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La vita giovane

Dove finiscono i sogni di un’intera generazione? Ci sono ancora davvero generazioni che riescono a coltivare sogni?

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? La prima volta che ho letto questa frase nel romanzo, l’ho sottolineata e ci ho scritto una nota di fianco.

La nota dice: per me brutta. Allo stesso modo, poi, andando avanti, questa frase l’ho sottolineata parecchie volte nel corso della narrazione. Nel penultimo capitolo del libro, l’unica volta in cui l’autore non la scrive sotto forma di pensiero del personaggio, ma la inserisce in un dialogo diventando domanda reale, l’ho sottolineata e ci ho messo una nuova nota di fianco: molto bella. E sì, perché quella frase, nell’arco del romanzo, fa il giro e diventa, forse, il centro dell’intera storia. Era già così, per l’autore, per me invece no, lo è diventata.

La vita giovane, di Mattia Insolia, edito da Mondadori nel 2026, parla di sogni e anche di giri immensi che ti fanno cambiare idea sulle cose, ti fanno ricredere, proprio come la frase presa ad esempio. Parla del prima e del dopo e, soprattutto nella prima metà, mi ha ricordato quel tratto di It, romanzo mondo di Stephen King, nel suo alternare personaggi del passato, bambini, e personaggi del presente, ormai adulti, cresciuti. Proprio come in It, uno di loro è morto, suicida, che è sempre, in una narrazione del genere, quel vertice basso della crescita, la parte più oscura della disillusione che la fine dell’adolescenza e l’inizio della vita adulta porta con sé.

Andando avanti, però, la differenza con It, ripeto sempre e solo sotto quest’aspetto narrativo, arriva proprio già nelle parti del passato. Se in It, nonostante la minaccia orribile di Pennywise, i ragazzi trovano la forza per sconfiggere il male e arrivano a credere di averlo fatto per sempre, di averlo sotterrato così in fondo da poter permettere, a chi verrà dopo di loro, di non doverci avere a che fare, qui è diverso.

Nel passato di questi personaggi, nelle storie di quando sono bambini e di quando sono liceali, il credere che il male possa essere sconfitto e che la vita potrà essere migliore non arriva mai ad un vero picco.

Se in It il male è facile da individuare, lo vediamo, ne abbiamo paura, lo intrappoliamo, lo combattiamo, qui il male non ha corpo. Scavando nei ricordi, al male qualche faccia la si può dare, Federico il cugino del protagonista o Marco il ragazzo di Marta. Però anche dopo la loro “sconfitta” non ci sentiamo meglio, non sentiamo che il mondo sia davvero migliorato, che il mondo adesso potrà andare avanti come, invece, succede a Derry la prima volta che i ragazzini credono di aver davvero sconfitto Pennywise.

Il male di cui parla Insolia è quello nostro, quello che non possiamo combattere in maniera chiara, quello che ci fa star male in silenzio, nella nostra quotidianità, quel male che, invece, respingiamo quando siamo con altri, in gruppo, a 17 anni come a 30.

Teo, richiamato nella sua città natale per il matrimonio di due suoi amici del liceo, rappresenta il fuoco attraverso cui guardiamo la storia. La lente è sempre su di lui, anche quando racconta il passato dei suoi amici, con annessi episodi molto privati, la lente rimane ferma, come se il rapporto simbiotico che avevano, tra loro, nel passato, li portasse addirittura a vedere cose in più, a condividere ricordi e momenti mai raccontati, tenuti nascosti per vergogna.

Dall’arrivo del protagonista a Foro, città immaginaria, un non luogo che però è dentro ognuno di noi, rappresentando più in generale il concetto di casa, inizia questa narrazione su più fronti in cui ci troviamo ad analizzare le vicende di Teo e dei suoi amici.

Sono tre i macro fronti analizzati dal protagonista: la linea del presente, quella che culmina con il matrimonio di Giorgio e Matilde; la linea del liceo, che culmina con l’aggressione e l’incidente di Marco; la linea del bambino, invece, che culmina con l’incidente di Federico. Non si fa fatica, leggendo, a tenere ben separate le linee, anzi in alcuni punti il gioco del legare i puntini (l’evento accaduto da bambino ha ripercussioni nella linea del liceo e, a sua volta, la ripercussione percuote anche la linea del presente) è molto soddisfacente per il lettore.

Si dice che Churchill abbia detto:

Chi non è di sinistra a vent’anni è senza cuore, chi non è conservatore a quaranta è senza cervello.

Non si sa se la frase sia davvero sua e nemmeno se l’abbia detta, ma non è questo che ci interessa.

Ci interessa pensare ad una generazione, la precedente a quella di Insolia (classe 1995), che a vent’anni credeva in qualcosa, per poi arrivare ad essere degli adulti disillusi a quaranta.

Ci interessa perché la generazione di cui ci parla l’autore è diversa da quella che li ha preceduti. Il gruppo di amici della Vita Giovane è formato da ragazzi che hanno poco di quella sinistra a cui faceva riferimento Churcill. Non parlo di una sinistra politica, nemmeno il libro ha interesse nel farlo, parlo di una sinistra che crede in qualcosa, che sia un futuro, un mondo migliore, un sogno, come per l’appunto, la prima frase con cui inizia questo pezzo.

Le storie dei ragazzi, tutte, non una viene fuori da questo schema, sono urla di disperazione di chi lotta giorno dopo giorno senza vere speranze. E poi, nelle storie della loro crescita, fatte di università, amori, figli, case da comprare, quella mancanza di speranza si fa realtà, tutte le vite dei personaggi sono tristi, e non tanto perché ciò che desideravano da ragazzini non si è avverato, ma quanto per l’accettazione di quella che è la loro esistenza e di quello che accade giorno dopo giorno.

A Teo piace la letteratura, piace scrivere, studia lettere per finire ad essere un noioso copywriter per un’azienda che lui stesso odia. Non ci rattristiamo nemmeno più di tanto perché Teo nemmeno da ragazzino ha davvero il sogno di scrivere o di diventare qualcosa di diverso da un noioso copywriter. Teo, come tutti i suoi compagni, è cresciuto già nella disillusione e quello che viene dopo è solo la conferma di quella stessa disillusione. Sofia, che forse potrebbe rappresentare quella sinistra di cui parlava Churchill, combatte le sue battaglie, coltiva i suoi sogni (forse l’unica che davvero li ha) per scontrarsi con la realtà e dover scendere a compromessi senza nemmeno troppo dolore.

«Siamo cresciuti con una crisi dietro l’altra, e se ti ripetono che il mondo sta finendo ad una certa ci credi. E allora come lo immagini, il futuro?» chiede Teo mentre sono a tavola tra di loro. Qualche riga più avanti Giorgio risponde: «Se nessuno può essere salvato tanto vale vivere in pace e aspettare che il mondo…» «Esploda?» gli chiede Sofia. 

Sia le parti da liceali che quelle da adulti sono piene di scene in cui i personaggi bevono. Anzi sembra quasi che tutto quello che facciano sia dettato solo da un bisogno iniziale di utilizzare sostanze (che sia alcool, che sia erba o altro). Ho pensato, mentre queste scene di raccordo diventavano ridondanti, siamo davvero così? Siamo davvero persone che dipendono da tutto ciò che può dare dipendenza senza nemmeno rendercene conto? La dipendenza da ogni oggetto possibile. Insolia calca poco la mano sui social e i telefoni più in generale, siamo la generazione che abbassa la testa davanti al baratro e, proprio a pochi centimetri dalla caduta, ci fa una festa, si sbronza, balla, per paura di avere la capacità di guardare quei pochi centimetri che ci separano dalla caduta.

Tornando ad It e alla contrapposizione temporale con quella della Vita Giovane, la differenza non sta solo nel passato. Se infatti, come abbiamo detto, i ragazzi di Derry lottano contro il pagliaccio perché credono di poter sconfiggere il male e dar vita ad un futuro migliore, i personaggi cresciuti, che tornano disillusi a Derry, lo fanno perché ancora ci credono. Tornano a Derry, richiamati dal ritorno di Pennywise e dalla paura, ma ci tornano per combattere ancora, nonostante le loro vite non siano state quello che si aspettavano, tornano per provare a salvare il mondo. I personaggi di It, se vogliamo, sono di sinistra da ragazzini, com’è giusto che sia, ma lo rimangono, nonostante tutto, anche da grandi, anche nella Derry cambiata dal tempo, e, cosa ancora più incredibile forse, hanno ragione. Alla fine sconfiggono davvero, una volta per tutte, a meno di sequel sconosciuti, il male, creando così un posto migliore. Forse King è un visionario o It è stato scritto durante un periodo storico diverso da quello in cui viviamo, in una nazione che ancora, magari, credeva davvero di poter fare la differenza. Insolia, invece, scrive questo romanzo oggi e, per tutta la storia, il futuro non esiste, è qualcosa che incombe, perché anche domani è futuro, ma non ci crediamo, non ci aspettiamo nulla.

Il finale, poi, si riapre alla speranza. Forse la parte che meno ho preferito perché quei sogni che sognavamo tornano a pulsare nonostante tutto quello che è accaduto. Non credo sia davvero così semplice, che l’intero buco generazionale che si sente durante la lettura, possa solo essere tappato da una scelta, da una persona ritrovata, da qualcosa che non è scattato nel passato e a cui si dà una seconda possibilità.

In certe situazioni alcune persone possono essere davvero salvifiche, anche se non siamo mai sani, mai davvero liberi. Se infatti i sogni che sognavamo, nel finale, sono lì, tutti racchiusi nella figura e nell’amore verso Sofia, non ricadiamo sempre nel solito discorso? Non diventa anche quella una dipendenza o una forma di dipendenza a cui Teo, in questo caso, si sta attaccando, convincendosi che l’escalation negativa della sua vita, dal liceo in poi, sia dovuta, in gran parte, al fatto che non abbia scelto e avuto il coraggio di dire a Sofia che l’amava? Sarebbe tutto troppo facile. Non lo capiamo bene nemmeno nella fase finale.

C’è una riapertura, Teo sta meglio di quando è partito, forse ha trovato davvero delle risposte, però non è salvo. Nessuno lo è. Nessun personaggio è mai davvero salvo nella Vita Giovane. Non lo è il papà, anche se prova a ripartire, a ricominciare, nonostante la moglie, molto malata, sia ancora lì, nel suo letto in attesa della morte. Non lo sono Giorgio e Matilde, che hanno rinunciato a tutto per la nascita dei loro figli e continuano solo ad andare avanti perché non possono scappare. Non lo è Marta che cerca di accettare quella che è la sua vita, provando a farlo in tanti modi diversi. Non lo sono Sofia e Teo che, anche se insieme, continueranno a scontrarsi con la mancanza di futuro. Non lo è Tommaso, ormai sotto terra, perché, a differenza dei suoi amici, i conti, giorno dopo giorno, non riusciva più a farli. 

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Non lo sa nessuno. Magari se ne nutre davvero un pagliaccio che vive sotto le fogne e che ogni generazione pensa di aver sconfitto una volta per tutte, per poi mettere la testa fuori quando la generazione successiva sarà pronta.   

Giuseppe Fiore

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La Redazione

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