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L’attendibilità storica nell’Odissea di Nolan è davvero così importante?

Il 17 luglio 2026, uscirà in tutte le sale del mondo il film più atteso dell’anno: “The Odyssey”, del visionario regista britannico Christopher Nolan, al quale nessuna storia pare impossibile da raccontare o troppo grande da scomodare.

Così non sembra pensarla però una parte del web, che alla visione del trailer rilasciato da Universal circa tre settimane fa, ha acceso un dibattito (per non dire polemica) sull’attendibilità storica dell’opera. Ma siamo sicuri sia davvero così importante? 

Un profondo suono immersivo. Fade-in su una collina di sabbia dove sono state disposte le sepolture dei caduti di una guerra che si combatte da chi sa quanti anni. Poi, il trailer ci concede l’inquadratura di uno dei personaggi, Agamennone (Benny Safdie) al cui cospetto si inchina Ulisse (Matt Demon). Ma ciò che cattura subito l’attenzione sono le armature che questi indossano. Di un nero intenso, con elmi grossi che coprono interamente la faccia, con lunghi pennacchi che culminano in una catena di vertebre artigianali d’oro e con un mantello nero legato da grandi borchie d’orate con una testa di leone, testimoniando fin da subito che Nolan ha voluto dare una impostazione netta alla storia, reinterpretandola secondo la sua idea, soprattutto nei costumi. 

Ma questo non è piaciuto a molte persone sul web, che hanno criticato, anche con toni ironici e poco contenuti, la scelta del regista, reputandola non attendibile all’epoca storica in cui sarebbe terminata la guerra di Troia. Più di tutto, hanno spopolato video-meme prodotti dall’intelligenza artificiale, in cui i costumi del film vengono sostituti da armature più “attendibili” da un punto di vista storico, fatte in cuoio e con elmi da cui spuntano piccole corna, molto meno ingombranti e impattanti, ma che ovviamente stonano da un punto di vista visivo e di racconto. 

Ed è proprio intorno a questo punto che l’analisi va approfondita. Il bisogno umano di rimanere legati alla realtà storica dei fatti e a ciò che si conosce (anche se andando così indietro nel tempo diventa sempre più labile) è comprensibile, ma da che io ricordi Nolan non è un documentarista. “The Odyssey” non è un’analisi storica delle avventure di Ulisse, ma è un film di finzione e in quanto tale risente dell’idea artistica che il regista ha in mente per trasmettere la chiave in cui ha deciso di caratterizzare il racconto, ma soprattutto i personaggi. 

Come se non bastasse, questo è esattamente ciò che ha fatto colui a cui viene attribuita la paternità dell’Odissea: Omero, che lo aveva già concepito come un racconto di fantasia. La successiva trasmissione orale da persona a persona, da generazione a generazione, non ha fatto altro che aumentarne ancora di più la presenza, riflettendo i sogni e le fantasie dell’epoca di chi lo raccontava, a dimostrazione di come anche un eventuale appiglio al fatto che Nolan non abbia rispettato il racconto di Omero sia del tutto privo di senso. 

Del resto, l’Odissea è un mito e in quanto mito non richiede precisione, ma chiede di essere attraversato. E questo non può essere fatto se in una trasposizione cinematografica di finzione si dà priorità all’accuratezza storica piuttosto che all’estetica. Il cinema è da sempre un’arte visiva, che punta ad emozionare il pubblico con l’impatto che le immagini hanno sulla loro coscienza, reinterpretando la realtà secondo il personale punto di vista di un regista, che può piacere o non piacere (vedesi “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino).

Possiamo dunque convenire che anche stavolta forse “l’internet” ha perso una buona occasione per evitare hating e polemiche inutili, che non fanno altro che renderlo un ambiente tossico. Ma questa è una mera riflessione personale, che in fin dei conti al buon Christopher non tange neanche più di tanto. Perché che se ne parli bene o se ne parli male, l’importante e che se ne parli e dunque, alla fine, questa polemica non ha fatto altro che portare acqua al mulino dell’hype per l’uscita del film, che aumenta giorno dopo giorno.  

Francesco Vacca

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Francesco Vacca

Classe 1999. Dopo una laurea in Economia e lavoro all’estero, ho deciso di rientrare in Italia per dare una possibilità alla mia più grande passione: il cinema. Ho frequentato il Master in Cinema e TV presso l’Università Suor Orsola Benincasa. Ho lavorato su diversi set come assistente alla regia. Nel tempo libero scrivo sceneggiature, realizzo cortometraggi e, naturalmente, guardo film.
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