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Perché raccontiamo tutto online? Psicologia dell’intimità pubblica nell’era social

C’è stato un momento preciso in cui il privato ha smesso di essere “un posto”, non una data, non un evento singolo, ma un lento scivolamento: la confessione che prima facevi al prete, poi all’amica del cuore, poi alla terapeuta, poi, quasi senza accorgertene, al feed di 847 persone che ti seguono online da quando hai postato quella ricetta 3 anni fa. 

Il dolore che prima si portava in silenzio, adesso si porta in caption: il lutto, la diagnosi, il tradimento, l’ansia da prestazione, il disturbo alimentare che hai finalmente nominato: tutto lì, disponibile, commentabile, salvabile nelle storie in evidenza.

La domanda non è se questo sia giusto o sbagliato, perché è una domanda troppo povera per un fenomeno così complesso, e soprattutto troppo moralista per essere utile. La domanda più interessante, quella che vale la pena portare in giro per un po’ senza risponderle troppo in fretta, è un’altra: cosa cerchiamo, esattamente, quando rendiamo visibile il privato? Cosa speriamo succeda quando premiamo il tasto “pubblica”?

Il bisogno di essere visti, ma davvero visti

L’essere umano non ha solo bisogno di cure fisiche, ha bisogno di essere testimoniato, di esistere nello sguardo di un altro. Bowlby lo aveva intuito costruendo la teoria dell’attaccamento e Stern, studiando i neonati con una precisione quasi millimetrica, ha descritto qualcosa che ha chiamato sintonizzazione affettiva, quel momento in cui la madre non solo risponde al bisogno del bambino, ma lo rispecchia, lo riconosce, dice in sostanza: ti vedo, quello che provi è reale, tu sei reale.

Non è un dettaglio minore ma uno dei bisogni fondativi dell’esistenza umana: cresciamo, invecchiamo, ci complichiamo… ma il bisogno non sparisce. Si sofistica, si traveste, si adatta ai mezzi disponibili, cambia forma secondo il periodo storico, il contesto culturale, la tecnologia accessibile.

E quando i mezzi disponibili diventano piattaforme progettate da team di ingegneri il cui unico obiettivo misurabile è il tempo che trascorri sullo schermo (piattaforme che massimizzano l’engagement, che premiano la condivisione emotiva perché genera più interazione della condivisione razionale) il bisogno di essere testimoniati trova un canale sempre aperto, sempre reattivo e pronto a rispondere con un cuoricino alle 3 di notte.

Il problema non è il bisogno, che è umano, legittimo e antichissimo. Il problema è che il cuoricino non è una sintonizzazione affettiva, ma una funzione minima, un gesto che costa zero, misurabile e reversibile con un tocco. Ma neurobiologicamente, per una frazione di secondo, lo schema si attiva lo stesso: il sistema di ricompensa risponde e poi vuole ancora. Questa è la struttura di base di qualunque meccanismo che genera dipendenza: una ricompensa intermittente, variabile, appena abbastanza reale da sembrare soddisfacente e appena abbastanza insoddisfacente da farci tornare.

Lettino senza pareti: i social come spazio para-terapeutico

C’è una categoria di contenuti che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita senza precedenti, accelerata ulteriormente dalla pandemia e dalla crisi della salute mentale che ne è seguita: la terapia in pubblico. Non intendo le psicologhe che fanno psicoeducazione (quello è divulgazione, un’altra cosa con le sue specifiche complessità). Intendo le persone che usano i social come setting in cui elaborare, in tempo reale, sotto gli occhi di un pubblico.

Il racconto del trauma d’infanzia in 10 slide con font pastello e frecce illustrative, la storia su Instagram dove qualcuno piange e dice “oggi è stata una giornata di merda e avevo bisogno di dirvelo”, il thread che comincia con “non so bene perché lo sto scrivendo qui ma…” e poi segue per 20 messaggi in una confessione dettagliata su qualcosa di molto intimo, il carosello che si apre con “finalmente ho capito perché faccio sempre le stesse scelte sbagliate” e che in 24 ore raccoglie 3.000 salvataggi e 200 “amo, troppo noi!”.

Quello che succede in questi spazi assomiglia, in superficie, a quello che succede in terapia: c’è narrazione, c’è esposizione emotiva, c’è l’altro che ascolta. Per chi lo pratica, può dare un sollievo reale e immediato, ma mancano alcune cose strutturalmente cruciali.

Manca la riservatezza, e non nel senso legale del termine, nel senso che quello che dici rimane, viene archiviato, può tornare in forme che non controlli. Manca la cornice contenitiva: il setting terapeutico non è solo un luogo fisico, è una struttura che protegge il processo, che lo rende abbastanza sicuro da permettere al materiale più fragile di emergere senza distruggerci. Manca soprattutto la bidirezionalità reale: l’audience non risponde davvero, non ci tiene davvero, non sa davvero chi sei al di là di quello che hai scelto di mostrare in quel momento.

E c’è un elemento temporale che merita attenzione: l’elaborazione psicologica ha i suoi tempi, che non coincidono con i tempi dell’engagement. Un trauma che viene narrato pubblicamente prima di essere stato anche solo parzialmente digerito non diventa più digerito per il fatto di essere stato narrato, anzi, può fissarsi in una forma ancora più rigida, diventare un’identità narrativa pubblica che poi è difficile abbandonare anche quando sarebbe necessario farlo per crescere.

Questo non significa che raccontarsi pubblicamente non abbia valore, ma ha un valore diverso da quello terapeutico, e a volte prezioso: rompere la vergogna, trovare rispecchiamento in altri con esperienze simili, costruire comunità intorno a esperienze marginalizzate. Ma confondere i due piani, la narrazione pubblica con l’elaborazione terapeutica, può essere costoso in modi che non sempre sono immediatamente visibili

La linea che non è mai stata fissa

Prima di cedere alla tentazione del una volta era meglio vale la pena ricordare che il confine tra pubblico e privato non è mai stato una categoria naturale, universale o stabile. È sempre stato un costrutto culturale, negoziato, variabile nel tempo e nello spazio.

Nel Medioevo si dormiva in molti nello stesso letto, ospiti inclusi, spesso sconosciuti; la nascita, la malattia, la morte erano eventi comunitari, non domestici; la sofferenza si portava collettivamente perché non c’era alternativa strutturale all’esposizione. La privacy come valore è una conquista relativamente recente, storicamente situata, figlia della borghesia ottocentesca e dell’architettura che la sosteneva e la rendeva possibile: la camera da letto individuale, il diario segreto con la serratura, la lettera sigillata e affidata al portalettere, la stanza dove piangere da soli…

Quello che stiamo vivendo non è necessariamente una regressione verso qualcosa di primitivo, è una riconfigurazione disomogenea e contraddittoria. I contorni del privato si stanno ridisegnando in modo non uniforme: alcune cose che erano privatissime (come la salute mentale, la sessualità, il dolore psicologico e il lutto) vengono portate volontariamente in piazza, mentre altre (certi dati comportamentali, certi pattern di consumo, certe abitudini estratte algoritmicamente) vengono prelevate silenziosamente senza che ce ne accorgiamo o ci venga chiesto il consenso in modo davvero informato.

La sovraesposizione volontaria e la sorveglianza involontaria sono le due facce della stessa trasformazione culturale e tecnologica. Eppure quasi tutto il dibattito pubblico si concentra sulla prima, come se l’oversharing fosse il vero problema.

Chi sei quando qualcuno ti guarda

Goffman, sociologo canadese, negli anni ‘50 ha proposto un’idea che all’epoca sembrava una metafora e adesso sembra una descrizione letterale della vita online: la vita sociale come performance. Ognuno di noi mette in scena sé stesso in contesti diversi, per pubblici diversi, con costumi e copioni differenti. Non è falsità: è la struttura normale dell’identità sociale.

I social hanno introdotto una novità radicale che Goffman non poteva anticipare: l’audience è sempre presente, anche quando non stai interagendo attivamente. C’è un pubblico immaginario (i follower) che comincia ad abitare la mente anche fuori dallo schermo, anche quando il telefono è in tasca e la giornata è la più ordinaria possibile.

Questo concetto (imaginary audience) era stato sviluppato da Elkind negli anni ‘60 per descrivere una caratteristica tipica dell’adolescenza, quella sensazione di essere sempre al centro dell’attenzione altrui, di avere sempre qualcuno che guarda. Nella prospettiva di Elkind questa era una fase che, crescendo, si superava. Adesso descrive una condizione trasversale all’età: il pubblico immaginario non è più solo una fantasia adolescenziale, è stato materializzato, reso concreto e dotato di nome utente.

Il pubblico cambia profondamente il modo in cui viviamo le esperienze: non solo le viviamo, ma le pre-narrativizziamo. Accade qualcosa di significativo e quasi contemporaneamente si attiva una voce parallela che dice: Come lo racconterei? Vale uno screenshot? È una storia o un post? Questo ha un titolo? Il momento vissuto e il momento già-narrato si sovrappongono fino quasi a coincidere, e a volte si scambiano di posto, il racconto precede l’esperienza, la orienta, la modifica.

La funzione identitaria di questa narrazione è reale e non banale: raccontarsi è uno dei modi più antichi che abbiamo per capire chi siamo. La narratività è strutturante. Il problema non è narrare, ma è quando il racconto diventa più urgente dell’esperienza, quando la forma che una cosa assume per essere pubblicata prende il sopravvento sulla cosa stessa. 

I rischi che nessuno vuole nominare (senza sembrare “bacchettone”)

C’è un doppio vincolo nel parlare di sovraesposizione online: se sottolinei i rischi sembri nostalgico, reazionario, o peggio uno di quelli che non capisce i social. Se non li nomini, fai un’analisi incompleta. Proviamo a nominarli senza moralismi.

  1. Il primo rischio è la cristallizzazione identitaria. Quando racconti pubblicamente una fragilità (una diagnosi, un pattern relazionale o una storia familiare) e quella narrazione riceve visibilità e risonanza, diventa difficile abbandonarla anche quando hai fatto un percorso e non ti appartiene più allo stesso modo. L’identità pubblica si irrigidisce intorno a quel racconto e i follower si aspettano coerenza. E la crescita (che è per definizione non lineare) fatica a trovare spazio.
  2. Il secondo è l’esposizione asimmetrica: tu condividi, ma non sai davvero chi ti guarda, come ti “usa”, cosa fa con quello che gli hai dato. La sensazione di comunità che si crea intorno a certi contenuti vulnerabili è reale, ma è anche parziale… è un’intimità a senso unico, in cui una persona si apre e migliaia restano al sicuro nell’anonimato dello scroll.
  3. Il terzo, forse il più sottile, è la sostituzione. Quando il racconto pubblico funziona abbastanza bene da dare sollievo, c’è il rischio che sostituisca, anziché integrare, gli spazi più lenti e profondi di elaborazione come la terapia, l’amicizia vera e la relazione intima. Non perché i social siano falsi ma perché sono veloci (e il processo di cura non lo è).

Allora: perché lo facciamo?

Perché il bisogno di essere testimoniati è reale e urgente, perché in molti contesti il tessuto comunitario che una volta conteneva questo bisogno (come la famiglia allargata, il vicinato, la comunità religiosa, l’amicizia che dura decenni ecc.) si è rarefatto, frammentato, reso impossibile dalla mobilità geografica e dalla velocità dei cambiamenti sociali.

Ma anche perché i social offrono un’accessibilità e una reattività che nessuna relazione umana può garantire alle 3 di notte, quando l’insonnia fa il paio con il pensiero ricorsivo che non riesci a fermare. E dire “sto soffrendo” ad alta voce, anche a degli sconosciuti, a volte rompe un isolamento che altrimenti sarebbe insopportabile. La vergogna prospera nel silenzio e nominare pubblicamente qualcosa può essere un atto politico oltre che personale: dire questo esiste, non sono sola, non sono sbagliata è una forma di resistenza alla norma che imponeva di tenerlo nascosto.

E perché, come dicevamo, raccontarsi è uno dei modi più antichi che abbiamo per costruire un senso di sé. Il problema non è la narrazione in sé ma la velocità a cui la esponiamo prima ancora di averla capita. È la pressione dell’engagement che trasforma il processo in prodotto finito, lo scambio, spesso inconsapevole e spesso incentivato da architetture che ci guadagnano, tra intimità e visibilità, insomma, tra essere visti davvero e avere molti spettatori.

Sono cose diverse che producono effetti diversi. E nutrirsi di visibilità sperando che saturi il bisogno di intimità è forse la dinamica più silenziosa e più diffusa di questo momento storico… Non sempre, ma abbastanza spesso da valere la pena fermarsi a chiedersi, la prossima volta che si ha il dito sul tasto “pubblica”: cosa sto cercando, esattamente? E questo è il posto giusto per cercarlo?

Elisabetta Carbone

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Elisabetta Carbone

Elisabetta Carbone è psicologa clinica e sessuologa con orientamento sistemico-relazionale. Si occupa di relazioni, identità, narrazioni individuali e familiari, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali e sociali che attraversano la psiche. Fondatrice dello studio Oikos, scrive di salute mentale con un linguaggio accessibile ma rigoroso, costruendo ponti tra psicologia e società. Vegetariana convinta, non fa un passo senza Teo, il suo inseparabile compagno a quattro zampe.
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