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Perché ascoltiamo sempre la stessa musica?

Apriamo Spotify, YouTube o TikTok convinti di scegliere cosa ascoltare. In realtà, molto spesso, stiamo solo confermando ciò che già sappiamo — o crediamo di sapere — di noi stessi. Un gesto quotidiano, apparentemente neutro, che racconta molto più di quanto sembri sul nostro rapporto. 

È qui che entra in gioco il bias di conferma (o pregiudizio di conferma): la tendenza a cercare, interpretare e ricordare informazioni che rafforzano le nostre convinzioni preesistenti, evitando tutto ciò che potrebbe metterle in discussione.

Un meccanismo ampiamente trattato in psicologia cognitiva (Nickerson, 1998) come distorsione del giudizio, oggi amplificato da piattaforme che fanno dell’ascolto personalizzato il loro punto di forza. 

Quando la musica smette di sorprendere

Le piattaforme musicali che personalizzano playlist e suggerimenti amplificano questa tendenza, proponendoci quasi sempre brani simili a quelli che già conosciamo e amiamo. Così, il nostro gusto musicale diventa una bolla: rispecchia chi siamo, mentre tutto ciò che potrebbe sorprendere o destabilizzare viene filtrato o ignorato.

Applicato alla musica, infatti, il bias di conferma si manifesta in modo sottile ma costante. Ascoltiamo artisti che parlano la nostra lingua emotiva, generi che riconosciamo, suoni che non ci spiazzano. Non perché il resto non esista, ma perché non ci viene incontro, o lo ignoriamo dopo pochi secondi.

Playlist come Discover Weekly, Release Radar o ‘Perché ti è piaciuto’… non nascono per sorprenderci davvero, ma per ridurre l’attrito. L’obiettivo non è metterci in crisi, ma tenerci dentro la piattaforma. Così la musica diventa sempre più simile a un riflesso: ci restituisce un’immagine rassicurante di chi siamo già. 

Non è necessariamente un male, ma resta un limite.

Algoritmi: non creatori, ma amplificatori

Spesso si tende a demonizzare gli algoritmi, come se fossero entità autonome in grado di manipolare il gusto. In realtà, fanno qualcosa di più semplice — e più efficace: rafforzano le nostre abitudini. Analizzano ciò che ascoltiamo, quanto restiamo su un brano, cosa saltiamo, cosa salviamo. E poi ce lo ripropongono, leggermente variato, ma sempre riconoscibile.

Il risultato è una sorta di camera dell’eco sonora, in cui ogni nuovo ascolto conferma il precedente. Se ami un certo tipo di indie, te ne verrà proposto altro, simile per atmosfera e linguaggio. Se ascolti rap, resterai dentro quel perimetro. Non perché non esista altro, ma perché non rientra nel tuo profilo.

La personalizzazione, da promessa di libertà, diventa così una forma di chiusura gentile.

Dove è finita la musica underground

Il bias di conferma non riguarda solo gli algoritmi, ma anche il modo in cui usiamo la musica per raccontarci. Oggi più che mai, i gusti musicali sono segni identitari. Dire cosa ascoltiamo equivale a dire chi siamo, a quale comunità apparteniamo, cosa rifiutiamo.

In questo contesto, l’ascolto perde la sua funzione esplorativa e diventa difensiva. Ci si riconosce in un artista, in un genere, in una scena, e si respinge tutto ciò che non rientra in quella narrazione. Il fandom si trasforma in appartenenza, talvolta in contrapposizione. Non si ascolta per capire, ma per schierarsi.

Anche il cosiddetto hate listening — ascoltare qualcosa solo per criticarlo — rientra in questo meccanismo: non apre, conferma.

La bolla dell’ascolto personalizzato

Il problema non è ascoltare ciò che ci piace, ma ascoltare solo quello. Quando la musica smette di sorprenderci, perdiamo una delle sue funzioni principali: metterci in contatto con l’altro, con l’inaspettato, con ciò che non ci somiglia. Una vera e propria comfort zone sonora.

Perdiamo:

  • la scoperta casuale
  • l’educazione all’ascolto
  • il tempo lungo necessario a capire un suono
  • il diritto sacrosanto di lasciarci sorprendere dal suono

L’ascolto diventa rapido, frammentato, continuamente interrotto. Lo skip sostituisce l’attesa. Il singolo prende il posto dell’album. Il lato B — fisico o simbolico — scompare.

Il problema non è il bias in sé, ma quando diventa struttura dominante.
Se ascoltiamo solo ciò che conferma il nostro gusto, la sperimentazione resta ai margini, i generi si irrigidiscono e il dibattito musicale si polarizza. 

La musica perde la sua funzione storica di rottura e contaminazione, diventando un sottofondo rassicurante, che non disturba, non spiazza, non educa. Al contrario, va vissuta, indossata, ascoltata. 

Uscire dal bias, senza moralismi

Liberarsi completamente dal bias di conferma è impossibile, ma se ne può ridurre l’impatto. Non con gesti eroici, ma con pratiche semplici:

  • ascoltare album interi, resistendo allo skip automatico;
  • seguire selezioni curate da persone, non solo playlist automatiche;
  • entrare in un negozio di dischi o accendere una radio;
  • andare a un concerto senza conoscere davvero chi suona.

Non si tratta di nostalgia analogica, ma di reintrodurre attrito, rischio e possibilità. Accettare che la musica non debba sempre piacere subito, né parlarci direttamente. In un presente instabile, quella del passato offre prevedibilità. Non sorprende che revival, reunion e ristampe funzionino così bene: non chiedono attenzione, ma riconoscimento.

La musica non deve darci ragione

In un’epoca in cui tutto tende a confermare ciò che siamo, la musica potrebbe fare il contrario: contraddirci, confonderci, spostarci. Se smette di farlo, se diventa solo una colonna sonora personalizzata e innocua, perde parte della sua forza culturale.

Ascoltare davvero significa accettare di non riconoscersi, restare un po’ a disagio, cambiare idea. In un ecosistema che premia la ripetizione, l’ascolto consapevole è un piccolo gesto di resistenza.

La musica non dovrebbe servirci a darci ragione.
Dovrebbe, ogni tanto, farci cambiare ascolto.

Roberta Aurelio

Immagine generata con IA

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Roberta Aurelio

Roberta Aurelio – Comunica, scrive e respira cultura. Giornalista pubblicista (in progress), appassionata di storie fuori fuoco, concerti sudati e manifesti sbiaditi. Colleziona vinili, parole e istanti analogici. Ama i dettagli e la luce giusta. Rifiuta ingiustizie e condanna i soprusi. Quando scrive, intreccia pensiero critico e sensibilità poetica. Vive a Napoli, con lo sguardo altrove.
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