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Generazione Aliena

Aliena è la storia di una generazione allucinata, così stanca della realtà da aggrapparsi, per accettarla, a verità assurde. 

Fauvel non è il suo vero nome. Fauvel è un nome che ha deciso di darsi, perché il nome che aveva prima non le calzava o le stava stretto. Decidere di cambiare il proprio nome fa pensare ad una persona che ha ben chiaro i parametri in cui rientra la sua personalità. Se io decidessi di cambiare nome, vorrebbe dire che c’è una parte di me che riconosco, identifico, che non può essere rappresentata da quel nome. Eppure la Fauvel che conosciamo durante la storia, è un personaggio che ha smarrito ogni tipo di riferimento, caduta in un baratro, chiusa in una stanza da cui non ha più voglia di uscire, in una città che odia. Un personaggio che più che sapere quello che è, sa bene quello che non è, una persona da vita normale, da lavoro in smart o in ufficio, una persona che non vuole rientrare in quei confini ormai così definiti di tutte le nostre esistenze. Immagine di una certa fetta di società che, sempre di più, sta venendo fuori, una generazione disillusa verso le promesse costruite durante l’infanzia. E, bene o male, tutti i personaggi della storia che incontriamo sono così. Sono tutti, a modo loro, immagine di un sentimento di oppressione verso vite a cui siamo rifilati e che viviamo perché non sembra esserci altro.

Aliena, esordio letterario di Phoebe Hadjimarkos Clarke (Atlantide 2025), in buona parte, parla proprio di questo. Partendo dal personaggio di Fauvel racconta una storia, che arriva al paranormale, la perfetta rappresentazione di qualcosa a cui cerchiamo di dare la colpa o qualcosa in cui arriviamo a credere perché tutto quello che ci circonda, ormai, ha perso ogni tipo di interesse e funzione. Il personaggio, a tratti bestiale, di Julien, questo ex Gilet giallo, rappresenta il ragazzo che ha studiato, che è riuscito ad andare via dal minuscolo paesino, che è tornato per lavorare, con un titolo di studio importante, un posto da responsabile, nell’azienda in cui hanno lavorato il papà e il nonno. Ha fatto quello che ci si aspettava da lui, per poi mollare tutto. Julien crede di avere una missione, una missione consegnatagli da questi esseri paranormali, alieni appunto, che gli facevano visita sin da bambino, finché lo hanno portato sulla loro nave e lo hanno analizzato, organo dopo organo. Ora, con i suoi ex sottoposti, gira nelle campagne francesi andando a caccia, ammazzando per il piacere di ammazzare, finendo per credere nel sangue, nella violenza, proprio perché rinchiuso, portato a non provare più nulla.

Anche Hannah, il cane di cui Fauvel deve prendersi cura, ha questa posizione che si potrebbe definire doppia. È un cane creato in laboratorio, un clone del vecchio cane, morto di vecchiaia, fatto fare appositamente come sostituto. Un essere artificiale, in un corpo creato da qualcun altro che si è fatto Dio, perché la morte diventa insopportabile da accettare. Hannah è diversa dalla sua originale, è aggressiva, non sembra dar ascolto a nessuno, esce da casa senza padrone, gira per i boschi, ritrova, però, in Fauvel, una sua simile, riconosce in lei questo senso di inadeguatezza. Il cane e la protagonista diventano amici, è l’unica con cui sta buona, da cui si fa addirittura coccolare.

Il romanzo è ambientato nella campagna francese. Fauvel viene chiamata da Luc, padre di Mado, amica della protagonista, che parte per un viaggio ed è molto legato al suo cane. Questa campagna, di cui non si capisce mai bene nemmeno la vera fisionomia, diventa un luogo oscuro in cui cacciatori, tra cui Julien, girano e ammazzano alla ricerca di una bestia che sta trucidando le sue vittime. Chi è la bestia e chi sono le vittime?

Fauvel conosce Michel, uno studente, che sta conducendo uno studio per la sua tesi su questi avvistamenti alieni. Così conosce Julien e la sua storia. Interessante è come l’autrice abbia deciso di mettere su carta i dialoghi. Ci sono pochi botta e risposta, spesso invece monologhi di un personaggio che racconta, senza quasi mai essere fermato. È il modo in cui ormai parliamo, chiusi nelle nostre gabbie, in cui riusciamo solo a narrare la nostra storia, la nostra visione dei fatti, le nostre idee, senza più avere un campo e controcampo, ad avere una visione opposta alla nostra. Anche Mado, che dopo qualche giorno raggiunge Fauvel nella casa dov’è cresciuta, è un personaggio che parla per monologhi, che sembra ascoltare solo sé stessa, i suoi bisogni e quello che vuole fare.

Una generazione, dispersa, che nella dispersione cerca luce nell’assurdità, nella violenza, nella solitudine, nelle allucinazioni dovute alla droga. Il personaggio di Fauvel ricorda, sotto certi aspetti, la protagonista creata dalla Moshfegh per Il mio anno di riposo e oblio. Due donne probabilmente anche molto vicine per età, che sentono il bisogno di staccare da tutto quello che è stata la loro vita fino a quel momento. L’utilizzo di sostanze, la ricerca della solitudine, del silenzio e, addirittura, sotto alcuni tratti, anche Mado è molto simile a Reva, l’amica della protagonista nel Mio anno di riposo e oblio, con i racconti, monologhi, delle sue storie d’amore, in grado di ascoltare solo se stessa.

Se però la protagonista della Moshfegh cerca nel sonno dovuto al mix di farmacia la sua apatia, Fauvel la cerca nella solitudine delle campagne e, una volta lì, nel capire cosa c’è di strano in quel luogo, in quelle persone, in quella terra. Cerca di capire il perché continuino ad esserci corpi di animali brutalmente uccisi che, all’inizio, vengono addirittura additati come vittime di Hannah.

Andando avanti nella storia capiamo che non è davvero interesse dell’autrice trovare il colpevole. Quelle campagne sono attraversate da forze difficili da capire. Da questi gruppi di cacciatori che parlano, vengono guidati dagli alieni, alla violenza, perché per essere violenti serve un motivo, anche assurdo, a cui far fede. Julien, per la convinzione di quello che dice, per il modo di riuscire a rimanere dentro alle persone, a farle credere in quello che dice, mi ha ricordato il personaggio di Jesse Plemons in Bugonia di Lanthimos. Il tema degli alieni, ormai non più come vera minaccia fisica per la nostra terra, ma come assurdità a cui ci affidiamo, complotti in cui finiamo per credere, è un tema che viene affrontato anche nella pellicola e mette in scena una generazione sfiduciata che per accettare eventi terreni non si accontenta della semplice verità dei fatti, ma costruisce storie assurde.

Perché questi alieni avrebbero un qualche interesse in queste campagne francesi? Perché avrebbero un qualche interesse nel sangue delle bestie, nel trucidare in maniera quasi clinica? Non abbiamo risposte e, come lettori, nemmeno ne abbiamo bisogno. Ci interessa come questi pochi personaggi rispondano a questi stimoli, in modi diversi, tutti accecati dalla loro condizione, dal momento che stanno vivendo, da ciò che sono e ciò che vorrebbero essere, nessuno soddisfatto.

Il tutto avviene con una lingua veloce, semplice, mai banale. Una scrittura che si fa leggere con piacere, diventando riflessiva quando la storia porta il lettore a certe domande, ma non risultando pesante o respingente. La focalizzazione è su Fauvel, vediamo tutto dai suoi occhi, e, alla fine, quel titolo mi ha fatto pensare che l’aliena fosse proprio lei. Un personaggio che non si rispecchia in quello che è il mondo e in quello che le viene richiesto, non si riconosce nei suoi coetanei, troppo presi da se stessi o da assurdità, non si riconosce in quelle che sono le generazioni precedenti alla sua. L’unico altro essere con cui sembra condividere qualcosa è il cane clonato, a sua volta un alieno, quasi un unicum, almeno ad oggi, nella sua specie. Alla fine è questo ciò che lascia la narrazione, una serie di domande, imbastite in una storia ben scritta, che ci portano a riflettere su chi siamo oggi? Una generazione aliena rispetto a tutto quello che c’è stato prima? Oppure è il mondo alieno non ancora pronto alla nostra generazione, al cambiamento di stile di vita che per forza arriverà con noi?

Giuseppe Fiore

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La Redazione

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