Waithood: il tempo sospeso di una generazione
Il documentario di Paola Piscitelli tra Napoli e Capo Verde, tra migrazione, identità e diritto al futuro
Tra Napoli e Capo Verde, Waithood di Paola Piscitelli racconta la storia di Mauro Josè Lima da Graça e, attraverso di lui, quella di un’intera generazione intrappolata in un tempo di attesa forzata. Un documentario che attraversa migrazione, identità e disuguaglianze, trasformando una vicenda personale in una riflessione collettiva sul diritto al futuro.
Presentato in anteprima all’interno della rassegna Astradoc di Arci Movie al Cinema Astra di Napoli, il film si colloca nel panorama del cinema sociale contemporaneo con uno sguardo intimo e insieme politico, capace di interrogare con delicatezza e rigore le condizioni materiali ed emotive che attraversano le traiettorie delle migrazioni odierne. Ne emerge un racconto culturale e antropologico che tiene insieme biografia, memoria e dimensione storica, evitando semplificazioni e scorciatoie emotive.
Cinema politico, memoria e resistenza
Ad aprire la serata del 6 febbraio 2026 è stato il restauro in esclusiva del cortometraggio Cap-Vert, un Carnaval dans le Sahel (1979) di Sarah Maldoror, voce rivoluzionaria e prima donna cineasta del cinema africano, a cui la Berlinale dedicherà una retrospettiva. Girata all’indomani dell’indipendenza, l’opera racconta il Carnevale di Capo Verde come rito collettivo e spazio politico, intrecciando festa popolare e memoria delle lotte anticoloniali.
Un dialogo ideale che prosegue dentro Waithood: gli inserti tratti dai film di Maldoror — con la figura di Blimundo, personaggio-simbolo del cinema anticoloniale, narratore errante e testimone delle lotte di liberazione africane — si intrecciano alle riprese contemporanee, costruendo un atlante emotivo e politico in cui le immagini non cercano consolazione, ma connessione.
Nell’immaginario che accompagna il viaggio verso Capo Verde risuona anche l’eco lontana della morna, il canto malinconico della saudade, della distanza e della migrazione, reso universale dalla voce di Cesária Évora. Una colonna sonora invisibile che attraversa il film come un richiamo affettivo, capace di tenere insieme radici, assenza e desiderio di ritorno.
Ne nasce un’opera che interroga il diritto di muoversi, amare, esistere, e la possibilità — fragile e necessaria — di appartenere prima di tutto a sé stessi.
Napoli e Capo Verde: geografie emotive di un’identità sospesa
Mauro vive ai margini di Napoli. Lavora in un ristorante, si prende cura dei fratelli più piccoli, attraversa una quotidianità fatta di silenzi, responsabilità premature e rinunce. Un’esistenza scandita da gesti ripetitivi e da un tempo che sembra non avanzare mai davvero. Eppure, il suo cuore è altrove: a Mindelo, a Capo Verde, dove l’infanzia conserva ancora il profumo del vento, del catrame, delle danze rituali dei Mandinga, figure ancestrali che incarnano memoria, appartenenza e resistenza.
Il viaggio fisico verso quella terra resta a lungo impraticabile, intrappolato nei paradossi di una burocrazia che rende la mobilità un privilegio e non un diritto. È qui che il dispositivo narrativo del film si fa particolarmente potente: inizialmente è la regista a partire al posto di Mauro, trasformando la cinepresa in un corpo terzo, in una presenza affettuosa e vigile che attraversa i luoghi della memoria, raccogliendo immagini, suoni e tracce di un’identità sospesa.
Nasce così un racconto visivo che non cerca la nostalgia, ma la connessione: tra passato e presente, tra radici e possibilità, tra chi parte e chi resta. Un ponte emotivo che rende visibile l’invisibile, dando forma cinematografica a un’assenza.
Solo in un secondo momento, quel viaggio finalmente si compie anche per Mauro. Il ritorno a Capo Verde diventa allora un’esperienza di profonda commozione e autentica riscoperta: un incontro con le proprie origini, con la memoria, con il corpo e con il tempo. Un ritorno che è insieme magia e verità, capace di restituirgli il Mauro di Capo Verde, senza cancellare quello che Napoli ha contribuito a formare.

Waithood: l’attesa come condizione generazionale
Il termine waithood — fusione tra wait (attendere) e adulthood (età adulta) — descrive una condizione sempre più diffusa: quella di una giovinezza prolungata non per scelta, ma per necessità.
È lo spazio esistenziale di chi rimanda sogni, autonomia e progettualità perché schiacciato da precarietà economica, disuguaglianze sociali, vincoli familiari e politiche migratorie sempre più restrittive.
In questo senso, la storia di Mauro smette presto di essere individuale e diventa universale. Il suo tempo sospeso è quello di milioni di giovani in Europa, nel Mediterraneo, nel Sud globale: esistenze costrette a vivere in un eterno presente, private della possibilità concreta di immaginare e costruire il futuro.
Piscitelli mette in scena questa condizione con uno sguardo empatico e mai invasivo, scegliendo la strada dell’ascolto, della prossimità, del rispetto. Il risultato è un racconto che restituisce complessità e dignità a una realtà troppo spesso ridotta a numero, emergenza, statistica.
Cinema, memoria e politica: un atlante emotivo del presente
Il dialogo tra le immagini girate tra Napoli e Capo Verde e i materiali d’archivio di Sarah Maldoror colloca l’esperienza individuale di Mauro all’interno di una storia più ampia, fatta di colonialismo, diaspora e lotte per l’autodeterminazione.
Ne emerge una geografia complessa, abitata da corpi in transito, memorie diasporiche, appartenenze multiple e ferite coloniali mai del tutto rimarginate. Un paesaggio umano in cui il cinema diventa non solo strumento di esplorazione identitaria, ma atto politico, capace di interrogare i confini, i dispositivi di esclusione e le gerarchie invisibili che regolano il diritto di muoversi, restare, tornare.
Il diritto al futuro come questione sociale
Al centro di Waithood non c’è soltanto la migrazione, ma una domanda più radicale e urgente: chi ha davvero diritto al futuro?
Il film racconta la mobilità negata, le frontiere materiali e simboliche, le vite bloccate in un limbo che non è più adolescenza e non è ancora età adulta. Ma racconta anche la resistenza silenziosa, la forza dei legami familiari, gli affetti che tengono insieme ciò che la geografia separa.
In questo senso, Waithood è un film sul diritto di muoversi, amare, esistere, e sulla possibilità — fragile ma necessaria — di appartenere a sé stessi prima ancora che a un luogo. Un discorso che risuona con forza nel presente, in un’Europa attraversata da nuove chiusure, muri e paure.
Un cinema necessario, tra rigore e poesia
Nel cuore del film c’è anche il legame profondo tra Mauro e sua madre, una presenza silenziosa e fortissima, capace di tenere insieme la famiglia con una dedizione assoluta. Una donna che cresce i figli da sola, senza mai cedere alla stanchezza o alla paura, augurando a Mauro di essere felice, di ritrovarsi, persino di andare lontano, perché — ovunque sarà — resterà sempre il suo Mauro. Nei suoi occhi, colmi di orgoglio quando lo guarda danzare, si riflette la fierezza per un figlio che si sente «un quarto capoverdiano e tre quarti italiano», che parla creolo e napoletano, che attraversa identità plurime senza rinnegare nulla.
Quando finalmente atterra a Capo Verde, la macchina da presa accoglie le sue lacrime di gioia pura, restituendo uno dei momenti più intensi e commoventi del film: il corpo che ritrova la propria geografia, il volto che si riappropria del proprio tempo. Piscitelli attraversa tutto questo con una delicatezza rara, rispettando i silenzi, proteggendo gli spazi intimi, entrando con pudore nella vita di Mauro e della sua famiglia. Un percorso complesso, durato sei anni, che ha richiesto fiducia, ascolto, tempo. Ma che, come suggerisce il film stesso, si rivela necessario: perché alcune storie non si possono raccontare in fretta, e alcune ferite chiedono cura prima ancora che sguardo.
E forse è proprio in questo tempo sospeso, fragile e irrisolto che Waithood trova la sua forza più autentica.
Roberta Aurelio
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