Aprile 2026: i dischi da ascoltare, tra ritorni, visioni e nuove traiettorie

Aprile si apre come un mese attraversato da tensioni diverse, ma sorprendentemente complementari: da una parte il bisogno di tornare all’essenziale, dall’altra la spinta a ridefinire linguaggi e forme.
Ne emerge una mappa sonora stratificata, in cui ogni uscita sembra dialogare con un’idea precisa di trasformazione, tra ritorni consapevoli e nuove traiettorie.
Tra i ritorni più attesi ci sono i Foo Fighters, che con Your Favorite Toy rimettono mano alla propria identità sonora guardando indietro. Il disco nasce da una prima fase costruita da Dave Grohl in solitaria, attraverso demo domestiche che richiamano l’approccio del debutto della band. Solo in un secondo momento il resto del gruppo ha stratificato gli arrangiamenti, dando forma a un lavoro che recupera un’urgenza quasi primitiva, lontana dalle produzioni più levigate degli ultimi anni. Più che un’operazione nostalgica, è un tentativo di riallinearsi a un nucleo originario, emotivo prima ancora che stilistico.
Un ritorno alle origini, ma in direzione opposta, è quello di Bon Iver, che in Volumes One prosegue il suo percorso di sottrazione. Le nuove tracce si muovono in uno spazio rarefatto, dove la voce si dissolve nella trama sonora e la forma canzone perde centralità, lasciando emergere strutture fluide, quasi ambientali. È un disco che richiede attenzione, che si sottrae all’immediatezza per costruire un ascolto più immersivo e stratificato.
Sul versante più intimo, Arlo Parks torna con Ambiguous Desire, un lavoro che approfondisce la sua scrittura emotiva senza smarrire la delicatezza che l’ha resa riconoscibile. Il racconto resta personale, quasi diaristico, ma si apre a una dimensione più ampia, dove vulnerabilità e consapevolezza diventano strumenti di connessione. La sua è una forma di minimalismo emotivo che continua a trovare equilibrio tra fragilità e lucidità.
A muoversi su coordinate completamente diverse è Thundercat, che con Distracted conferma la propria identità ibrida. Funk, jazz e suggestioni digitali convivono in un progetto che alterna leggerezza e complessità, mantenendo quella cifra ironica e virtuosistica che lo rende immediatamente riconoscibile. Un disco che gioca con la forma senza mai perdere controllo, sospeso tra tecnica e istinto.
Sul fronte più radicale si collocano i Sunn O))), che con Sunn O))) portano avanti la loro ricerca sulle frequenze e sulla materia sonora, trasformando l’ascolto in un’esperienza fisica prima ancora che musicale. Una tensione simile, ma declinata in chiave hip hop, attraversa anche Pompeii // Utility, il progetto condiviso da Earl Sweatshirt, MIKE e Surf Gang: un lavoro che sfugge alle strutture tradizionali, costruendo un flusso frammentato e istintivo, in bilico tra l’estetica sLUms e le derive più fredde del rap newyorkese contemporaneo.
Aprile è anche un mese che tiene insieme generazioni diverse. Ringo Starr torna con Long Long Road (in uscita il 24 aprile), scritto e prodotto insieme a T Bone Burnett. Il disco, composto da dieci tracce e arricchito da collaborazioni con Billy Strings, Sheryl Crow e St. Vincent, è l’atteso seguito di Look Up, album che ha scalato le classifiche lo scorso anno. Il lavoro si muove tra radici country e tradizione americana, costruendo un percorso che riflette l’eredità musicale dell’artista senza ridursi a semplice esercizio nostalgico.
In una dimensione più narrativa si colloca Indigo Park di Bruce Hornsby, che torna con un lavoro capace di fondere songwriting e ricerca armonica, mantenendo quella profondità compositiva che ha sempre contraddistinto il suo percorso.
Nel sottobosco più sperimentale trova spazio anche Vol. II degli Angine De Poitrine, duo canadese che continua a muoversi ai margini con un approccio radicale. Il loro “mantra-rock dada-pythago-cubiste” combina microtonalità, teatralità e costruzione sonora in un linguaggio che sfugge alle categorie, accompagnato da una lingua che sembra arrivare da un altro pianeta.
La scena italiana, nel frattempo, si muove con altrettanta varietà. Blanco con Ma’ prosegue il suo percorso tra esposizione emotiva e immediatezza, mentre Rancore in Tarek da colorare sviluppa ulteriormente il proprio immaginario complesso, tra scrittura e costruzione concettuale. Più diretto è invece l’approccio di Shiva, che con Vangelo si muove dentro coordinate urban mantenendo una forte impronta personale. Torna anche Cosmo, a due anni da Sulle ali del cavallo bianco, con il nuovo album La fonte. Scritto, prodotto e suonato insieme ad Alessio Natalizia — produttore e musicista londinese noto come Not Waving — il disco segna un ulteriore passo nella sua ricerca sonora. In uscita il 17 aprile per Columbia Records, Sony Music Italy e 42Records, si inserisce nel suo percorso come una nuova tappa di equilibrio tra impulso elettronico, scrittura e tensione emotiva, confermando la volontà di muoversi su un linguaggio sempre più ibrido tra club culture e introspezione.
A completare il quadro ci sono lavori come Madre lingua di Zara Colombo e Disincanto di Madame, che, pur su piani diversi, condividono una tensione verso la ricerca identitaria e linguistica, muovendosi tra sperimentazione e introspezione.
Quello che emerge, nel complesso, è un mese in cui la musica non si limita a uscire, ma sembra interrogarsi su se stessa. Che si tratti di ritorni alle origini, di sperimentazioni radicali o di scritture intime, ogni disco contribuisce a ridefinire il perimetro dell’ascolto contemporaneo. Aprile non offre risposte, ma nuove domande. Ed è proprio in quello spazio incerto che la musica torna a farsi necessaria. Dopotutto, lo suggerisce anche il proverbio: “Aprile, dolce sentire.”
Roberta Aurelio
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