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La strada per Babilonia: una nuova realtà editoriale

Oggi è con noi Alessandra Monaco, direttrice della casa editrice La Strada per Babilonia, una donna che si occupa di editing, recensioni, letture da più di 10 anni in questo settore.

Una donna forte, piena di energie e di idee.

“Sono una lettrice accanita fin da piccolissima. Sono una persona che crede nei rapporti e connessioni con gli altri, sono convinta che nulla accada per caso. Amo la letteratura e i fumetti. Amo camminare, amo il mare d’inverno e la montagna d’estate. Amo l’inverno. Amo cucinare e amo guidare. Mi incollo alla tv solo per vedere la formula1, passione di sempre. Amo la pizza e la buona cucina. Amo i bambini e tutto quello che possiamo imparare da loro. Amo stare con le persone ma difendo i miei momenti di solitudine dove mi rifugio nei miei silenzi. Sono una persona diretta, a volte troppo, sono testarda, non faccio sconti a me stessa e nemmeno alle persone a cui tengo. Credo nel potere assoluto dei libri. Da piccola volevo fare la benzinaia, anche se non sopporto quell’odore, oggi provo a esaudire sogni e accendere la meraviglia di chi legge le nostre pagine, come lo farebbe un bambino.  Il mio libro preferito? Il Piccolo principe.”

Secondo i dati provenienti dall’Osservatorio dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e dalle indagini di Pepe Research solo il 22,3% delle donne ricopre apici dirigenziali in tale settore, contro il 77,7% degli uomini nelle stesse posizioni. Cosa pensi al riguardo?

Grazie per lo spazio che mi dedicate. È una domanda importante e non nego che tocchi un punto delicato del nostro settore. I dati dell’AIE parlano chiaro: le donne ai vertici dell’editoria sono ancora poche. E non perché manchino talento o competenze, ma perché ci portiamo dietro un’eredità culturale che pesa.

Per decenni le case editrici sono nate come imprese familiari guidate da uomini, e quando arrivava il momento di passare il testimone, si cercava qualcuno che “assomigliasse” al fondatore. È un meccanismo che, purtroppo, non è del tutto scomparso. E l’editoria, oggi più che mai, richiede una presenza costante: fiere, presentazioni, trasferte, orari che non coincidono quasi mai con quelli di chi ha una famiglia o dei figli piccoli. Questo pesa soprattutto sulle donne, che ancora oggi durante un colloquio si sentono chiedere se sono sposate, se hanno bambini o se intendono averne.

C’è poi un altro aspetto, più sottile ma ancora radicato: quando una donna ricopre un ruolo di responsabilità, spesso si insinua che non sia per merito. L’ho vissuto anch’io. In un incontro di lavoro ero con un collega dalla presenza fisica importante, con una dialettica adatta a qualsiasi situazione, e il nostro interlocutore si è rivolto quasi esclusivamente a lui. Ho lasciato che gestisse la situazione, e solo alla fine abbiamo rivelato i nostri ruoli reali. La collaborazione era già avviata, non aveva senso spezzare quella dinamica. Ma oggi non lo rifarei. Oggi mi presenterei subito per ciò che sono: un’editrice.

Sono anche una professionista che ama profondamente il proprio lavoro e che ogni giorno si impegna per farlo crescere. Viviamo in un Paese che parla molto di inclusione e pari opportunità, ma la realtà è che siamo ancora lontani da un equilibrio vero. Basta guardare alla difficoltà di conciliare maternità e professione, alla mancanza di servizi adeguati, al senso di colpa che molte donne vivono quando devono scegliere a chi affidare i propri figli o quando chiedono un permesso.

La strada da fare è ancora lunga, sì. Ma io credo che si possa cambiare, un passo alla volta.

Noi come casa editrice siamo ancora piccoli, è vero, ma sto costruendo fondamenta solide a misura di persona, prima ancora che di genere. Voglio un luogo dove i bisogni reali — di una donna o di un uomo — vengano ascoltati, compresi e accolti. Un ambiente dove talento, passione e competenza possano fluire senza ostacoli, senza dover chiedere permesso, senza dover giustificare la propria presenza o il proprio valore.

Perché l’editoria, se vuole davvero essere un motore culturale, deve diventare prima di tutto un luogo di umanità. E io voglio contribuire a costruirlo.

Nei testi scolastici le femmine sono meno presenti dei maschi nel ruolo di protagoniste delle storie. Nei testi narrativi si registra un 62% circa di protagonisti maschili contro un 34% di protagoniste femminili, mentre all’ interno dei testi descrittivi abbiamo un 53% circa di protagonisti maschili contro un 45,3% di protagoniste femminili.

Cosa accade invece, nella tua realtà editoriale?

Quando leggo questi numeri, mi rendo conto di quanto il racconto che offriamo ai bambini e ai ragazzi sia ancora sbilanciato. Nei testi scolastici le protagoniste femminili sono meno presenti, meno centrali, meno “eroine” delle loro storie. E questo, incide sull’immaginario collettivo: ciò che non si vede, spesso non si immagina.

Nella nostra realtà editoriale, però, accade qualcosa di diverso. Non perché ci imponiamo delle quote, ma perché lavoriamo con un’idea molto semplice: le storie devono rispecchiare la vita, e la vita è fatta di persone, non di percentuali. Se guardassi il nostro catalogo, direi che siamo quasi metà e metà, ma la verità è che non è questo il punto.

La parità non si misura contando quanti personaggi femminili o maschili ci sono, ma chiedendosi come li raccontiamo.

Per me la vera uguaglianza sta nel dare a ogni personaggio — donna o uomo — la stessa profondità, la stessa dignità narrativa, la stessa possibilità di essere complesso, fragile, coraggioso, sbagliato, brillante. La stessa possibilità di essere protagonista.

Viviamo ancora immersi in una mentalità arcaica, che divide i generi anche nei gusti: quanti uomini leggono romanzi rosa? Pochissimi. E non perché non potrebbero apprezzarli, ma perché per generazioni abbiamo insegnato che certe storie “sono da donne” e altre “da uomini”. È un limite culturale che ci portiamo dietro e che, come editori, abbiamo il dovere di scardinare.

Nella nostra casa editrice cerchiamo di farlo ogni giorno: scegliendo storie che parlano a tutti, creando personaggi che non rispondono a stereotipi, dando spazio a voci che spesso non trovano un microfono. Non ci interessa forzare un equilibrio numerico; ci interessa costruire un immaginario più libero, più vero, più umano.

Perché quando una storia è autentica, quando un personaggio è vivo, non importa se è uomo o donna: importa che chi legge possa riconoscersi, emozionarsi, sentirsi visto. E questo, per noi, è il cuore del lavoro editoriale.

Gianni Rodari scriveva: “Non tutti conoscono le tecniche migliori e più moderne per alfabetizzare rapidamente e senza sforzo i bambini. Quasi tutti, invece, conosciamo e pratichiamo con fedeltà e coerenza degne di cause più sante gli svariati sistemi per fare nascere nei bambini una nausea inestinguibile verso la carta stampata. 

Secondo lei oggi vale lo stesso principio?

La frase di Rodari è geniale perché, con la sua ironia, dice una verità che ancora oggi ci riguarda: possiamo avere tutte le tecniche più moderne per insegnare a leggere, ma se sbagliamo l’approccio rischiamo di trasformare i libri in un obbligo, invece che in una scoperta. E sì, in parte quel principio vale ancora.

Te lo dico da editrice, da mamma e da laboratorista: il modo in cui presentiamo i libri ai bambini fa una differenza enorme. Nella nostra casa editrice ogni pubblicazione diventa un laboratorio, un’esperienza viva. Lavoriamo accanto alle scuole, ascoltiamo i docenti, adattiamo le attività ai bisogni reali delle classi. Perché un libro, da solo, non basta: serve il contesto, serve la scintilla.

Nei nostri laboratori facciamo la stessa cosa: non partiamo dal libro, partiamo dall’esperienza. Prima li facciamo giocare, creare, immaginare. Solo alla fine tiriamo fuori il libro e diciamo: “Quello che avete vissuto è tratto da qui”. E lì accade la magia: si illuminano, si incuriosiscono, chiedono di prenderlo in mano. Perché non è più un oggetto estraneo, è un pezzo della loro esperienza.

Ecco, credo che Rodari avesse ragione: possiamo insegnare a leggere in mille modi, ma se non facciamo innamorare i bambini delle storie, della meraviglia, della libertà che c’è dentro un libro, rischiamo di ottenere l’effetto opposto. La nostra sfida, oggi, è proprio questa: trasformare la lettura in un incontro, non in un compito.

Spero di essermi spiegata. E sì, credo di aver risposto alla tua domanda.

Oltre a favorire lo sviluppo di una cultura del rispetto, l’ educazione sessuale – affettiva contribuisce a fornire strumenti per conoscere e difendere i propri diritti, previene la violenza di genere, il bullismo e la discriminazione. L’ educazione sessuo – affettiva è un percorso formativo che aiuta bambinə e ragazzə a conoscere il proprio corpo, comprendere emozioni, esplorare il concetto di diversità e il costruire sane relazione. Quanto è importante scriverne al riguardo?

Scrivere di educazione sessuale–affettiva è fondamentale. Anzi, direi che è un dovere culturale e sociale. Perché non parliamo solo di corpo o di emozioni: parliamo di diritti, di rispetto, di prevenzione della violenza, del bullismo, della discriminazione. Parliamo di strumenti che permettono a bambinə e ragazzə di crescere consapevoli, liberi e capaci di costruire relazioni sane.

E qui tocchi davvero uno dei punti cardine della nostra casa editrice. Il nostro primo libro pubblicato è stato Un battito negli abissi di Antonella Tafanelli, una storia vera che affronta la violenza domestica. Un romanzo che non punta il dito, ma accende una luce: quella della denuncia, della rinascita, della possibilità di ricominciare. Da lì è iniziato il nostro percorso di sensibilizzazione, che oggi abbraccia tutte le fasce d’età.

Siamo presenti nelle scuole di ogni ordine e grado. Con i più piccoli lavoriamo sul rispetto del “no”, sull’ascolto del proprio corpo e dei propri confini. Con i più grandi affrontiamo anche il tema della violenza di genere, delle dinamiche relazionali, dei segnali da riconoscere. Ogni percorso è diverso, perché ogni classe è un mondo. Antonella è in prima linea anche nei CAV, nelle questure, nei centri che ogni giorno accolgono chi ha bisogno di aiuto. E questa rete di esperienze entra naturalmente nei nostri progetti editoriali. 

Le scuole ci danno fiducia, e questo per noi è un segnale fortissimo: significa che c’è bisogno di parlare, di scrivere, di fare divulgazione a tutto tondo. Perché educare all’affettività non è un tema “di nicchia”, è un investimento sul futuro. È un modo per costruire una società più gentile, più consapevole, più attenta ai valori che contano davvero.

Scrivere di questi argomenti non è solo importante: è un impegno che sentiamo profondamente verso i nostri ragazzi e verso il mondo che vogliamo contribuire a costruire.

Il filosofo e saggista Gino Roncaglia all’interno della sua opera “L’architetto e l’oracolo’ affronta il tema dell’ IA anche nel campo dell’ editoria. Definisce le conseguenze di tali sistemi potenzialmente enormi. “Questi sono in grado di generare da un singolo testo molte versioni secondarie, anche personalizzate in base al target di riferimento… possono creare traduzioni in altre lingue o contenuti per podcast.[…] Oggi ci si sta avvicinando alla possibilità di generare contenuti originali, anche se per i romanzi di alta qualità questa prospettiva sembra ancora lontana.

Una sua riflessione in merito.

Il tema dell’intelligenza artificiale nell’editoria mi affascina e mi inquieta allo stesso tempo. Lo ammetto senza problemi: ho idee contrastanti. Da un lato riconosco che è uno strumento potentissimo, che dobbiamo conoscere e imparare a usare; dall’altro mi ritrovo spiazzata.

Nella mia quotidianità l’IA mi aiuta moltissimo. Le affido le mie idee, la struttura di un progetto, ciò che voglio comunicare, e in pochi secondi mi restituisce un documento ordinato, pulito, pronto da rifinire. È innegabile: semplifica. 

Ma quando penso alla scrittura creativa, ai romanzi, alla voce di un autore, lì nasce la mia preoccupazione. Per due motivi.

Il primo riguarda l’autenticità. Ho paura che, affidandoci troppo all’IA, si perda quella sfumatura unica che rende riconoscibile un autore. Che tutto diventi più omologato, più “corretto”, ma meno vivo. La letteratura è fatta di imperfezioni, di scarti, di intuizioni improvvise: è lì che nasce la magia. E temo che un uso indiscriminato dell’IA possa appiattire queste differenze.

Il secondo motivo riguarda i ragazzi. Lavorando nelle classi mi accorgo ogni giorno di quanto facciano fatica a esprimersi, a formulare un pensiero complesso, a trovare le parole giuste. La scrittura è un muscolo, e se non lo alleni si indebolisce. Ho paura che uno strumento così immediato, così “risolutivo”, possa diventare una scorciatoia che li priva della fatica buona, quella che costruisce il pensiero critico.

Per questo, pur riconoscendone l’utilità, non userei mai l’IA per scrivere un libro. Credo che la narrazione, quella vera, debba restare un territorio umano. Una possibilità preziosa che dobbiamo tenerci stretta.

L’IA è uno strumento, non un sostituto. E il nostro compito, come editori, è capire come usarla senza perdere ciò che rende la scrittura un atto profondamente umano: la voce, la visione, l’anima di chi racconta.

Marika Carolla

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Marika Carolla

Classe 95. Ha conseguito la maturità classica e poi una triennale in Lettere Moderne. Ha pubblicato nel 2016 la sua prima raccolta poetica "Nugae" e proseguito con gli studi, diplomandosi in Regia e Sceneggiatura presso la Roma film Academy. La sua passione per la conoscenza e la scrittura l' hanno spinta a conseguire la laurea magistrale in filologia moderna alla Federico II di Napoli con lode. Scrivere è per lei, dedizione, coraggio, e vita.
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