Marty Supreme: più marketing o cinema?

L’ultimo e già acclamato film di Josh Safdie sembra aver già proiettato l’interprete del protagonista, il talentuoso Timothee Chalamet, verso la conquista del suo primo Oscar, mentre il suo personaggio rischia di diventare l’archetipo dell’antieroe americano per eccellenza.
È infatti tramite una campagna marketing frizzante ed innovativa, che vuoi o non vuoi, ci ha portato tutti al cinema.
L’ispirazione per il film è stata la figura realmente esistita di uno dei primi campioni di Ping-pong americani della storia, Marty Reisman, che nell’America del secondo dopoguerra ha cominciato a credere nel potenziale e nel calibro mondiale che questo sport avrebbe potuto avere in futuro, e ci si butta a capofitto per gonfiare sempre di più il proprio narcisismo e il proprio ego. Già dai particolari e simpatici titoli di testa però, ci rendiamo conto che stiamo per assistere ad una storia che non è come tutte le altre.
La vendetta sportiva, dopo la sconfitta nella finale del torneo di Ping-pong più importante del mondo, è ciò che guida il protagonista nell’ossessionata ricerca di soldi per poter partire alla volta del Giappone e prendersi una volta e per tutte ciò che di diritto pensa sia suo. Ovviamente sul suo cammino Marty trova più di un nemico che prova ad ostacolarlo. La particolarità di questi ultimi è però che hanno in comune un’unica grande fonte di origine, se stesso.
La storia di Marty è quasi autolesionista e masochista, tant’è che prova a correre più veloce della vita stessa, ma non stando attento a dove va, continua a sbattere, rischiando di farsi sempre più male. Grazie alla scrittura e alla regia dinamica e “di corsa” di Josh Safdie, questa corsa contro il tempo di Marty diventa uno spettacolo sorprendente, grottesco ed irriverente, capace di tenere il pubblico attaccato allo schermo per quasi due ore e mezza, cosa sempre più difficile e rara in questi giorni.
Se ci si concentra un attimo sul periodo storico e che stiamo vivendo, si potrebbe quasi contestualizzare “Marty Supreme” come un “Rocky” ma al contrario. Il sogno americano per eccellenza stravolto e ribaltato da un manipolatore ossessivo che vuole sfruttare tutti e gli USA solo per il suo tornaconto personale, motivo per cui il film, anche se ambientato in un’altra epoca, non può che essere il riflesso di quella attuale, dove l’individualismo, il raggiro e la cura maniacale del proprio orticello e dei propri interessi rischiano sempre di più di farla da padrone.
La cosa interessante è che, questo, a differenza di ciò che si poteva pensare a priori, è stato molto più di un semplice “marketing movie”. Marty Supreme ha avuto infatti una campagna promozionale estremamente lucida e riconoscibile, capace di costruire immaginario senza svuotare il contenuto: l’identificazione totale con l’arancione non è stata solo una scelta grafica ma un vero codice visivo, diventato segno di appartenenza grazie a un merchandise arancione (felpe, cappellini, t-shirt minimal) che ha trasformato il film in un marchio quasi streetwear, immediatamente riconoscibile nei feed e agli eventi.
Allo stesso modo, la finta videocall “leakata” in cui Timothée Chalamet pitchava il film in modo apparentemente spontaneo ha funzionato perché parlava il linguaggio dell’autenticità simulata, del backstage e della vulnerabilità performativa tipica della Gen Z. A questo si sono aggiunti teaser frammentati, affissioni minimali dominate dal colore e dal titolo, e una strategia social che puntava più sull’estetica e sull’attitudine che sulla trama, suggerendo più che spiegare. E la differenza sostanziale è che, una volta entrati in sala, il film reggeva quel peso, dimostrando che la campagna non era maquillage ma amplificazione coerente di un contenuto solido e travolgente.
Francesco Vacca
Leggi anche: Oscar 2026: le nomination e i film favoriti



