L’empatia nasce dalla tragedia

Una peculiarità della cultura ateniese del V secolo a. C. è il teatro, tragico e comico. Ancora oggi oggetto di critica risultano la sua nascita, la sua storia e la sua evoluzione, ma di certo è imprescindibile il legame che ha tessuto con la tradizione epica e lirica nella quale si inserì.
La tragedia attinge dalla poesia epica il mito, ma i suoi personaggi – non presentati da un narratore esterno – agiscono in maniera autonoma comparendo sulla scena dinanzi a un pubblico come personalità dotate di una propria psicologia.
Il teatro è azione; l’apparato scenico diviene lo sfondo di una complessa rappresentazione costituita da un coro che canta e danza, un attore che recita e declama e dove il testo è accompagnato dalla musica. Come osserva Aristotele nella Poetica, le possibilità espressive di questo nuovo genere letterario rispetto alla poesia sono limitate. Il richiamo al mito induce per questioni di spazio e tempo a ritagliare solo una parte da portare in scena; un limite – occasione che concede al drammaturgo di scavare a fondo nella psicologia del personaggio e allo spettatore di empatizzare con lui.
La tragedia è uno dei contributi fondamentali che la cultura greca ha consegnato alle civiltà contemporanee e ai posteri, un modello universale nel quali gli uomini possono scoprirsi e riscoprirsi. I suoi elementi costitutivi sono stati individuati nel dolore, nella scelta e nel destino.
Lo scrittore e saggista francese George Steiner ribadisce come questo genere sia estraneo alla concezione ebraico – cristiana del mondo; la cultura greca non conosce redenzione, non riflette un sistema di premi e castighi oltre la vita stessa. Nella tragedia le sofferenze umane non hanno spiegazione, né giustificazione, si limitano ad accadere e basta come parte inevitabile dell’esistenza.
Nell’intreccio tragico l’eroe ha due possibilità e qualunque scelta non lo condurrà alla salvezza, ma solo dinanzi a nuove sofferenze.
Libertà di scegliere e di agire convivono con il senso di limitatezza esercitato da forze esterne con cui l’eroe deve scontrarsi: gli dèi, il caso, il fato, le leggi della comunità, i nemici umani.
Una profonda analisi del fenomeno tragico si deve ad Aristotele che fu il primo a elaborare una teoria basata sui concetti di μίμησις («imitazione») e κάθαρσις («purificazione»).
L’imitazione consiste nel generare una realtà immaginaria che nonostante sia modellata sulla realtà si discosta da essa, perché obbedisce a leggi sue proprie. Anche Platone nella sua opera Repubblica afferma come tutti gli artisti siano “imitatori” poiché generano illusioni partendo dai dati sensibili, esagerando ed esaltando aspetti del reale per suggestionare lo spettatore.
Un involucro nel quale incapsulare l’uditore impedendogli di discernere tra quanto sta vivendo/immaginando e la concretezza stessa del suo essere.
Secondo la formulazione del sofista “Gorgia” «colui che più si lascia ingannare» ovvero trascinare dalle emozioni che tale rappresentazione illusoria genera identificandosi con i personaggi, è lo spettatore più sapiente.
Le forti manifestazioni di emotività collettiva e individuale che la visione della tragedia esercita innescano «attraverso la pietà e il terrore» la purificazione. Il processo della catarsi tragica, così come è stato delineato da Aristotele, prevede una profonda empatia tra il pubblico e l’azione rappresentata, generando un transfert psicologico che produce nell’uditorio una liberazione da tali emozioni. Provare pietà e paura per l’altro ci purifica.
Questo nuovo tipo di emozioni prendono il nome di vicarie, e sono quelle per cui quando ci immedesimiamo in un personaggio diventiamo quel personaggio, sentiamo quello che prova, viviamo le sue esperienze.
Lo spettatore è inconsciamente consapevole del suo essere estraneo, e quindi libero di andare fino in fondo.
Marika A. Carolla
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