Cara umana, ti scrivo dalla stanza che hai sempre lasciato vuota. Sono io, Noia…

So già che stai per chiudere questa pagina. Lo fai sempre. Arrivi fin qui, senti il mio odore, quella strana assenza di tensione, quel momento in cui non succede niente e non devi essere niente… e scappi.
Vai a controllare il telefono, ti ricordi di una cosa urgentissima da fare, ti versi da bere, chiami qualcuno. Fai qualunque cosa pur di non stare qui con me.
Ma no dai, io non me la prendo, ho imparato a non aspettarmi grandi accoglienze. Però stavolta ti chiedo cinque minuti, solo cinque minuti del tuo tempo in cui non mi tratti come un guasto da riparare.
Mi chiamo Noia, e sono sicuramente l’emozione più maltrattata del vocabolario affettivo. Non mi citano nei libri di self-help, non ho un emoji che mi rappresenti decentemente e nessuno scrive post su di me con la luce giusta e una tazza di caffè in primo piano.
Ansia ha il suo fandom (enorme, a quanto pare, e sempre in crescita), Tristezza ha vinto un Oscar grazie a Pixar… persino Rabbia viene rispettata (beh, almeno lei fa rumore!).
Io no. Io sono quella che dite ai figli di non provare mai. «Sei annoiata? Trova qualcosa da fare!», come se fossi un problema logistico.
Cara umana, vorrei raccontarti cosa sono davvero, perché sospetto che tu non lo sappia. E se lo sai, fai finta di non sapere.
Sono lo spazio tra una cosa e l’altra, sono il momento in cui il tuo sistema nervoso ha finito di reagire e non ha ancora deciso cosa fare dopo. Sono la pausa, non il vuoto, attenta, la pausa. C’è differenza tra pausa e vuoto, anche se lo hai dimenticato.
Quando arrivo, non vengo a portarti niente di meno, vengo a portarti tutto quello che hai sepolto sotto l’urgenza. Vengo a chiederti: e adesso, senza nessuno da accontentare e niente da produrre, chi sei?
Beh, lo capisco che sia una domanda scomoda. Però puoi provare a rispondere… Se hai tempo, tra una cosa e l’altra, ovviamente.
Sei cresciuta in un mondo che ti ha insegnato che il valore si misura nell’occupazione del tempo, e lo capisco: essere occupate è essere degne. Essere produttive è essere a posto. E allora io (che arrivo proprio quando non c’è nulla da fare, nulla da ottimizzare, nulla da risolvere) sono diventata la nemica.
Ti hanno dato in mano lo smartphone e il problema era risolto: così non mi avresti più incontrata, puoi scorrere all’infinito, consumare contenuti come caramelle, riempire ogni interstizio di stimoli e io sarei rimasta fuori, in corridoio, ad aspettare.
E aspetto ancora. Ho tutto il tempo del mondo.
Quello che non ti dicono è che sono io, spesso, l’anticamera della creatività, che i bambini annoiati inventano mondi, che le idee migliori arrivano sotto la doccia, in treno, fissando il soffitto… cioè esattamente quando sono lì anch’io. No, non è un caso.
Quello che non ti dicono è che quando non mi lasci entrare, mando avanti le mie colleghe. Arriva l’irrequietezza, che è la mia versione agitata, arriva il senso di vuoto, che è la mia ombra più scura, arrivano le abbuffate, gli scroll compulsivi, la ricerca frenetica di stimoli… beh, tutto, pur di non sentirmi.
Preferireste davvero loro a me?
Non ti chiedo di amarmi, non sono una romanticona. Si sa, la noia uccide l’amore. Ti chiedo solo di smettere di trattarmi come un sintomo. Di tollerare la mia presenza qualche minuto al giorno, senza riempirla subito. Di sedervi con me senza il telefono in mano, senza un podcast in sottofondo, senza trasformare ogni silenzio in un compito.
Sono l’emozione che non vuole niente da voi. Non vuole essere risolta, gestita, espressa o rielaborata. Vuole solo esistere, per un momento, senza che voi fuggiate.
Ci proveremo?
Con tutto il tempo che ho,
La Noia
P.S. — Hai presente quella sensazione che hai avuto leggendo questo articolo, proprio in quel momento in cui hai controllato il telefono? Ero io. Ti saluto!
Elisabetta Carbone
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