Perché dopo il covid leggiamo più romanzi distopici

I romanzi distopici si sono diffusi su larga scala, diventando sempre più famosi, anche tra coloro che prima non li amavano; è quanto è emerso dopo l’emergenza Covid-19: i lettori dei libri distopici sono aumentati e il genere resiste e conquista.
Ma andiamo con ordine, cos’è un romanzo distopico?
Si tratta di una narrazione che descrive una società futura o immaginaria indesiderabile e terrificante, spesso nata da un’evoluzione negativa di aspetti presenti nella nostra società. Funziona come un avvertimento, presentando scenari oppressivi, totalitari, tecnologicamente controllati, e in cui la libertà individuale è soppressa a favore del potere, spingendo il lettore a riflettere sul mondo attuale.
La narrativa distopica araba presenta costruzioni narrative originali, con un riuscito amalgama di eventi della politica contemporanea e di temi tratti dalla narrativa apocalittica
I romanzi distopici riflettono paure reali, interrogano la politica e le dinamiche di potere, spingendo i lettori a interrogarsi sul futuro. È quanto è accaduto durante l’emergenza Covid-19, in molti si sono chiesti come e quando si sarebbe conclusa, quanto sarebbe durata ancora. La domanda: “e se non ne uscissimo più”, ha perforato la mente di molti, tra paura e limitazioni. Ricordiamo che era vietato uscire, zero interazioni sociali, distanziamento, nessun contatto con altre persone, inesorabilmente soli con le proprie paure. L’unica “via d’uscita” era la lettura, in questo caso non una qualsiasi, ma quella distopica, grazie alla quale si dava voce alle paure sociali rappresentative di un determinato periodo storico, mettendo in luce gli aspetti problematici.
Per quanto riguarda il Covid-19, è come se la pandemia fosse venuta a nutrire un immaginario distopico già ampiamente recepito tanto nella cultura di massa, grazie alla sua capacità di aprirsi a lettori e a spettatori sempre nuovi e sempre più giovani, quanto in quella accademica.
Ricordiamo che i romanzi distopici esistono sin dal passato, tra i romanzi più rappresentativi, quello di George Orwell, 1984, che sottolinea quanto gli uomini siano stati testimoni di un clima psicologico da “due minuti d’odio”, che ha scatenato fenomeni di aggressione xenofoba nei confronti dei cinesi e dei migranti, accusati di portare il virus, ed episodi di brutalità verso solitari joggers, colpevoli di violare il confinamento nei giorni del lockdown. Una situazione al limite del vivibile, non facile da gestire, soprattutto dal punto di vista emotivo. L’impatto con qualcosa di nuovo, ingestibile, sul quale nessuno aveva controllo, ha spaventato parecchio, spingendo i lettori, ma anche chi prima d’allora non aveva mai letto, a cercare possibili vie d’uscita, scappatoie, seppur immaginarie, che potessero lenire le preoccupazioni, tenere a bada i pensieri negativi, dare un pò di conforto.
Quando si legge è come se ci si catapultasse all’interno del libro stesso, immedesimandosi nei personaggi, nelle storie, schierandosi dalla parte di uno, piuttosto che di un altro, ed è proprio questo l’elemento “salvifico” della letteratura distopica.
Nei giorni del lockdown l’isolamento ha funzionato a contrario rispetto ai romanzi distopici, ha saputo ricordarci il valore dei legami sociali in un’epoca che tende a sminuirli, per reiventare e reinventarsi spazi di condivisione, di vicinanza, di leggerezza e di speranza nella distanza.
Per quanto concerne nello specifico, il termine distopico esso nasce, per ironia, da un discorso dell’economista liberista Stuart Mill per ricordare la mancanza di libertà di movimento, di commercio, dunque in un pensiero differente da quello degli inventori dei termini utopistici.
Il concetto stesso di distopia si può collegare ai concetti che identificano la società odierna; usciamo zoppicanti dalla pandemia Covid-19, ma ricordiamo che sono in atto conflitti mondiali gravissimi, che quotidianamente scuotono le coscienze di chi li guarda indignati.
È una continua indignazione, è un pullulare di emozioni contrastanti, tra chi vorrebbe fare di più e chi invece critica chi non fa abbastanza.
Il termine distopico si può ben collegare a questi aspetti, a tutto ciò che caratterizza la quotidianità, a quanto l’appesantisce in modo irrimediabile, come se non ci fosse una via d’uscita. Senza prendere posizione in merito, è verissimo che molti, in seguito al Covid, oppure a causa dei conflitti mondiali, hanno perso il lavoro, è vero che la vaccinazione non è stata data all’inizio solo ai più fragili, è vero che il Green Pass e le isole Covid Free hanno creato un’altra narrazione distopica e tutto ciò entra in contrasto con i principi di una società definibile quantomeno “normale”.
Una crisi come quella vissuta non era mai stata affrontata prima d’ora e proprio in relazione a ciò si avverte il bisogno di comprendere quello che accade, paragonandolo a qualcosa che giù si conoscere.
Il covid ha messo in luce le fragilità di una società che aveva tutto, viveva tranquillamente e improvvisamente ha dovuto inesorabilmente confrontarsi con l’ignoto. Siamo stati costretti all’isolamento sociale, quello che per molti è diventato un riparo anche dopo l’emergenza Covid. Nella propria confort zone si viveva bene, al sicuro e in molti hanno avuto difficoltà a “rimettersi in gioco”.
Ecco dunque l’importanza della letteratura o del genere distopico, la possibilità di vivere in scenari nuovi, ma vicini a sè, che hanno aiutato a “scappare” da ciò che ci spaventava, rendendolo in qualche modo normale.
Ricordiamo che i protagonisti di un romanzo distopico lottano per la propria sopravvivenza per uscire dalle condizioni oppressive in cui hanno capito di trovarsi. Devono ricorrere a misure estreme per proteggere sé stessi e coloro che li circondano, il che di solito significa ribellarsi ai poteri forti. Ed è ciò che è successo a causa del Covid-19.
La narrativa distopica offre quell’allettante “e se” che accende l’immaginazione dei lettori.
Scatena il dubbio, descrive uno scenario brutale, verosimile improbabile ma tecnicamente possibile.
Gerardina Di Massa
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