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Lavorare nella moda. Sogno o son desto?

La moda si studia come vocazione, si racconta come sogno e si promette come opportunità. Ma nel concreto è un sistema industriale complesso che comunica meglio di quanto assuma, formando migliaia di aspiranti professionisti ogni anno e assorbendo solo una micro-parte, lasciando che tra immaginario glamour, formazione privatizzata e realtà produttiva si apra una distanza sempre più evidente.

C’è un motivo se l’immaginario della moda continua a funzionare con estrema precisione: lo storytelling. La moda è uno dei pochi settori in grado di raccontarsi meglio di quanto riesca a spiegarsi. Non vende soltanto abiti, vende soprattutto un’idea di vita. Un’idea selettiva, seducente, esteticamente coerente e, proprio per questo, profondamente credibile. 

Alzi la mano chi non ha mai visto Il diavolo veste Prada. Non è soltanto un film ambientato nella moda, rappresenta una vera e propria pedagogia pop del settore. Molte frasi sono rimaste impresse, ma ce n’è una in particolare che ha plasmato l’immaginario di intere generazioni:

«Non essere ridicola, Andrea. Tutti vogliono questa vita, tutti vogliono essere noi»

pronunciata da Miranda Priestly — la regina di Vogue, pardon, Runway — interpretata da Meryl Streep. Una battuta brillante, certo, ma anche profondamente fuorviante. Perché quella frase non racconta la moda come lavoro, racconta la moda come desiderio. Un palazzo simbolico in cui entrare, popolato da un sistema elitario apparentemente accessibile, un luogo duro ma meritocratico. In altre parole, una favola contemporanea. Una Cenerentola post-industriale che non aspetta più il principe azzurro, ma un contratto, possibilmente retribuito. Ed è proprio qui che l’immaginario si salda con la realtà formativa. Per anni lavorare nella moda è stato raccontato come un’estensione naturale della passione estetica: se ami la moda, se la studi, se respiri creatività, allora prima o poi troverai il tuo spazio. Perché quel settore, implicitamente, sembrerebbe aspettare proprio te. Le scuole private, i master, i corsi, hanno costruito attorno a questo racconto un sistema perfettamente coerente, in cui il sogno viene strutturato, confezionato e reso accademicamente spendibile. 

Dovremmo smettere di sognare allora? No. Comprendere però, lo scarto crescente tra narrazione e struttura reale del settore. 

Prima ancora di parlare di lavoro, dunque, è necessario parlare di formazione. Perché l’accesso alla moda passa quasi sempre da percorsi formativi che promettono orientamento, contatti, inserimento e, talvolta, un ingresso privilegiato nel sistema. 

In Italia, nonostante il peso economico del comparto, gran parte della formazione moda è affidata a istituti privati, accademie e master altamente specializzati. Le rette oscillano mediamente tra i 10.000 e i 20.000 euro l’anno, cifre importanti sostenute sulla base di una promessa implicita: l’accesso al settore. Occorre quindi, interrogarsi sul racconto che accompagna tali percorsi. Un racconto fortemente orientato all’immaginario creativo, al prestigio, al networking, alla possibilità di “entrare nel settore”, più che alla reale struttura industriale e produttiva con cui gli studenti si confronteranno una volta terminato il percorso. 

Diversi studi e osservazioni di settore evidenziano un divario significativo tra contenuti didattici e competenze richieste dal mercato del lavoro. Molti corsi si concentrano su portfolio, progettazione creativa, costruzione dell’identità stilistica e storytelling personale — elementi utili, certamente — ma spesso marginalizzano aree cruciali come la pianificazione della produzione, il controllo qualità e l’organizzazione industriale. In altre parole, il sogno viene insegnato con grande efficacia, la struttura molto meno. Una distanza notevole, considerando il contesto economico segnato da contrazioni produttive, e crescente selettività nell’assorbimento di nuovi profili. Il settore viene descritto come dinamico, creativo e in costante ricerca di talenti, mentre la reale capacità occupazionale resta limitata e altamente competitiva. Nel frattempo si consolida una prassi ormai normalizzata, fatta di stage non retribuiti, collaborazioni precarie e apprendistati estesi, spesso giustificati come passaggi obbligati per “farsi notare” o “entrare nel giro”. 

Il compenso simbolico diventa l’esperienza, e il prestigio del nome sostituisce la retribuzione concreta. 

Si crea così un cortocircuito silenzioso ma strutturale, si investe economicamente nella formazione per accedere a un settore che, nella fase iniziale, richiede ulteriore lavoro non retribuito per poter essere attraversato. Non è soltanto una questione di talento, né esclusivamente di merito, è, sempre più chiaramente, una questione di sostenibilità economica individuale. Chi può permettersi anni di formazione privata, trasferimenti nelle capitali della moda, stage sottopagati o non retribuiti e lunghi periodi di precarietà, ha maggiori possibilità di restare nel sistema abbastanza a lungo da trasformare la presenza in opportunità. Gli altri, molto spesso, sono costretti a fermarsi prima. Non per mancanza di capacità, ma per esaurimento delle risorse. 

Diventa, quindi, necessario smontare un altro mito, quello del lavoro creativo come dimensione romantica. Partiamo dalla figura più romanticizzata possibile del settore: lo stilista. Dimentichiamo il creativo maledetto che sul tavolaccio bohémien pieno di matite, crea alle quattro di notte in preda a un raptus visionario. Lo stilista, oggi definito fashion designer, è parte di un sistema di team strutturati. Ogni prodotto esposto nasce da un’idea, spesso del direttore creativo, che viene poi sviluppata da figure specializzate: chi si occupa di abbigliamento, chi di accessori, chi di gioielleria e chi di sviluppo prodotto. La globalizzazione e il modello capitalistico hanno trasformato la moda in un prodotto di consumo continuo, con ritmi accelerati e logiche di sovrapproduzione. E così, insieme al mito dello stilista, viene edulcorata anche un’altra figura simbolica: il sarto. Saturi di immagini in cui l’artigiano accarezza i materiali in laboratori quasi sacri, scopriamo una realtà produttiva contemporanea e reale, molto più complessa. 

Negli ultimi anni diverse inchieste hanno evidenziato criticità nelle filiere, subfornitura opaca, compressione dei salari, ritmi di lavoro intensi e costante pressione sui costi. Il lusso, la moda non sono incompatibili con la fatica, sono semplicemente più abili nel separare la narrazione dalla struttura produttiva. Concerie, lavorazioni tecniche, controlli qualità, sono settori che richiedono competenze scientifiche, chimiche e tecniche altamente specifiche, completamente assenti dall’immaginario glamour con cui il settore continua a raccontarsi agli aspiranti lavoratori.

La moda, infatti, resta prima di tutto una macchina economica complessa. Il comparto moda italiano rappresenta circa il 5% del PIL nazionale, coinvolge oltre un milione di lavoratori tra diretti e indiretti ed è uno dei principali motori dell’export europeo. Non è un hobby creativo per anime estetiche, ma un sistema industriale inserito in equilibri globali che rispondono ai mercati prima ancora che alle idee.
Molti grandi brand sono quotati in borsa, e i loro risultati dipendono da strategie finanziarie, investimenti e logiche di mercato. Le borse che orientano davvero il settore non sono soltanto quelle esposte in vetrina, ma soprattutto quelle dei mercati finanziari. 

La moda resta creativa nella narrazione, ma diventa estremamente razionale nella gestione. Nel 2025 la produzione tessile-abbigliamento ha registrato una contrazione del 6,6%. Un dato che segnala una pressione strutturale crescente. Quando i margini si assottigliano, l’efficienza diventa prioritaria e, anche se la storia del sogno resta intatta, la struttura del lavoro si irrigidisce. 

Con questi dati, sogno e lavoro non possono combaciare e l’idillio si incrina definitivamente. Non perché la moda sia una menzogna, ma perché la sua narrazione lo è, almeno in parte. Un settore che comunica meglio di qualsiasi altro comparto e che forma migliaia di aspiranti professionisti non può continuare a raccontarsi come una favola neutrale, senza interrogarsi su chi riesca davvero a restare al suo interno. Per anni si è alimentata l’idea che bastasse la passione, poi il talento, poi la resilienza. Parole nobili, seducenti, ma pericolosamente elastiche quando diventano giustificazione di percorsi lunghi, incerti e spesso non retribuiti. Nel frattempo, la formazione si paga, l’esperienza si accumula gratuitamente e l’ingresso reale nel settore resta sfumato, narrato come imminente anche quando si prolunga per anni. Il risultato è un sistema elegantemente selettivo, non esclude apertamente ma filtra silenziosamente. Allo stato attuale, più che “Il Diavolo veste Prada”, una pellicola che incarna perfettamente questo sistema, è quella della serie “Squid Game” dove a vincere non è necessariamente chi è più competente, ma chi ha più risorse per poter continuare a giocare. 

La moda resterà splendida in vetrina, sofisticata nei linguaggi e potentissima culturalmente. Ma dietro le luci si consolida sempre più spesso un modello in cui l’aspirazione diventa investimento, che diventa attesa e l’attesa diventa selezione. E a quel punto la domanda non è più se “tutti vogliono questa vita”. La domanda, molto meno glamour, è un’altra, a chi è realmente permesso viverla, e a quali condizioni.

Serena Parascandolo 

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Serena Parascandolo

Serena Parascandolo, classe ’89, napulegna cresciuta tra vicoli, sottoculture di locali underground e sogni infranti. Scrivo di moda, politica e sottoculture con una penna affilata e un cuore malinconico e sorridente, come un ossimoro. Femminista, queer, terrona, mamma. Studio e imparo ancora, perché la strada è lunga e il mondo troppo complicato per accontentarsi. La mia scrittura prova a essere un atto d’amore e una piccola rivolta.
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