione neorealista, ma anche al cinema pasoliniano, trovando in questi, come in altri generi, filoni e autori da tutto il mondo, una preziosa e inesauribile fonte di ispirazione.

Infine una lezione a chi vuole fare cinema, e arte in generale, che può sembrare scontata, ma detta da lui assume un fascino diverso: quando si crea bisogna essere innanzitutto soddisfatti del proprio lavoro e bisogna cercare la propria identità. Ci si può certamente lasciar influenzare dai gusti e dai grandi artisti, ciò che conta è non copiare, ma, anche nel caso in cui si vogliano fare delle citazioni, dare sempre la propria impronta.

Il Cinema Ritrovato si conferma, dunque, fucina di cultura e di bellezza, non solo grazie agli ospiti, eccellenti, che ogni anno raggiungono Bologna, ma soprattutto per il lavoro delle tante donne e uomini che operano in quella che è probabilmente la più importante fondazione cinematografica nazionale, in prima linea nella diffusione e nella preservazione – grazie ai ragazzi de l’Immagine Ritrovata – della settima arte. È sicuramente il loro lavoro, la loro credibilità e la loro bravura che portano una tale visibilità alle iniziative della Cineteca che grazie a tutto questo ogni anno può regalare anche dei piccoli sogni ai tanti appassionati che invadono la città da ogni dove. Grazie Cineteca e grazie Martin Scorsese per rendere il cinema così bello.

 

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