Elvira Coda Notari: la prima regista italiana donna, oggi quasi dimenticata

A partire dagli Anni Dieci del Novecento fu tra le prime donne italiane che si dedicarono professionalmente al cinema. Oggi del lavoro di Elvira Coda Notari restano poche tracce: colpa di decenni di censura sistemica.
Lo scorso anno, in occasione del 150esimo anniversario dalla nascita, un documentario che ne ricostruiva vita, opere, influenze artistiche era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Qualche anno prima un romanzo (“Elvira” di Flavia Amabile) era arrivato in libreria a raccontare in chiave romanzata un’intera vita divisa tra la famiglia, il cinema, un implacabile desiderio di emancipazione. Si tratta di tentativi pop – di accademici ne esistono da tempo e numerosi – di riscoprire la figura di Elvira Coda Notari: una delle prime registe italiane e tra le donne dimenticate dalla storia e, cioè, per colpa della storia intesa come tempo che passa ma anche di una storia tutta italiana fatta di potenti operazioni di censura al tempo del Fascismo.
Elvira Coda Notari fu imprenditrice con grande visione imprenditoriale quando ancora l’imprenditoria femminile non era argomento di cui si occupassero governi e mercati, neorealista anni prima che il cinema facesse del neorealismo un genere a sé, attenta a bisogni, desideri, diritti delle donne molto prima che si cominciasse a parlare di questioni di genere.
Nata a Salerno nel febbraio del 1875, infatti, Elvira Coda Notari si trasferisce presto a Napoli con la famiglia: qui svolge una breve carriera da modista prima di conoscere il marito, Nicola Notari, e cominciare a lavorare con lui in un laboratorio in cui si occupano di colorare a mano i film secondo l’uso dell’epoca.

Ben presto, con il contributo senza pari della donna, da laboratorio artigianale, l’attività di famiglia si trasforma in una vera e propria azienda, la Dora Film, che oltre che di manifattura cinematografica – nel frattempo i Notari avevano cominciato a musicare i film con musiche orchestrali seguendo quello che era diventato ora l’uso del tempo – si occupa anche di produzione.
Elvira Coda Notari cioè, oltre a lavorare sui film, i film comincia a farli e per una donna nei primi anni del Novecento non è un’impresa da poco.
Nei primi lavori Elvira Coda Notari inventa un genere, quello che tra gli addetti ai lavori sarebbe poi stato conosciuto come degli “Arrivederci e grazie”: brevi scene pensate per accompagnare, sul finire, altre pellicole. I temi sono già quelli che le sarebbero rimasti cari per tutta la carriera da regista: la vita nei quartieri più popolari della città, le storie di povertà e miseria che quasi sempre animano gli ultimi, credenze e tradizioni in cui sacro e profano si mischiano, ma anche quella speciale sorta di malinconia di futuro che vive chi è costretto a lasciare casa in cerca di una fortuna migliore (al tema Elvira Coda Notari dedico un’intera serie di brevi documentari destinati principalmente alla comunità di migranti napoletani a New York).
C’è poi naturalmente tutto il filone delle protagoniste femminili: sono figure come Margaretella di “È Piccerella”, uno dei pochi lungometraggi sopravvissuti al tempo e ai tentativi di censura, che sotto una coltre di capelli cotonati secondo la moda francese e un cappello piumato in stile Belle Époque nasconde idee ben chiare: almeno su quello che non vuole essere e, cioè, la donna obbediente che resta tutto il giorno in casa mentre la città cambia animata dal progresso e dai momenti conviviali che si svolgono nei cafè, nei teatri, nelle piazze.

I personaggi di Elvira Coda Notari sono spesso così: affatto accomodanti e a tratti, anzi, ripugnanti almeno per la morale dell’epoca. È un aspetto rivoluzionario, forse più dell’essere regista donna in un’epoca in cui il lavoro culturale in Italia è appannaggio degli uomini.
Gli anni in cui Elvira Coda Notari esercita da regista sono gli stessi, infatti, in cui la produzione cinematografica italiana è concentrata sui grandi colossal alla “Cabiria” da un lato e, dall’altro, sui cinedocumentari che diventeranno il più potente mezzo di propaganda per il Regime. Mentre il resto del cinema è impegnato a celebrare, anche posticciamente, la grandezza dell’Italia, i film di Elvira Coda Notari si concentrano sul piccolo, sul sordido che è parte altrettanto inevitabile della storia.
Inutile sottolineare che è questo uno dei motivi per cui la regista non fu mai ben vista dal Regime e da molti intellettuali a questo affiliati (Elvira Coda Notari ebbe attrito, in realtà, con molti personaggi del mondo della cultura dell’epoca, tra cui la stessa Matilde Serao al cui lavoro si era spesso ispirata).
Come ricorda il Post, nel 1928 la Commissione per la censura condannò in un documento scritto il grosso numero di:
«posteggiatori, pezzenti, scugnizzi, di vicoli sporchi, di stracci e di gente dedita al dolce far niente», che offendevano la dignità di Napoli ed erano «una calunnia» per la gente che «cerca di elevarsi nel tono di vita sociale e materiale che il regime imprime al paese».
Questa condanna si trasformò in censura sistemica, anche se non ufficiale, tanto che di quello che deve essere stato l’immenso corpus cinematografico di Elvira Coda Notari oggi rimangono poche tracce, conservate alla Cineteca Nazionale di Roma. Se si contano i tre lungometraggi “È piccerella”, “’A santanotte” e “Fantasia ’e surdato”, due brevi documentari e i pochi altri frammenti si raggiungono a stento le due ore di materiale cinematografico.
Virginia Dara
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