Verso il punto di non ritorno

di Rebecca Grosso 

“Istituita nel 1993, la Giornata è un momento chiave per sottolineare l’importanza della
ricchezza di vita sulla terra, un patrimonio che non dobbiamo dilapidare ma proteggere in ogni modo.”
Isabella Pratesi, direttore conservazione di WWF Italia

Si celebra oggi la Giornata Internazionale della Biodiversità, la festa proclamata dall’ONU in memoria dell’adozione della Convenzione sulla diversità biologica, avvenuta il 22 maggio 1992. La tutela della biodiversità è un tema largamente discusso dai governi e le organizzazioni su scala mondiale.
Ma da cosa parte questo interesse verso la moltitudine delle forme di vita presenti sulla terra? Perché si parla di “sesta estinzione di massa”?

Basta pensare alla parola biodiversità per ritrovarsi catapultati in un luogo remoto tra le foreste pluviali del Messico e le acque di quella che era un tempo la Grande Barriera Corallina australiana. Non solo gli ecosistemi mozzafiato che la natura ci offre, ma anche gli ambienti più estremi ospitano una ricca varietà di piante e animali che vi si sono adattati in nome della sopravvivenza.
La variabilità degli organismi viventi e dei biosistemi è frutto di processi evolutivi che, agendo sulle caratteristiche morfologiche e genetiche delle specie e sfruttando la selezione naturale, hanno permesso un adattamento alle mutevoli condizioni ambientali delle più svariate forme di vita. Il numero di specie in un determinato ecosistema è legato alla sua stabilità, vale a dire alla capacità di non modificare i suoi equilibri a seguito di una perturbazione esterna e il ritorno allo stato naturale nonostante le significative
modificazioni ambientali.

Un ambiente caratterizzato dalla coesistenza di numerosi organismi viventi sostiene maggiormente, rispetto ad uno povero, l’impatto dell’azione umana.
La diversità biologica è un valore fondamentale anche per l’umanità, in quanto un ambiente poco stabile perde la capacità di fornire i cosiddetti servizi degli ecosistemi, quali l’emissione di ossigeno a opera delle piante, la depurazione delle acque inquinate e una sufficiente produzione di risorse.

In un’era in cui la natura si fa vittima di una forte attività antropica, risulta evidente che il pilastro su cui poggia la salute (e il destino) del nostro pianeta sia proprio la biodiversità.
La vita sul pianeta terra ha rischiato, negli ultimi 500 milioni di anni, di essere spazzata via completamente per ben cinque volte, con le estinzioni di massa provocate da catastrofi naturali di diverso tipo e drastici cambiamenti ambientali. I danni che subisce il nostro pianeta oggi sono di tutt’altra natura: è l’uomo stesso a provocarli.

Inquinamento, perdita degli habitat naturali dovuta all’incontrollato sfruttamento delle risorse, come la deforestazione o la pesca eccessiva che rischia di cambiare per sempre l’aspetto dei nostri mari, rappresentano problemi reali da non sottovalutare.
I disastri ambientali degli ultimi anni ci portano progressivamente sulla strada di quella che potrebbe essere la sesta estinzione di massa.

A tal proposito, la Giornata mondiale della Biodiversità è di fondamentale importanza. La sensibilizzazione messa in atto da questa festa, celebrata in tutto il mondo con iniziative mirate all’educazione e divulgazione ambientale, ha lo scopo di rendere maggiormente consapevole la popolazione globale dell’inestimabile valore della diversità biologica.
Grazie agli investimenti destinati ai progetti di conservazione a opera dei 109 paesi firmatari della Convenzione, si sono registrati i primi miglioramenti nell’arco degli ultimi 20 anni, con una riduzione significativa del declino della biodiversità.

Nonostante i costi non indifferenti che le opere finalizzate alla tutela degli ecosistemi comportano, un intervento immediato risulta necessario. La spaventosa crescita demografica e l’inarrestabile sviluppo tecnologico non faranno altro che aggravare l’impatto dell’uomo sulla natura, con il conseguente accrescimento delle spese economiche per le iniziative di tutela degli habitat naturali a carico delle nazioni. I paesi ancora in via di sviluppo, che godono di una maggiore diversificazione biologica, permettono di attivare politiche di conservazione efficaci con investimenti nettamente inferiori rispetto a quelli che occorrerebbero per le aree già ampiamente sviluppate.

Provvedimenti dispendiosi ma che non ci lasciano altra scelta: mantenendo invariate le tendenze attuali si prevedono perdite gravissime. L’alterazione degli ecosistemi e il conseguente calo della diversità biologica, ma anche culturale, rappresenta un processo irreversibile, un declino verso il punto di non ritorno.

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