Workaholism: quando il lavoro diviene ossessione

Che cosa significa identità?
Francesco Remotti, uno dei massimi teorici italiani dell’identità, ne ha dato questa definizione: “L’identità di una cosa è ciò che di essa permane nel tempo e ciò che le è proprio e non è condivisibile con altre cose”.
La definizione è impeccabile sul piano descrittivo se consideriamo la cosa in sé, ma diventa insufficiente se la consideriamo all’interno delle sue relazioni. Perché l’identità di una cosa è sempre il prodotto del suo rapporto con le altre cose del mondo. Questo rapporto tra le cose esiste solo all’interno di una reciproca determinazione così che ogni cosa è sempre autodeterminata e eterodeterminata e la sua permanenza identitaria nel tempo è una proprietà che vive sempre all’interno di un sistema di condivisioni.
Cosa succede quando il rapporto tra identità – individuo e lavoro pesa in maniera disarmonico sulla bilancia?
Il 1° Art. della Costituzione italiana afferma che
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».
Il lavoro quindi rappresenta un prolungamento dell’individuo stesso che vede nella realizzazione e messa in opera delle sue abilità e competenze al servizio della società una forma di appagamento personale.
Quando questo diviene una vera e propria ossessione ci si trova dinanzi a una patologia che prende il nome di Workaholism.
Tale termine fu inventato dallo psicologo statunitense Wayne Oates nel 1971 che unì la parola “work” a quella di “alcolism”. Tale ubriachezza per il lavoro sfugge all’autoregolazione producendo, a lungo termine, effetti negativi ed insoddisfazione che si ripercuotono non solo sul singolo essere, ma anche su chi lo circonda.
Le stime di tale fenomeno sono allarmanti e variano dal 5 al 20% della popolazione lavorativa. L’età d’esordio di tale disturbo tende a collocarsi tra i 30 e i 50 anni, mentre per quanto riguarda le differenze di genere diverse ricerche indicano che le donne sono quelle maggiormente dipendenti dal lavoro rispetto agli uomini, spesso molto più stressate ed esauste nella difficile conciliazione di carriera e famiglia.
I più colpiti sono gruppi professionali di medici, avvocati, psicologi, manager e venditori.
A tal riguardo è utile indicare una ulteriore distinzione tra gli engaged e i workaholic; con il primo termine si fa riferimento alle persone che lavorano molto ricavandone entusiasmo, piacere, soddisfazione, con il secondo invece, individui che manifestano tensione, sensi di colpa, frustrazione, forte stress.
Si tratta di perfezionisti sempre indaffarati che tendono a non delegare perché ritengono che il loro modo di agire sia insostituibile.
Alcuni studi (Matthews & Halbrook 1990) riportano come persone provenienti da famiglie “disfunzionali” cerchino lavori fortemente stressanti.
Il workaholism presenta meccanismi cerebrali simili a quelli riscontrati nelle dipendenze da sostanze. Il coinvolgimento eccessivo del lavoro genera una azione ripetuta dei circuiti cerebrali del piacere e della gratificazione, portando l’individuo a ricercare nel lavoro la fonte primaria di soddisfazione.
Secondo QUINONES e GRIFFITHS (2015) i criteri più comuni con cui si definisce una dipendenza, sebbene il workaholism non sia incluso nel DSM-5 ( La 5ª edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) presenta ugualmente dei criteri comuni con cui si indica una dipendenza:
- La salienza (quando il lavoro diviene l’unica preoccupazione dominante);
- Le variazioni dell’umore;
- La soglia di tolleranza (quando si incrementa il lavoro per regolare il proprio umore);
- L’astinenza;
- Il conflitto;
- La recidiva (la frequente ricaduta in condotte lavorative estenuanti dopo un relativo periodo di controllo).
L’unica soluzione possibile quando ci si trova dinanzi a casi simili è quella di richiedere un supporto psicoterapeutico, per prenderne consapevolezza, individuarne le cause e le strategie da adottare per guarire.
La cifra personale di ciascun essere non è solo determinata dal lavoro, ma dal benessere psicofisico e dalla condivisione del tempo e delle emozioni con gli altri.
Marika Carolla
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