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Psicologia del lavoro: il fenomeno del “Quiet Quitting” tra i ventenni

La scena è questa: un giovane lavoratore spegne il pc alle 16, senza pensarci troppo.

Sembra una cosa normale, vero? Eppure, proprio qui si trova una linea sottile tra ciò che appare normale e ciò che, nel contesto lavorativo contemporaneo, non sempre lo è.

Il fenomeno di cui voglio parlare si chiama Quiet Quitting: un termine ancora poco conosciuto, ma che merita di essere analizzato.

Più nello specifico, il Quiet Quitting indica la scelta di un dipendente di ridurre volontariamente il proprio coinvolgimento lavorativo al minimo indispensabile previsto dal contratto. Le mansioni principali continuano a essere svolte, ma vengono messi da parte straordinari, disponibilità extra e responsabilità aggiuntive non riconosciute.

Le cause possono essere diverse.

La prima è il burnout: lavorare senza pause e senza un reale equilibrio tra vita privata e professionale può portare a un bisogno di proteggere il proprio benessere mentale e fisico.

Un altro fattore è il poco riconoscimento. Quando l’impegno e la dedizione non vengono valorizzati, la motivazione tende inevitabilmente a diminuire.

C’è poi il disallineamento con i valori aziendali: se ciò in cui crediamo non coincide con la cultura del luogo in cui lavoriamo, il coinvolgimento emotivo si riduce.

Anche la mancanza di prospettive di crescita incide profondamente. Chi lavora con dedizione ha bisogno di vedere uno sviluppo concreto; in assenza di questo, l’entusiasmo può affievolirsi.

Infine, non va sottovalutato il peso del clima lavorativo: tensioni, conflitti e ambienti poco collaborativi possono portare a un progressivo distacco.

Ma perché questo fenomeno è così diffuso tra i giovani?

Un tempo il lavoro veniva concepito principalmente come mezzo di sostentamento: garantiva stabilità economica e sicurezza. Spesso era legato anche a un’idea di sacrificio necessario e, in alcuni casi, di vocazione.

Oggi, però, viviamo in una società iperconnessa, dove essere sempre disponibili sembra quasi un requisito implicito. Le tecnologie hanno reso il lavoro più flessibile, ma anche più invasivo. La linea tra tempo professionale e tempo personale è diventata sempre più sfumata.

È proprio in questo scenario che nasce il Quiet Quitting: non come rifiuto del lavoro, ma come tentativo silenzioso di ristabilire dei confini. Una scelta individuale che mira a proteggere il proprio equilibrio e a ridefinire il ruolo del lavoro nella vita di una persona.

Prevenire, però, è meglio che curare. 

Le aziende possono intervenire adottando strategie concrete per mantenere alta la motivazione dei dipendenti.

Offrire reali percorsi di crescita, garantire flessibilità organizzativa, promuovere un ambiente collaborativo e assicurare una retribuzione equa e meritocratica sono elementi fondamentali per costruire un rapporto sano tra lavoratore e organizzazione.

Il Quiet Quitting riguarda in particolare la Generazione Z, ma non deve essere interpretato come un fenomeno di disinteresse collettivo. Piuttosto, rappresenta una presa di posizione individuale: il rifiuto di considerare il lavoro come unica ragione di vita.

Forse la vera trasformazione non è nella quantità di lavoro svolto, ma nel modo in cui le nuove generazioni scelgono di viverlo.

Giulia Marton

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Giulia Marton

Classe 2003. In cerca della propria voce tra le mille sfumature della comunicazione. Studio Scienze della Comunicazione, ma vivo anche di musica, montagna e sogni che fanno rumore. Mi chiamo Giulia e sono un work in progress: introversa ma ma curiosa, riflessiva ma affamata di esperienze. Raccolgo passioni come pezzi di un puzzle, cercando quella che mi somigli davvero.
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