“ROSA” al Mamamu: la rivoluzione poetica di Paolo Benvegnù riparte da Napoli

Sabato 30 maggio alle 21.30 il debutto del progetto-omaggio prodotto da Officine della Cultura con musicisti, collaboratori e compagni di viaggio del cantautore.
L’ultima volta che ho visto Paolo Benvegnù era in TV, ospite di Stefano Bollani a Via dei Matti n°0, la sera prima della sua scomparsa. Ricordo di aver inviato subito uno scatto della puntata agli amici del Mamamu, il locale dove circa dieci anni fa l’avevo ascoltato dal vivo per la prima volta. C’era orgoglio in quel gesto, la felicità quasi infantile che finalmente anche la televisione pubblica si fosse accorta di lui, della sua immensa e obliqua statura. Del resto, era impossibile non lasciarsi attraversare dalla sua musica. Paolo riusciva a creare un’atmosfera cristallizzante anche in quindici metri quadri di club, calamitando ogni respiro senza sforzo apparente e spingendo chiunque ad accogliere la solitudine come proiezione di sé, Nel Silenzio.
Aveva un dono raro, un’anomalia nel mercato discografico italiano: un’irriducibilità commerciale che coincideva con una compiutezza artistica assoluta. Un poeta lunare prestato alla canzone d’autore.
Ci sono artisti che lasciano un solco profondo proprio sottraendosi al centro esatto della scena. Benvegnù ha abitato oltre trent’anni di rock alternativo e sperimentazione mantenendo una scrittura ferocemente personale, filosofica e umana. Candidato per ben otto volte al Premio Tenco – vincendo nel 2024 la Targa per il miglior album con È inutile parlare d’amore e sfiorando la vittoria per la miglior canzone con la straordinaria L’Oceano – era soprattutto una presenza rara fuori dal palco. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un uomo di “categoria superiore”: buono, profondamente empatico, ironico, con una naturale propensione per la poesia applicata alla vita di tutti i giorni.
Per questo ROSA, il progetto che debutterà questo sabato sul palco del Mamamu, non ha il sapore di una semplice commemorazione liturgica. A un anno dalla sua scomparsa, questo cantiere aperto nasce per non interrompere un discorso artistico e umano rimasto bruscamente a metà. A guidare l’operazione c’è Luca “Roccia” Baldini, storico braccio destro della sua lunga fase solista, legato a Benvegnù da oltre vent’anni di fraterna amicizia. Accanto a lui si riunirà la famiglia musicale del cantautore: Sara Mazo e Giorgia Poli, compagne di viaggio fondamentali nella stagione degli Scisma – la band che negli anni Novanta ridefinì i confini dell’alternative rock italiano con capolavori sotterranei come Rosemary Plexiglas e Armstrong – insieme a Mariel Tahiraj, Manuel Schicchi e Giorgio Cedolin, complici incontrati nelle diverse stagioni di un percorso che Paolo ha sempre preteso collettivo, mai individuale.
Fu proprio dopo la fine dell’esperienza con gli Scisma che Benvegnù iniziò a edificare una delle discografie più solide, rigorose e riconoscibili della canzone d’autore contemporanea. Un cammino solista inaugurato dalla grazia di Piccoli fragilissimi film, passato per l’intensità de Le labbra e culminato in quel monumentale concept album che è Hermann – da molti considerato il suo vertice narrativo – fino alle ultime tappe della sua produzione. Una discografia che si è mossa costantemente tra fragilità, spiritualità, disillusione e bellezza, senza mai perdere un millimetro di tensione poetica e di amore.
Nelle intenzioni dei musicisti, lo spettacolo farà convivere canzoni, letture e diversi brani inediti scritti a quattro mani da Benvegnù e Baldini. Ma è nel nome stesso della rassegna, ROSA, che si svela l’architettura concettuale della sua poetica. Non è un titolo univoco, ma un termine che stratifica significati profondi: richiama l’universo ecologista dell’EP Solo fiori, dove la natura si riprende con grazia e ferocia gli spazi sottratti dall’uomo; evoca la traccia Rosa Lullaby, una riflessione che scardina l’idea di pazzia per trasformarla in una lente laterale e pura con cui decodificare il mondo; ed è, infine, un omaggio intimo a Rosa, la madre di Paolo, oltre che una dedica speculare alla forte presenza femminile nella band.
Il futuro di questo progetto è ancora tutto da scrivere, ma c’è un sogno che accomuna chiunque abbia amato la sua mente: vedere Paolo Benvegnù studiato anche fuori dai confini della musica, per la profondità letteraria e filosofica della sua scrittura. Era un poeta, un filosofo, un agitatore culturale. Una necessità rimarcata spesso dallo stesso Baldini, convinto che il modo di scrivere di Paolo – così distante dalle modalità frettolose e algoritmiche dei nostri tempi – sia un atto liberatorio e profondamente rivoluzionario. Una lezione umana, prima ancora che artistica, capace di insegnare a stare accanto agli altri senza invaderli, riconoscendo in ciascuno una forma irripetibile di unicità.
Nel suo ultimo album compare un brano che oggi suona come un testamento ironico e amaro: Canzoni brutte. “Scrivere canzoni brutte / che possan piacere a tutti e a tutte”, cantava, fotografando anni di pressioni industriali e il suo rifiuto totale di allinearsi alle logiche del mercato. Ma il punto è che Paolo non ha mai saputo scrivere canzoni “brutte”. Sapeva partorire solo pezzi complessi, spigolosi, a tratti scomodi, che esigevano tempo, silenzio e presenza.
ROSA si preannuncia così come un racconto, una festa e un nuovo inizio per “frantumare le distanze”, citando l’incipit di Cerchi nell’Acqua. In quel testo si parla di “superare le resistenze”, ma nella ripetizione successiva la frase devia, quasi per errore o illuminazione, in “superare le esistenze”.
È qui, in questo scarto trascendentale, che risiede la magia di Benvegnù: la capacità di portarci oltre la materia, oltre la perdita, lasciando la sua voce e il suo pensiero aperti sul futuro.
Roberta Aurelio
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