Comune stress o sindrome del burnout?

di Cinzia Abis

Molte categorie di lavoratori, assimilabili sotto l’etichetta comune di helping professions, possono soffrire di sintomi riconducibili alla cosiddetta sindrome del burnout. Conoscerla e riconoscerla significa intervenire tempestivamente.

Il termine anglosassone burnout è stato utilizzato nel 1975 da C. Maslach, psichiatra americana, per riferirsi a una patologia comportamentale sviluppata in tutte le professioni connotate da notevole implicazione relazionale.
Letteralmente, burnout significa: scoppiato, bruciato. Rimanda a una lampadina fulminata, tanto per usare un’immagine banale, a una batteria esaurita.

Si tratta di una sindrome che colpisce soprattutto coloro che, per professione, sono impegnati in una relazione di cura. D’altra parte, può manifestarsi anche in coloro il cui lavoro implica una routinaria relazione con un certo tipo di utenza.
Pertanto, la sindrome del burnout può affliggere professionisti quali medici, infermieri, operatori socio-sanitari, psicologi, insegnanti ma anche impiegati alle prese con le mansioni del front-office.

Si sviluppa in situazioni di intenso e routinario stress lavorativo, usurante a livello psicofisico; come pure in un clima ostile, pressioni o prove emotive di altro tipo che i soggetti interessati, infine, non riescono più a gestire.

La sindrome del burnout può manifestarsi attraverso insonnia, irascibilità, isolamento.
Può sfociare successivamente in esaurimento o vuoto emotivo, senso d’inadeguatezza, scarso rendimento sul lavoro. Nei soggetti colpiti dal burnout, l’entusiasmo e la motivazione iniziali lasciano il posto a svogliatezza, alla depersonalizzazione che può sfociare in cinismo, o, lo ribadiamo, all’esaurimento emotivo.

Riconoscerne per tempo le prime avvisaglie è, ovviamente, importante per correre ai ripari, per se stessi e per gli altri di cui ci si volesse prendere ancora cura.

 

 

 

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