“La Grazia”: il ritorno a se stesso di Paolo Sorrentino

Il 15 gennaio nelle sale è uscito l’ultimo film dell’acclamato regista napoletano Paolo Sorrentino. Presentato precedentemente all’ultima mostra del cinema di Venezia, ha portato a casa la Coppa Volpi per l’interpretazione di Toni Servillo. In questo film, Sorrentino ritorna politico, provocatore e profondo…e ammetto che un po’ mi era mancato.
La sempre meravigliosa ed immersiva estetica fotografica del film di Paolo Sorrentino, curata da Daria D’Antonio anche in questa occasione dopo il successo di Partenope, stavolta non prende il sopravvento, ma si presta alla storia. Quella degli ultimi sei mesi da Presidente della Repubblica di Mariano De Santis (Toni Servillo), un intransigente ed impassibile giurista, tanto da essersi guadagnato il soprannome “cemento armato”, con cui anche la figlia Dorotea (Anna Ferzetti) lo appella alle sue spalle, mentre, frustrata, è curva sulla propria scrivania per presentare al padre due proposte di grazia e la proposta di legge sull’eutanasia, che il nostro protagonista dovrà decidere se firmare prima della fine del suo mandato.
Sorrentino, da abile sceneggiatore qual è, prima di essere un poetico regista, si lascia trasportare, e noi al cinema insieme a lui, da un personaggio vero: non tanto per il ruolo istituzionale che ricopre, che è l’espediente narrativo che il regista usa per raccontarlo, ma per i dolori, per le frustrazioni e le paranoie che questo prova. È un uomo che ha rinunciato alla propria ingenuità troppo presto e che cerca goffamente di ritrovare ascoltando Guè Pequeno. De Santis si è chiuso nella rigidità e nell’etica che la sua carica richiede, per non dover aver a che fare con i suoi sentimenti, con le sue debolezze, con ciò che lo rende umano.
Ed ha un’ultima grande occasione per ridiventarlo. Ma sta a sua figlia Dorotea farglielo capire: cerca di provocarlo e di smuoverlo, vuole a tutti i costi metterlo davanti alla condizione di dover scegliere, ma lui da bravo democristiano non sembra voler cedere, tanto da far morire un povero cavallo in agonia, pur di non farlo abbattere. La frustrazione della figlia culmina nella frase che detta il tema del film, a cui il regista cerca di dare una risposta: di chi sono i nostri giorni?
Nella prima parte del film, più didascalica ed a tratti ironica, la risposta a questa domanda per il protagonista sembra abbastanza palese: i suoi giorni sono stati di sua moglie, morta qualche anno prima e quindi sono finiti. Hanno solo lasciato in lui un vuoto incolmabile e la tristezza di aver perso per sempre la capacità di poter fare quello che gli è riuscito meglio nella vita: amare. Ed è proprio quando riesce a sganciarsi dal peso dell’eredità di un tradimento avvenuto 40 anni prima, che il nostro Presidente della Repubblica trova di nuovo il coraggio di amare, ed è proprio grazie all’amore e alla riscoperta del suo significato che riuscirà a prendere una decisione, in una seconda parte commovente e struggente, che eleva il livello della pellicola ai canoni del suo regista.
Come tutti i grandi film, questa è una pellicola che lascia più domande che risposte. I nostri giorni sono semplicemente nostri, quello che possiamo fare per onorarli è sfruttarli per rendere migliori quelli delle persone che amiamo. “La Grazia” di Paolo Sorrentino è un monito di speranza per le vecchie generazioni, che nonostante gli errori del passato, possono ancora fare la differenza per lasciare ai propri figli un posto migliore di quello che hanno costruito.
Francesco Vacca
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