Moda e queerness. Origini, significati e contraddizioni di un legame strutturale

Il rapporto tra moda e queerness non nasce come una dichiarazione politica né come operazione di marketing. Nasce prima e altrove.
Affonda le radici in uno spazio storico in cui il corpo, il genere e la rappresentazione erano già terreni di negoziazione, molto prima che le categorie identitarie contemporanee dessero loro un nome.
La moda, fin dalle sue origini moderne, è stata uno dei linguaggi privilegiati attraverso cui l’ambiguità ha trovato forma. Un linguaggio capace di articolare differenze senza doverle necessariamente esplicitare. In questo senso, la relazione con la queerness diventa componente strutturale.
Prima delle identità, il corpo come deviazione
Prima che la queerness diventasse una categoria politica, è stata una condizione sociale vissuta spesso in modo implicito e laterale. La moda ha offerto uno spazio di espressione proprio perché operava su un piano simbolico, attraverso abiti, posture, materiali e silhouette si è permesso di articolare differenze laddove il linguaggio verbale era precluso o addirittura pericoloso.
Nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento, sartoria, costume e stile hanno funzionato come territori di ambiguità controllata. La moda non dichiarava, ma alludeva. Ed è proprio in questa zona grigia che si è costruito uno dei legami più duraturi tra pratica creativa e soggettività non conformi.
Non è un caso che molti ambienti della moda siano stati, storicamente, spazi di maggiore tolleranza rispetto ad altri settori sociali. Atelier, teatri, case di moda, redazioni e backstage hanno rappresentato luoghi in cui la deviazione dalle norme di genere veniva accettata, purché funzionale alla produzione di valore simbolico. Questo dato introduce una prima contraddizione, la moda ha offerto visibilità e possibilità di espressione, ma spesso a condizione che la differenza restasse confinata nel perimetro della creatività. La queerness è stata accolta come cifra estetica, non necessariamente come soggettività politica. Inclusa, ma non sempre pienamente riconosciuta.
Dagli anni Settanta alla politicizzazione dello stile
È tra gli anni Settanta e Ottanta che il rapporto tra moda e queerness cambia passo. L’emersione dei movimenti di liberazione sessuale, l’impatto dell’HIV/AIDS e la politicizzazione dei corpi trasformano lo stile in strumento di affermazione. Il vestire non è più solo allusione, diventa totale dichiarazione. In questo periodo la moda assorbe, rielabora e rilancia codici provenienti da sottoculture queer, club scene e pratiche performative. Tuttavia, anche in questa fase, il rapporto resta asimmetrico, ciò che nasce come gesto di resistenza viene spesso neutralizzato nel momento in cui entra nel circuito commerciale.
Queer come estetica: il rischio della semplificazione
Negli ultimi anni, la queerness è diventata una parola-chiave del discorso fashion. Collezioni, campagne e narrazioni aziendali la utilizzano come sinonimo di fluidità e inclusione. Un passaggio che ha ampliato la visibilità, ma che ha anche prodotto una progressiva semplificazione.
Quando la queerness viene ridotta a stile perde parte della sua carica critica, diventando un’estetica riconoscibile, spendibile e replicabile. Il rischio è che la complessità delle esperienze queer venga compressa in una rappresentazione rassicurante, compatibile solo con le logiche del mercato.
La tensione che attraversa oggi il rapporto tra moda e queerness è tutta qui, da un lato una visibilità senza precedenti, dall’altro una difficoltà strutturale a tradurla in trasformazione reale. Inclusione iconografica e casting diversificati non sempre corrispondono a un ripensamento delle gerarchie, delle filiere, delle condizioni di lavoro e delle logiche di potere.
La moda continua a essere uno spazio in cui la differenza è ammessa, ma spesso solo nella misura in cui produce valore simbolico. Il rapporto tra moda e queerness è fatto di aperture e appropriazioni. La moda ha offerto linguaggi, spazi e visibilità, ma ha anche contribuito a normalizzare ciò che nasceva come scarto. La queerness, nella moda, è la prova del nove. Se resta decorazione, è appropriazione. Se diventa domanda, è critica. E finché la moda userà il corpo per costruire significati, quel confronto non potrà essere evitato, perché non riguarda lo stile, riguarda il potere di decidere cosa è visibile — e cosa no.
Serena Parascandolo
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