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Cani, donne, sicurezza. Il mio lasciapassare pesa 20kg, perde pelo e, all’occorrenza, morde.

Tra le 23 e le 6 del mattino, migliaia di donne escono a passeggiare con un cane che pesa più di 15 chili. Non è un dato casuale, è la geografia invisibile della paura, dove un animale domestico diventa strumento di negoziazione con lo spazio pubblico. Parliamo di cosa significa dover “portare rinforzi” per attraversare la propria città.

C’è un momento preciso in cui molte donne si accorgono di aver bisogno di un cane, e no, non è quando si innamorano di un cucciolo in vetrina. È quando, per la quarta sera consecutiva, rinunciano alla corsa serale perché “è già buio”, quando calcolano i percorsi in base all’illuminazione pubblica, quando si accorgono che stanno camminando con le chiavi strette tra le dita come una ridicola arma improvvisata. Allora, a volte, arriva il cane. Preferibilmente non uno Yorkshire.

LA MATEMATICA DELLA PRESENZA

Nel mio studio, quando chiedo alle donne di raccontarmi la loro relazione con lo spazio pubblico, emergono calcoli precisi: lampioni, panchine, strade, vicoli, bar, stazioni… È una geometria della limitazione che molte donne conoscono a memoria, anche se raramente la chiamano con il suo nome: restrizione della libertà di movimento.

Il cane a volte non è solo “compagnia affettiva”, ma un secondo corpo che modifica l’equazione della vulnerabilità. Davanti a un corpo femminile solo, lo spazio pubblico notturno ha troppe variabili incontrollate: sguardi, commenti e presenze che rallentano il passo (o lo accelerano troppo). Aggiungi un cane, meglio se di taglia media o grande, meglio se dall’aspetto vagamente minaccioso, e l’equazione cambia.

Non è magia. È deterrenza basata su secoli di condizionamento culturale. Gli uomini che tendono a invadere lo spazio delle donne con commenti, avances o peggio, operano secondo una logica costi-benefici piuttosto precisa. Una donna sola è, nella loro mappa mentale, disponibile all’interazione. Una donna con un cane è complicata: c’è un testimone non umano, reattivo, un potenziale rischio fisico e soprattutto un elemento di imprevedibilità. Sì, il cane difende. Le chiavi strette nel pugno un po’ meno.

Quello i maschi faticano a comprendere è quanto questa consapevolezza sia quotidiana per le donne. Non è paranoia, è statistica applicata al corpo, il risultato di anni di microaggressioni, di “complimentini” urlati dalla macchina, di inseguimenti camuffati da insistenza romantica, di quella sensazione di essere costantemente valutate nella loro accessibilità.

Il cane diventa quindi un’interfaccia: mette distanza, crea un buffer, dice senza parlare “non sono completamente sola, e no, non sono disponibile per la tua attenzione non richiesta”.

IL PARADOSSO DELLA PROTEZIONE

Ecco il punto dolente: in una società realmente sicura per le donne, i cani sarebbero scelti per affinità caratteriale, non per peso e deterrenza. Invece assistiamo a un fenomeno grottesco in cui le donne devono “armarsi” di un altro essere vivente per esercitare un diritto basilare, quello di muoversi liberamente, che gli uomini danno per scontato.

Parlo con Giulia (nome di fantasia), 28 anni, che mi racconta di aver adottato un mix pastore tedesco dopo un episodio di stalking. «Prima volevo un labrador, ma il volontario del canile, dopo aver sentito la mia storia, mi ha guardato e mi ha detto “Secondo me a te serve Mister”». Mister pesa 40 chili ed è effettivamente molto protettivo. Giulia ora corre alle 6 di mattina, anche d’inverno. Ma mi confida: «Mi fa incazzare che sia andata così. Come se la soluzione fosse che io debba sembrare pericolosa, non che gli altri smettano di essere una minaccia».

È questo il cortocircuito: la responsabilità della sicurezza ricade ancora su chi subisce, non su chi agisce. Le donne devono modificare i loro comportamenti, i loro orari, persino le loro scelte di animale domestico per compensare il fallimento collettivo nel garantire spazi pubblici sicuri.

IL CORPO FEMMINILE È UN TERRITORIO CONTESO

Siamo davanti alla costruzione sociale del corpo femminile come intrinsecamente accessibile nello spazio pubblico. Non è un corpo che semplicemente si muove dal punto A al punto B, ma un corpo interpretato, commentato, toccato e seguito. È un corpo che viene letto come invito o rifiuto, ma mai come corpo neutro.

Il cane interrompe questa narrativa. Certo, sarei delirante se dicessi che i cani interrompono la violenza di genere, ma creano un margine di manovra. Riducono la frequenza degli episodi di molestia, aumentano la percezione di sicurezza, permettono a molte donne di riabitare porzioni di città (e di orologio) che avevano cancellato dalla loro mappa mentale.

Ma a quale prezzo? L’adozione di un cane è impegnativa economicamente, praticamente ed emotivamente, e non tutte possono o vogliono avere un cane. E allora cosa facciamo? Diciamo alle donne che se vogliono correre al parco dopo il tramonto devono prima procurarsi un mammifero di almeno 25 chili?

LA MAPPA INVISIBILE DELLE RINUNCE

Quello che molti uomini non vedono è l’effetto cumulativo di questa negoziazione costante. Non è solo “evito quella strada buia”, è l’architettura completa di una vita costruita intorno alla minimizzazione del rischio. È scegliere la palestra invece della corsa all’aperto, rinunciare al concerto perché finirebbe troppo tardi, il calcolo automatico “posso permettermi di ubriacarmi?” oppure “C’è qualcuno che mi riaccompagna?” o ancora “il taxi arriva sotto casa o devo camminare?”.

LA SOLIDARIETÀ INTER-SPECIE

C’è anche un altro livello, più sottile. Il cane, nella sua animalità, offre una forma di presenza che non giudica. Non ti chiede perché avevi la gonna corta, perché sorridevi, perché eri lì a quell’ora… Il cane c’è, punto. È un’alleanza silenziosa che molte donne descrivono come consolatoria proprio perché priva di quella componente umana che tende a mettere in discussione le scelte della vittima invece che le azioni del colpevole.

E poi c’è il fatto che il cane, oggettivamente, se ne frega della tua perfezione estetica, non ti valuta secondo i canoni della desiderabilità, ti vuole bene, punto. E la sua protezione non è condizionata al fatto che tu sia “abbastanza attraente” o “vestita adeguatamente”: è una forma di sicurezza senza slut-shaming incorporato.

Il crescente numero di donne che sente il bisogno di “armarsi” di cani per muoversi liberamente è il sintomo di un problema che non stiamo considerando. Il problema non sono le donne che escono sole. Il problema è una cultura che continua a trattare i corpi femminili nello spazio pubblico come disponibili all’interazione forzata, al commento, alla valutazione e anche alla violazione.

Il cane è una soluzione individuale a un problema collettivo. Funziona? Purtroppo, spesso sì. È accettabile arrivare a tanto? Assolutamente no.

Non posso chiudere questo pezzo con soluzioni facili, perché ahimé non ce ne sono. Posso però offrire alcune riflessioni per chi, magari, non ha mai dovuto pensarci.

Se sei un uomo, prova questo esperimento mentale. Elenca le cose che fai senza pensarle in termini di sicurezza, come correre con le cuffie, attraversare il parco di notte, fermarti a fumare una sigaretta in una strada poco illuminata. Bene, adesso immagina di dover calcolare il rischio per ognuna di queste. 

Se sei una donna senza cane, sappi che non sei tenuta ad adottarne uno per “stare più sicura”. La responsabilità non è tua. Ma se lo fai, e se funziona, non sentirti in colpa per aver trovato una strategia di sopravvivenza in un sistema difettoso.

La verità è che in una società giusta, i cani sarebbero scelti perché ci piacciono i loro musi stupidi e il modo in cui ci scodinzolano quando apriamo la credenza dei biscotti, non perché pesano abbastanza da farci sentire meno sole quando attraversiamo la nostra città.

E finché una donna mi dirà «con Rex posso finalmente correre al parco la sera» come fosse una conquista e non un diritto basilare, sapremo esattamente quanta strada c’è ancora da fare.

Elisabetta Carbone

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Elisabetta Carbone

Elisabetta Carbone è psicologa clinica e sessuologa con orientamento sistemico-relazionale. Si occupa di relazioni, identità, narrazioni individuali e familiari, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali e sociali che attraversano la psiche. Fondatrice dello studio Oikos, scrive di salute mentale con un linguaggio accessibile ma rigoroso, costruendo ponti tra psicologia e società. Vegetariana convinta, non fa un passo senza Teo, il suo inseparabile compagno a quattro zampe.
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