Wurzburger: un ozio conquistato a fatica

di Matteo Vitale 

Giovanni Wurzburger detto Alan, cantautore blues dell’underground napoletano, è tornato con la sua
ultima opera conquistata a fatica.

Alan Wurzburger, classe 1955, esordì nel lontano 1995 dopo una vita dura, fatta di vagabondaggi, periodi
passati in carcere, droga e depressione.
Dopo il lungo pellegrinaggio tra le avversità finalmente trova la stabilità come gestore di locali non
perdendo mai la passione per la sua musica.

Oggi è in uscita con un nuovo album che si chiama: Mi fermo a guardare la luna, prodotto dall’etichetta
musicale Marocco Music e musicato dal maestro Lino Cannavacciolo.
Se in questo periodo bassi e synth la fanno da padrone Alan va contro-tempo. Ha ancora le mani sporche per aver scavato fino alle radici.
Sono canzoni per tipi che non vogliono saperne di queste giornate che vanno via mentre come un bruco
vorrebbero diventare una farfalla e potrebbero volare via, ma volare non si può, allora si esce sulla
finestra a respirare e finalmente si sente odore di mare. Anche dai temi si evince la voglia di sfuggire alla
agitazione contemporanea.

In questo passo a due tra italiano e napoletano escono fuori i tanti volti del romanticismo casereccio.
È l’elogio del “sapè campà” del sud del mondo, che invece di correre dietro a tutte le novità, preferisce
restare a guardare la luna. È una resistenza passiva (quasi gandhiana) alla frenesia della quotidianità.

Ci sono temi tipicamente mediterranei e anche sonorità che fanno respirare atmosfere calde provenienti
dalla musica nera. La voce di Wurzburger a tratti ricorda quella di Peppe Servillo degli Avion Travel e il
linguaggio espressionista fatto di immagini simboliche si allontana dai canta-storie per avvicinarsi più ad un lamento blues.
Tutto questo non finisce mai nella tristezza fine a se stessa ma trova la sua riscossa in un atteggiamento ironico di fondo che aiuta insieme ai fiati a smorzare il tema che lenisce il dolore e consola come un balsamo gettato sulle ferite.
Questo contrasto tra l’ironia delle parole, la tristezza dei temi e la pietà dei fiati dà all’album un’aria di allegra cupezza.

Sono canzoni che non vogliono far pensare e preferiscono far rivivere un’emozione già vissuta.
Finalmente poi una voce non classica, una voce vissuta, non come quelle impostate e standard che si possono sentire ovunque, una voce che sembra essere stata rosolata in spezie, tabacco affumicato e brandy.

Dopo tanto esistenzialismo comico mediterraneo c’è anche spazio all’ultima canzone per la politica. La canzone si chiama SuperTrump, giocando sul nome del presidente USA e un famoso gruppo anni ‘70 chiamato così e parla della sudditanza europea, in particolare italiana all’egemonia americana.
Wurzburger non è nuovo a questi temi, si potrebbe dire che tutto l’album è un inno politico alla pigrizia e all’ozio rivoluzionari. Si denota in titoli come Voglio giocare o Non voglio sapere o Tira tira inteso come campare oppure la stessa Mi fermo a guardare la luna che dà il titolo all’album.

Gli arrangiamenti non si fanno mancare nulla, una chitarra funky, una batteria e un basso blues, i fiati
bepop e voci femminili. Alan Wurzburger si è avvalso di ottime collaborazioni. Alla batteria Daniele
Chiantese, alle percussioni Ivan Lacagnina, alla sezione ritmica di basso e contrabbasso Sasà PelosiLuigi Pelosi. Ai fiati: Gianfranco Compagnoli alla tromba, Alessandro Tedesco al trombone e infine Pericle Odierna al sax, con la collaborazione alle voci di Fabiana Martone e il duo dei Fade n’ marlen a chitarra e fisarmonica.

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