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“Juta dei Femminielli”: fede, tradizione e identità in una salita politica del sacro

Non si va a Montevergine per assistere a qualcosa. Si va per esserci.

Ogni 2 febbraio, in occasione della Candelora, il pellegrinaggio dei femminielli verso il Santuario di Montevergine rinnova un rito che appartiene alla storia culturale del Mezzogiorno molto più di quanto lascino intendere le letture folkloristiche o celebrative. La Juta dei Femminielli non è una manifestazione pensata per essere osservata dall’esterno, né un evento simbolico riducibile a immagine. È una pratica collettiva che intreccia fede popolare, memoria e forme di riconoscimento sociale, continuando a interrogare il rapporto tra sacro e norme.

Nel contesto napoletano, il femminiello non coincide con una definizione identitaria moderna. È una figura culturale storica, ambivalente, che attraversa i secoli e ha abitato spazi domestici, rituali familiari e pratiche comunitarie, oscillando tra integrazione e stigma. La cultura popolare non lo ha mai completamente espulso, ma nemmeno ricondotto a una piena normalizzazione. Proprio questa collocazione instabile ha prodotto uno spazio liminale, in cui la differenza non viene risolta, ma mantenuta.

Tentare di tradurre i femminielli esclusivamente attraverso categorie contemporanee — come quella di antenati LGBTQ+ — rischia di semplificare un fenomeno più complesso. La loro funzione culturale non è mai stata quella di incarnare un’identità rivendicata in senso politico, quanto piuttosto di occupare una zona di ambiguità tollerata, a tratti protetta, a tratti marginalizzata. La Juta si inserisce esattamente in questo spazio.

La Juta e Mamma Schiavona

Il termine “juta” significa salita, e nel pellegrinaggio verso Montevergine questo elemento assume un valore centrale. Il cammino fisico verso il santuario rappresenta un passaggio simbolico, dove il corpo che sale entra temporaneamente in un ordine diverso, sottraendosi alle gerarchie e alle regole della quotidianità.

L’origine del rito è legata a una leggenda medievale tramandata dalla tradizione popolare. Secondo il racconto, due giovani amanti omosessuali, condannati a morire assiderati sul monte Partenio, sarebbero stati salvati dall’intervento miracoloso della Madonna, che fece sciogliere la neve e li sottrasse alla punizione. Al di là della sua attendibilità storica, la leggenda svolge una funzione culturale precisa, fondendo l’idea di un sacro che non si esercita come giudizio, ma come protezione nei confronti di chi viene escluso.

Da qui nasce la devozione verso la Madonna di Montevergine, chiamata Mamma Schiavona. Un appellativo che rimanda a una maternità popolare, concreta e schierata, distante da ogni idealizzazione astratta. Mamma Schiavona diventa il riferimento simbolico di una fede che non separa il sacro dalla fragilità umana, ma la assume come parte costitutiva.

All’interno della Juta, la salita è accompagnata da musica, danza e ritmo. Queste pratiche non rappresentano una deviazione o trasgressione dal rito, ma ne costituiscono una forma specifica. Il corpo non è un elemento accessorio del pellegrinaggio, bensì il mezzo attraverso cui la devozione prende forma e diventa visibile. La Juta si configura così come un rito in cui fede popolare, tradizione e soggettività non conformi convivono senza annullarsi.

La Juta oggi, tra visibilità e tensioni

Negli ultimi anni la Juta dei Femminielli ha conosciuto una crescente esposizione pubblica. La copertura mediatica, la circolazione sui social e la partecipazione di figure pubbliche — come Vladimir Luxuria — hanno progressivamente spostato il rito fuori dal suo perimetro originario, trasformandolo in un oggetto di attenzione nazionale. Questo processo ha ampliato gli spazi di riconoscimento, ma ha anche prodotto tensioni evidenti.

La Juta viene spesso letta come simbolo di inclusione e dialogo tra fede e identità non conformi. Una chiave interpretativa legittima, ma non priva di criticità. Il rischio è che un rito complesso e stratificato venga ricondotto a una narrazione semplificata, funzionale a un’idea di inclusione rassicurante, incapace di mettere realmente in discussione le categorie attraverso cui sacro e corpo vengono pensati.

Il tentativo di normalizzazione emerge in modo concreto nelle polemiche ricorrenti sull’ordine pubblico, nelle richieste di contenimento e nelle discussioni sulla forma ritenuta appropriata del pellegrinaggio. Non si tratta di episodi isolati, ma di segnali strutturali, quando un rito popolare diventa troppo visibile, tende a essere regolato e ricondotto entro confini considerati più gestibili.

Eppure, la forza della Juta risiede proprio nella sua resistenza a una traduzione univoca. Nella capacità di tenere insieme devozione, corpo e marginalità senza scioglierli in una narrazione pacificata. La sua storia mostra che il conflitto non rappresenta un’anomalia, ma una componente costitutiva del rito stesso.

Oltre il rito, una pratica che interroga il presente

La Juta dei Femminielli continua a esistere perché non si lascia risolvere in una sola lettura. Non è soltanto tradizione, né esclusivamente fede o rivendicazione identitaria. È una pratica che mantiene aperta una frattura tra sacro istituzionale e sacro popolare. È in questa tensione irrisolta — più che nella sua esposizione mediatica — che la Juta dei Femminielli conserva oggi la sua forza culturale e politica. Finché continuerà a produrre attrito e a mettere in discussione i confini, resterà un rito capace di parlare al presente. 

Serena Parascandolo

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Serena Parascandolo

Serena Parascandolo, classe ’89, napulegna cresciuta tra vicoli, sottoculture di locali underground e sogni infranti. Scrivo di moda, politica e sottoculture con una penna affilata e un cuore malinconico e sorridente, come un ossimoro. Femminista, queer, terrona, mamma. Studio e imparo ancora, perché la strada è lunga e il mondo troppo complicato per accontentarsi. La mia scrittura prova a essere un atto d’amore e una piccola rivolta.
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