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Cosa significa essere queer in Iran?

Cosa significa essere queer in Iran? Purtroppo, niente di buono. 

Chiunque non sia conforme all’eterosessualità e al binarismo di genere rischia quotidianamente la vita, dato che gli atti sessuali tra persone dello stesso sono considerati illegali e punibili con la pena di morte. Dai dati di diversx attivistx e di Amnesty International emerge che dal 1979 ad oggi sono state giustiziate circa 5,000 persone con la condanna di comportamento sessuale illecito.
Insomma, ci troviamo davanti ad una situazione di profonda repressione e censura.
Ma non è sempre stato così.

In Iran la cultura queer ha viaggiato attraverso i secoli.
In particolare, sono tantissimi i riferimenti nelle illustrazioni e nelle poesie d’amore della letteratura classica persiana.
Un esempio perfetto è legato ai ghazal, una forma poetica d’amore e passione diffusasi in Iran nel VI secolo D.C, i quali il lessico coloniale ha sempre descritto come “poesie eterosessuali”. In verità, sembrerebbe essere vero il contrario.
Shad Navad, autore di The Ghazal Eros e insegnante di letteratura e traduzione, ha esplorato il linguaggio e il contesto storico degli antichi ghazal scritti in urdu, persiano e arabo, concentrandosi sull’elemento dell’ishq, cioè la passione maschile, il cui destinatario era spesso un uomo (e le poesie erano anche frequentemente prive di indicazioni verso generi specifici).
L’autore la chiama lyric queerness, una queerness lirica, ossia la presenza della cultura queer nella poesia attraverso i secoli, dinamica e fluida, mai nascosta, e un’ulteriore prova del fatto che la letteratura queer è sempre esistita e non è mai stata solo una rara eccezione. Anche in luoghi che ora la rinnegano.

Poi, tutto è cambiato.

L’omosessualità è stata criminalizzata per la prima volta durante il regno di Mohammed Reza Pahlavi, l’ultimo shah della dinastia Pahlavi che ha governato fino al 1979.
Anno importantissimo, il 1979, per la Rivoluzione Iraniana: una serie di ribellioni ed eventi che hanno portato alla caduta della dinastia Pahlavi, e l’Iran da stato imperiale è divenuto una repubblica con a capo Ruhollah Khomeini che ha governato per circa dieci anni.
Già la dinastia Pahlavi era responsabile di una egemonia eterosessuale importata dall’Occidente, sulla scia della modernità coloniale da emulare nella costruzione di una moderna nazione patriarcale. Per questo motivo anche i rivoluzionari islamici consideravano l’eterosessualità come parte fondamentale della cultura iraniana, e questo spiega perché lentamente la stigmatizzazione della comunità queer si sia fatta strada nella legge, nell’istruzione, negli spazi pubblici, e nella memoria collettiva.

Oggi, nell’Iran governato attraverso una feroce e repressiva dittatura dagli ayatollah, la comunità queer è a rischio di linciaggio, frustate, altri tipi di torture fisiche e mentali, incarcerazione e pena di morte. La violenza non è altro che uno strumento di potere nella teocrazia iraniana, la quale attribuisce un ruolo centrale al binarismo di genere e all’eterosessualità per tentare di rafforzare l’identità religiosa e, di conseguenza, una legittimità politica.
Intanto le persone queer sono costrette a nascondersi e vivere una vita di bugie e dolore. Ma c’è anche chi riesce a scappare.

Chi scappa non si immerge immediatamente in una vita libera e felice. Chi sceglie di andare altrove vive per tutta la vita con il cuore spezzato a metà, con una metà che resta sempre ancorata alla terra madre, alla famiglia, alle tradizioni, alla lingua, all’infanzia, agli amici. Al dolore.

Molte persone queer iraniane si sono spostate in Turchia, in Canada e nel Regno Unito, tentando di costruirsi una vita in cui possono essere chi vogliono e amare chi vogliono senza doversi nascondere, senza la paura di atroci conseguenze e la libertà di esistere, finalmente. Ma non senza problemi tecnici, legali, burocratici. Spesso fanno fatica a trovare una casa, nonché un impiego, e non ci sono ancora degli iter che garantiscono loro la massima sicurezza.
L’UNHCR ha avviato da tempo delle richieste di asilo, e per quanto l’iniziativa sia positiva, sicuramente non è abbastanza. Una volta che la richiesta è stata accolta, le persone vengono spesso lasciate a se stesse, costrette a navigare da sole una situazione già di per sé emotivamente faticosa.

Per chi decide di restare o non ha la possibilità di andarsene, le soluzioni solo due: o nascondersi o lottare. E sono entrambe delle scelte valide e da rispettare.
L’Iran ha visto la nascita di diversi gruppi di rivoluzione queer, troppo spesso silenziati sul nascere, a causa anche della forte censura mediatica e informatica del paese. Fortunatamente, l’aiuto arriva anche da fuori, soprattutto da persone queer iraniane che sono emigrate e hanno formato all’estero dei collettivi e delle organizzazioni.

Il problema più grande è che il movimento queer iraniano è stato completamente spostato ai margini, talvolta anche dai movimenti queer occidentali. C’è bisogno di portare in superficie il movimento queer iraniano e dargli spazio e intrecciarlo con i movimenti queer di ogni angolo del mondo, perché non possiamo restare indifferenti di fronte a delle persone che vengono completamente deumanizzate da un governo che le costringe a sopravvivere ad una doppia oppressione: quella della libertà e quella dell’identità.

loro siamo noi se fossimo natx da un’altra parte

Marcella Cacciapuoti

Leggi anche: Femminismi e libertà nell’Iran che resiste – La Testata Magazine

Marcella Cacciapuoti

Classe 2001. Laureata in lettere moderne e studentessa di filologia moderna. Scrivo, leggo, e sogno un dottorato in linguistica. Mi chiamo Marcella e sono in continua evoluzione. Innamorata delle parole e affamata di pace. Racconto le storie degli altri per trovare la mia.
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