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Il cervello cambia leggendo? Cosa succede quando leggiamo narrativa

C’è un momento preciso in cui capiamo che un libro non è più solo una storia. Succede quando chiudiamo l’ultima pagina e ci accorgiamo che qualcosa, dentro di noi, è leggermente diverso.

C’è addirittura chi sosteneva che quando si conclude un buon libro si ha la sensazione di perdere un amico. È una sensazione sottile, quasi fisica. E oggi le neuroscienze ci dicono che non è un’illusione. Da anni la ricerca scientifica prova a rispondere a una domanda tanto semplice quanto potente: leggere narrativa cambia davvero il nostro cervello? La risposta, sempre più spesso, è sì. E non solo in senso metaforico.

Leggere storie significa allenare la mente sociale

Quando leggiamo un romanzo, non stiamo semplicemente decodificando parole. Il nostro cervello entra in una modalità particolare, attivando quella che gli scienziati chiamano rete predefinita: un insieme di aree neurali che si accendono quando immaginiamo mondi, ricostruiamo scene, proviamo a metterci nei panni degli altri. È la stessa rete che utilizziamo per comprendere le emozioni altrui, intuire le intenzioni di chi abbiamo davanti, costruire relazioni. In altre parole, la lettura di narrativa esercita la nostra capacità di empatia e di “teoria della mente”, cioè l’abilità di comprendere pensieri e sentimenti che non sono i nostri. Non è un caso se numerosi studi mostrano che chi legge abitualmente romanzi ottiene risultati migliori nei test di cognizione sociale. La narrativa funziona come una palestra invisibile: ogni personaggio diventa un esercizio, ogni conflitto un allenamento emotivo.

Non tutte le letture sono uguali

Ma attenzione: non basta leggere qualsiasi cosa. La ricerca suggerisce che è soprattutto la narrativa capace di lasciare spazio all’interpretazione, quella che non spiega tutto e non semplifica le emozioni, a stimolare davvero il cervello sociale. Le storie che costringono il lettore a colmare i vuoti, a immaginare ciò che non è detto, a convivere con l’ambiguità. In questi casi, alcune aree specifiche del cervello, legate alla comprensione degli stati mentali altrui, lavorano di più. È come se il lettore fosse chiamato a fare uno sforzo in più: non consumare una storia, ma parteciparvi. Dal punto di vista neuroscientifico, leggere narrativa equivale a simulare esperienze. Scene, luoghi, relazioni, emozioni vengono “provate” dal cervello come se fossero reali. È per questo che una storia può lasciarci addosso una sensazione persistente anche giorni dopo averla finita. La narrativa ci permette di vivere vite che non sono le nostre, senza pagarne il prezzo reale. Ci espone a dilemmi morali, a contesti sociali complessi, a emozioni difficili. E ogni volta, il cervello registra, si adatta, crea connessioni.

Un antidoto alla superficialità del presente

In un’epoca dominata da contenuti rapidi, notifiche continue e testi generati automaticamente, la lettura narrativa rappresenta una forma di resistenza silenziosa. Richiede tempo, attenzione, immersione. Tutte competenze sempre più rare. Non sorprende che diversi studi mostrino come leggere regolarmente riduca lo stress e favorisca una maggiore stabilità emotiva. Perdersi in una storia non è evasione: è una pausa rigenerativa, un modo per riorganizzare il caos mentale.

Perché leggere conta ancora, forse più di prima

Nel 2026, mentre l’intelligenza artificiale produce testi e immagini a ritmo industriale, la narrativa umana conserva un valore unico. Non tanto per la trama, ma per la capacità di trasmettere complessità, contraddizioni, zone d’ombra. Leggere narrativa ci rende più attrezzati per stare nel mondo, per comprendere gli altri, per tollerare l’incertezza. Ogni libro diventa un dialogo silenzioso tra menti lontane nel tempo e nello spazio. E forse è proprio questo il suo potere più grande: ricordarci che, prima di essere utenti, consumatori o algoritmi, siamo esseri umani che cercano senso nelle storie. Anche, e soprattutto, in quelle che ci cambiano senza che ce ne accorgiamo. D’altronde ogni libro è un incontro silenzioso che lascia tracce nel modo in cui guardiamo il mondo.

Riccardo Pallotta

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Riccardo Pallotta

Giornalista e social media manager freelance. Tolentinate itinerante, collabora con vari giornali e magazine sia online che offline. Scrive principalmente di ambiente e innovazione tecnologica quando non pianifica strategie di comunicazione ad hoc per aziende e privati. Gira il mondo coordinando gruppi di ragazzi, tra una pausa e l'altra di un allenamento di kung fu Shaolin.
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