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Rothko a Firenze in un palazzo rinascimentale

Chi è Mark Rothko? 

Mark Rothko (1903–1970) è uno dei grandi nomi dell’arte americana del Novecento, ma la sua storia nasce lontano dagli Stati Uniti: nasce a Dvinsk (oggi Daugavpils, Lettonia) e arriva bambino in America, in un secolo attraversato da migrazioni, guerre, crisi e trasformazioni sociali radicali. Rothko è uno di quegli artisti che spesso vengono raccontati in modo un po’ sbrigativo: “astratto”, “rettangoli di colore”, “pittura americana”. Ma la sua biografia e il suo contesto spiegano perché, in realtà, la sua è una pittura tutt’altro che fredda. 

A New York, dove cresce artisticamente, Rothko attraversa fasi diverse (anche figurative) prima di arrivare a ciò che oggi riconosciamo subito come “Rothko”: grandi tele con campi cromatici sovrapposti, bordi morbidi, vibrazioni sottili. È un percorso che si incrocia con il clima dell’arte americana del Dopoguerra—quello che chiamiamo Abstract Expressionism e, più specificamente per lui, la stagione della Color Field painting—ma con una differenza decisiva: Rothko non vuole che la pittura sia un test di bravura o una firma di stile. Vuole che sia un’esperienza.

E qui c’è il punto che secondo me cambia tutto: Rothko non dipinge “per decorare” e nemmeno “per dimostrare”. Dipinge per generare una specie di incontro. Per questo insisteva su come andavano viste le sue opere: da vicino, con tempo, lasciando che lo sguardo si abitui. Quando succede, ti accorgi che quei colori non sono mai piatti: hanno profondità, respirano, oscillano. E più li guardi, più capisci che non parlano di oggetti… parlano di stati interiori.

Perché Palazzo Strozzi? 

Mettere Rothko dentro un palazzo rinascimentale come Palazzo Strozzi è una scelta che funziona proprio perché non è ovvia. Strozzi è pietra, misura, ordine, proporzione. Rothko, invece, è vibrazione, soglia, immersione. Eppure, insieme, producono qualcosa di particolare: come se la solidità dell’architettura aiutasse il colore a diventare ancora più “spazio”.

La mostra “Mark Rothko” è in programma a Palazzo Strozzi dal 14 marzo al 23 agosto 2026, ed è curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna.

Il percorso presenta l’evoluzione dell’artista, dalle fasi iniziali fino alla maturità, ma il suo vero punto di forza—quello che ti fa venire voglia di andarci—è l’atmosfera: una sequenza di opere pensate non come “tappe” da consumare, ma come soste. Se devo dirla  in modo semplice: questa non è una mostra in cui vai a caccia del capolavoro “instagrammabile”. È una mostra che ti ripaga quando ti concedi un lusso raro: stare fermo davanti a un quadro abbastanza a lungo da sentire che il quadro—lentamente—sta lavorando su di te.

Perché vale la pena

C’è chi pensa che Rothko sia difficile perché “non rappresenta niente”. Ma è proprio il contrario: Rothko non ti toglie il mondo, ti toglie la distrazione. E in quel vuoto apparente, ti ritrovi faccia a faccia con qualcosa di essenziale—un’emozione, una memoria, una quiete, a volte persino un disagio. Non è intrattenimento: è una forma di presenza.

E forse Firenze è il posto perfetto per capirlo. Perché qui siamo abituati a un’arte che racconta, che costruisce scene, che mostra tutto. Rothko, invece, ti propone un’altra via: l’arte come stanza interiore. Vai, guardi, resti. E quando esci nel rumore della città, ti accorgi che per un’ora (o anche solo per dieci minuti) qualcuno ti ha insegnato a vedere più lentamente.

Roberto Spanò

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Roberto Spanò

Classe 1995, sono laureato in Scienze Storiche e Orientalistiche (con focus su gender studies, colonial and post-colonial studies). Ho conseguito un Master in Gestione dell’arte e dei Beni Culturali. Fin dall’inizio dei miei studi sono sempre stato convinto che materie come storia, sociologia, antropologia e filosofia non possano essere considerate come dei comparti stagni, credo nella multidisciplinarietà ed è la caratteristica che ho sempre cercato di dare alle mie pubblicazioni. Credo fortemente che la storia non ci serva semplicemente per ricordare a memoria date ed eventi, ma ci serve per capire i perché del mondo di oggi, ci serve per smontare falsi miti, per rispondere a chi propaganda fake news e tesi campate in aria. Il mio scopo è quello di rendere comprensibili temi complessi, di far appassionare chi pensava, magari a causa di un cattivo insegnate alle superiori, che la storia sia noiosa e inutile.
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