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Il lago Natron, in bilico tra la vita e la morte

In Tanzania, nel cuore della Rift Valley africana si trova il lago Natron, un vasto specchio d’acqua salata altamente alcalina, simile all’ammoniaca.

Il continente africano, con le sue caratteristiche continua a sorprendere per la sua unicità. Ai confini con il Kenya, nel nord della Tanzania, c’è uno specchio d’acqua – poco profondo, che raggiunge una lunghezza massima di circa 57 km e una larghezza di circa 22 km – tanto inospitale, quanto ricco di vita e fecondo. 

La storia del lago Natron

Il lago Natron strettamente connesso all’attività vulcanica della regione, é il risultato di una storia geologica al tempo stessa antica e turbolenta, legata ai movimenti del placche tettoniche che hanno modellato il continente africano milioni di anni fa. Il lago vicino al vulcano Ol Doinyo Lengai presenta una concentrazione di minerali alcalini, in particolare carbonato di sodio. Eccezionale: per molti anni, proprio a causa della sua inospitalità, questo luogo è rimasto isolato e poco frequentato dagli uomini. 

Le comunità delle regioni vicine lo hanno sempre considerato come un luogo dalla forza nefasta: il carbonato di sodio, noto fin dall’antichità come natron, veniva utilizzato già dagli egizi per la mummificazione e la conservazione dei corpi ed è proprio per l’utilizzo di questo composto che il lago veniva associato a credenze spirituali ultraterrene. Solo tra il XIX e il XX secolo, grazie all’arrivo degli esploratori europei, quest’area ha iniziato a essere oggetto di osservazione scientifica.

Un ambiente estremo, ma non per tutti…

Il lago, caratterizzato da acque altamente alcaline, presenta dei livelli di pH tra il 10,5-12, valori simili all’ammoniaca industriale odierna. Tali condizioni sono dovute alla scarsa piovosità e alla concentrazione di minerali alcalini. L’acqua, estremamente salata e con temperature che spesso superano i 40° e che possono arrivare fino a 60°, rendono il lago Natron mortale per la maggior parte delle forme di vita, a esclusione di alghe e microrganismi estremofili, come i cianobatteri (ad esempio la spirulina), che rendono le acque del lago di colori sorprendenti, che partono dal rosso acceso fino al rosa. 

Dove altri muoiono, i fenicotteri decidono di nascere

Contrariamente a quanto si possa pensareall’esempio di altri animali, i fenicotteri minori hanno trovato nel lago Natron una sorta di santuario per la loro nidificazione. Ogni anno oltre 1 milione di fenicotteri si radunano nei pressi del lago per riprodursi. Nonostante le condizioni favorevoli, i fenicotteri ogni anno confermano la loro scelta di nidificare questo luogo angusto: le poche minacce dai predatori, il cibo abbondante e le condizioni ideali per l’umidificazione durante la stagione secca trasformano uno dei laghi più temuti al mondo in un esempio di vita estrema. L’adattamento dei fenicotteri ha reso possibile questo fragile equilibrio tra il lago e la vita e ha donato a noi umani un insegnamento, sottolineando come la vita e la natura possano adattarsi dovunque e sempre.

Dove gli animali costruiscono, gli uomini minacciano

Per gran parte della sua storia il lago Natron  è rimasto un ambiente quasi incontaminato: l’uomo ha avuto un rapporto ai limiti con questo territorio, oscillando sempre tra il rispetto e la minaccia. Le comunità Maasai hanno sempre mantenuto un equilibrio sano con l’ambiente; con l’avanzare della modernità e dell’avido uomo occidentale si è pensato di estrarre le risorse minerarie, in particolare il carbonato di sodio, per alimentare l’industria chimica e del vetro. Nel corso degli anni sono stati proposti numerosi progetti di estrazione industriale, mai attuati grazie e soprattutto alla presenza di ambientalisti e biologi che si sono schierati per salvaguardare la chimica delle acque e il livello del lago. Al momento il lago Natron vive un periodo di grande fervore, dovuto alla scelta di renderlo una meta di turismo naturalistico, che ha però così palesato nuove sfide dovute soprattutto a un turismo non regolamentato.

Il ruolo dell’uomo nel lago Natron è come sempre quello di “equilibratore”: le scelte umane possono distruggere un ecosistema straordinario oppure garantirne la sopravvivenza. Nonostante le grandi conquiste, l’uomo resta ad oggi uno dei predatori più pericolosi della biodiversità del pianeta: costruisce umanoidi e sparge colate di cemento, dimenticando quanto di più prezioso abbiamo, la natura.

Antonietta Della Femina

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Antonietta Della Femina

Classe ’95; laureata in scienze giuridiche, è giornalista pubblicista. Ha imparato prima a leggere e scrivere e poi a parlare. Alcuni i riconoscimenti e le pubblicazioni, anche internazionali. Ripete a sé e al mondo: “meglio un uccello libero, che un re prigioniero”. L’arte è la sua fuga dal mondo.
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