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Askatasuna e la pedagogia del potere

«Lo Stato significa dominazione, e ogni dominazione presuppone la sottomissione delle masse.»
Mikhail Bakunin

Mikhail Bakunin, uno dei principali teorici dell’anarchismo ottocentesco, ha rappresentato una figura chiave del pensiero libertario europeo, soprattutto in opposizione sia allo Stato liberale sia al socialismo autoritario. Ma ci arriviamo tra poco: avverto che il riferimento non è puramente causale.
Veniamo ai fatti.

Giovedì 18 dicembre 2025 decine di blindati e forze dell’ordine in assetto antisommossa circondano il centro sociale Askatasuna, in corso Regina Margherita, nel quartiere Vanchiglia di Torino. L’operazione è imponente, l’ordine arriva direttamente dal Ministero dell’Interno. La militarizzazione dello spazio pubblico deve avere una rappresentazione plastica, così l’intero quartiere viene blindato per l’intera giornata, persino le scuole chiudono. Le persone solidali alla vicenda, accorse in sostegno, vengono caricate con idranti e allontanate con la forza. Uno scenario distopico. L’accordo siglato all’inizio del 2024 fra il sindaco Lo Russo (PD) e un comitato di garanti — che avrebbe dovuto trasformare l’immobile di corso Regina Margherita 47 in un bene comune, tutelando l’indipendenza del progetto politico, e accompagnando l’uscita dall’ illegalità  — non è bastato. Anzi, va evidenziata tutta la gravità, e l’ignavia, del posizionamento della giunta torinese di centrosinistra. Nel corso della convulsa mattinata del 18 dicembre, iniziata con una perquisizione dello spazio e conclusasi con lo sgombero, il sindaco si affretta infatti a dichiarare decaduto il patto di collaborazione per “mancato rispetto delle condizioni”.

A distanza di circa un mese e mezzo dallo sgombero, il 31 gennaio 2026, viene convocata una manifestazione nazionale contro lo sgombero, che porta a Torino decine di migliaia di persone. La manifestazione è pacifica, come mostrano video e fotografie che circolano in rete. Un lunghissimo corteo di persone che non sono lì solo contro un atto estremo nei confronti di una realtà sociale, ma anche — come già visto in altre circostanze — per una serie di diritti sempre più opachi e sempre più calpestati. In serata, però, l’aria della “passeggiata da corteo” cambia colore, si fa grigia. Dalle immagini, dalle musiche e dagli eventi culturali si passa agli scontri con le forze dell’ordine e ai feriti. Le fotografie e i video in circolazione — ormai ripetitive, anche se riprese da angolazioni diverse — diventano immediatamente il centro del racconto pubblico. In poche ore il quadro cambia, e così il centro sociale Askatasuna, scompare come questione urbana, sociale e politica, venendo così sostituita da un dibattito sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. In questo passaggio, rapido e apparentemente naturale, che il caso diventa perfettamente strumentalizzabile su scala nazionale. Non si insiste più soltanto sull’occupazione o sull’illegalità amministrativa, ma su una presunta pericolosità ideologica. In questo contesto, alcune iniziative politiche e prese di posizione sul conflitto israelo-palestinese vengono progressivamente ricodificate come ambiguità e contiguità, fino all’accostamento diretto con associazioni terroristiche. Un meccanismo sottile di potere che, se letto con attenzione, si fa sempre più evidente e, inevitabilmente, pericoloso. Il potere contemporaneo non governa solo attraverso leggi e sanzioni, ma anche producendo discorsi che definiscono ciò che è dicibile e ciò che deve essere espulso. L’emergenza, così, non descrive la realtà, semmai la crea. 

All’indomani degli scontri, il governo guidato da Giorgia Meloni non si lascia scappare l’occasione. La violenza diventa il carburante perfetto per rilanciare l’agenda securitaria. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi parla di matrice eversiva, esponenti di Fratelli d’Italia invocano nuove misure repressive e la solita linea di “tolleranza zero”. La vicenda di Askatasuna viene così trasformata nella prova di una tesi già pronta, dove il conflitto sociale non è più una domanda politica, ma una minaccia all’ordine, da gestire allargando i poteri di polizia. Coerente con questa impostazione, la risposta arriva puntuale, corredata da classici siparietti commoventi. Touché.

Ed ecco che si fa vivo Bakunin. Lui, ne riconoscerebbe subito il meccanismo in questione: lo Stato non reprime perché il conflitto è ingestibile, ma perché l’autonomia mette in crisi il principio stesso dell’autorità. Ciò che si organizza fuori dalla delega istituzionale non viene trattato come interlocutore, ma come negazione del comando, così anche la repressione serve allora a riaffermare un principio semplice, l’organizzazione sociale è legittima solo se passa dal potere.

Ma il passaggio più tragicomico di questa vicenda riguarda l’opposizione. Se la maggioranza usa l’emergenza come clava, l’opposizione diventa l’ingranaggio che ne garantisce il funzionamento. Non per ingenuità, per convenienza. Spostare la domanda avrebbe significato assumersi un rischio politico reale e costringere il governo a rispondere di responsabilità istituzionali, politiche urbane mancate, gestione degli spazi e diritti collettivi. Avrebbe voluto dire uscire dalla comfort zone della testimonianza e tentare di incidere. Nulla di tutto questo, si preferisce la postura più comoda, quella della prudenza che non espone e della responsabilità che non decide. AVS scambia la radicalità per correttezza morale, parole giuste, indignazione impeccabile e classico posizionamento prevedibile. Una sinistra che denuncia bene ma, quanto a incidenza, resta a zero. Perfetta per scaldare i propri e abbastanza irrilevante da non far paura a nessuno. Forse, uno dei motivi per cui viene tollerata proprio perché innocua, come un cartello “resistenza” appeso in salotto. Il Movimento 5 Stelle, dal canto suo, conferma l’ambiguità di fabbrica, nato antisistema, oggi fa opposizione come si fa un reclamo al servizio clienti. Condanna gli eccessi, ma si guarda bene di toccare l’impianto, criticando il manganello certo, ma senza nominare la mano che lo impugna, né tantomeno il paradigma che lo rende necessario. Il risultato è una politica che recita una parte imparata a memoria, la destra reprime, la sinistra testimonia e il centro galleggia. Tutti al loro posto, tutti puntuali, tutti utili — o inutili — a mantenere l’equilibrio. 

In sintesi, tra scuola di polizia e clown in scena stiamo perdendo il punto. O meglio, il punto viene spostato, con metodo. La vicenda in questione viene ridotta a tifo da divano, chi con i poliziotti colpiti e chi con i manifestanti. E intanto le cause spariscono. Il tifo passa dentro un format che scambia rumore per pensiero, dandoci  l’illusione di avere un’idea, ma chiedendoci solo una posizione rapida e consumabile. Il risultato è materiale, il conflitto viene spostato dove non tocca chi decide e diventa orizzontale. Poliziotti contro manifestanti, ordine contro disordine, “perbene” contro “teppisti”. Una trama perfetta che divide chi subisce e protegge chi governa. La repressione diventa così una risposta normale, persino ragionevole. Quello che richiederebbe governo invece  — spazi, mediazione, politiche urbane — esce dall’inquadratura.

Qui non si protegge la sicurezza, si educa all’obbedienza. E quando pensi che tocchi gli altri, è già tardi.

Serena Parascandolo

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Serena Parascandolo

Serena Parascandolo, classe ’89, napulegna cresciuta tra vicoli, sottoculture di locali underground e sogni infranti. Scrivo di moda, politica e sottoculture con una penna affilata e un cuore malinconico e sorridente, come un ossimoro. Femminista, queer, terrona, mamma. Studio e imparo ancora, perché la strada è lunga e il mondo troppo complicato per accontentarsi. La mia scrittura prova a essere un atto d’amore e una piccola rivolta.
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