“La guerra com’è” al Politeama con Emergency

Scorrono in un cono di acqua limpida, trasparente, le gocce rossastre di un sangue fittizio.
Lentamente, ad una ad una, colorano il cono e tu, mentre ascolti con attenzione Gino Strada che parla, percepisci il cambio di scenario:
da Sesto San Giovanni, a Kabul, da Kabul alla casa di un qualsiasi essere umano, in una qualsiasi parte del mondo che ora sta affrontando ciò che per antonomasia è contro la natura umana stessa.
La Guerra.
Com’è la guerra?
La guerra è quel momento perenne della storia in cui uomini e donne e bambini e animali e natura, si rivoltano verso se stesse, “un’abitudine da sdradicare”, parafrasando le parole di Gino Strada. La guerra è il gocciolare in quel cilindro adagiato di fianco agli strumenti che Teho Teardo sta suonando. Ogni goccia è così immensa da riempire, poi, tutta l’acqua di sangue, rendendola contaminata, imbevibile.
A parlarci è Gino Strada, almeno così pare, perché l’attore che si trova al leggìo, effettivamente, è Elio Germano. Un Elio Germano talmente pieno delle parole ripudianti la guerra, che a noi in platea arriva un’altra voce, chiarissima, evidente. Gino è là.
“R1PUD1A” è la prima parola che compone l’articolo 11 della nostra Costituzione: l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», “La guerra com’è” è il titolo dello spettacolo Emergency sta portando nei teatri d’Italia, senza punto di domanda, secco, veloce, perché la guerra sappiamo bene come sia.
“Una persona alla volta”, questo è il testo a cui si rifanno le letture dello spettacolo, un testo scritto dallo stesso Gino Strada, un testo il cui titolo riassume l’intero soggetto della narrazione: persona.
Persona è quella dilaniata da una mina antiuomo codificata appositamente per mutilare i civili, persona è il militare ucciso dalle schiere nemiche e persona sarà il medico che con le mani piene del sangue di chi arriva, tenta di scegliere chi ha più possibilità di cavarsela.
Atroce.
Ma non siamo tutti umani, noi? Perché ci siamo abituati a morire per vivere? Perché abbiamo accettato che le nostre sorelle e i nostri fratelli, che i nostri figli vengano mutilati, uccisi per… per cosa?
Qualcuno ha mai capito per cosa si combatte, davvero? Un giorno è stata la religione il motivo, un altro il regime e la patria, un altro ancora la conquista, ma la realtà è che nessuna di queste motivazioni stima la reale perdita, quella della vita umana. Ogni frammento perduto in guerra è un tassello che ci avvicina alla disumanizzazzione totale, ogni bomba creata al fine di mutilare, è una bomba creata contro i nostri stessi figli. Anche contro i figli di chi dalla guerra ricava profitto, sì. Anche contro di loro. Perché seppur sembrerà, a chi manda a morire e di morte produce beneficio economico, di essere in salvo, fuori dal mirino, così non sarà: nessun figlio viene risparmiato nel momento della disumanizzazione, della collera e del delirio capitalistico delle guerre. E allora quel figlio non morirà di bombe, ma un giorno morirà di eccessi, di apatia e scoprirà, in punto di morte, di non essere vissuto.
La guerra non solo di chi muore, la guerra è anche di chi resta e finge di non averla sentita.
Così, le parole di Gino entrano sotto la pelle, la musica di Teardo mantiene suspance e colore mentre negli occhi di ascolta si avvicendano le immagini dei bambini senza futuro, delle madri senza grembo. Non l’abbiamo già vissuta abbastanza questa tortura? Non abbiamo perso i nostri amori in due guerre? Non abbiamo già salutato e poi dedicato monumenti a chi firmava con una X e credeva di provvedere a una famiglia già morta prima di poter mangiare? Siamo così recidivi?
Ecco, io dico di no, perché se Gino Strada, se Elio Germano con la voce di Gino, mi ha trasmesso una cosa, è proprio questa: un’utopia può prendere la più veloce delle impennate, se noi tasselli del mondo lo desideriamo e ci uniamo. La nostra catena solidale (ndr Leopardi lo aveva già raccontato ne “La Ginestra”), i nostri figli seduti oggi a teatro contro la guerra, sono la realtà più grossa che possiamo auspicarci per calpestare una volta e per tutte l’abitudine a combattere.

Così, mentre aspetto il Sindaco Manfredi, mi guardo il braccio e mi ricordo di Parthenope, la mia sirena, la mia città e vedo la sua nascita dal mare, le guerre che la affliggono, anche senza mine. La guardo ricordandomi di Lenù e Lila, la guardo pensando a Eduardo, la guardo pensando Giò Giò e mi sposto col pensiero verso l’ampissimo campo di battaglia che è la storia: Napoli ripudia la guerra e accoglie Emergency, la sua campagna e i suoi obiettivi, ma Napoli deve correre verso l’utopia, tranciare le mine antiuomo che la devastano, potenziare l’arma più violenta di sempre e uccidere, dilaniare, combattere contro la guerra. Napoli deve investire nell’istruzione dei suoi figli, ma non solo i figli che vanno a teatro di sabato sera con mamma e papà, Napoli deve spostare il teatro, l’istruzione e la cultura verso i figli della guerra quotidiana che delle guerre nel mondo non hanno voglia di immischiarsi e che, però, non sanno che le guerre del mondo sono anche la loro stessa guerra.
“Dobbiamo portare noi alle persone queste iniziative, non aspettare che le persone vengano da noi”, mi dice Manfredi, “parrocchie, associazioni, scuole e prossimità sono alla base di ciò che possiamo fare nel contrastare, tramite l’istruzione e la cultura, ogni forma di guerra”, mi racconta Gaetano Manfredi, Sindaco di Parthenope.
Siamo noi, ma noi chi? Noi Comune, noi docenti, noi funzionari, medici e lavoratori domestici, noi tutte e tutti, nel nostro quotidiano, nelle nostre possibilità, è così che si accelera l’utopia. Fermarsi e dire che “tanto poi non cambierà nulla”, non ha mai cambiato niente davvero.
Quindi, la guerra com’è, chiedo a tutti voi? La guerra com’è? Lontana nel tempo e nello spazio?
Se così fosse, Emergency non esisterebbe, nel mondo e in Italia, ma fortunatamente Emergency esiste e noi possiamo scorrere nello stesso mare di chi ha scelto di remare contro la morte.
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
“La Ginestra”- G. Leopardi
Benedetta De Nicola




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