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Un corpo che occupa spazio: sedersi, allargarsi e rallentare

C’è una cosa che le bambine imparano molto presto, senza che nessuno gliela insegni esplicitamente: il corpo ha bisogno di permesso. Non il corpo dei maschi, perché quello può sedersi con le ginocchia larghe, appoggiarsi allo schienale, occupare i braccioli o attraversare una stanza come se fosse sua. Il corpo delle femmine, invece, deve chiedere scusa solo per esistere in verticale.

Lo impariamo dalle maestre, che correggono la postura in classe solo quando siamo noi a sederci di traverso, lo impariamo dalle madri, che ci sussurrano “stai composta” nel mezzo di una cerimonia, mentre i cugini maschi sbuffano, si siedono come vogliono, e nessuno dice niente. Lo impariamo sui pullman, sulle panchine, nei cinema, sui treni… da ogni superficie pubblica dove il corpo maschile si dilata e il nostro deve restringersi e raccogliersi. Dove il nostro corpo deve sussurrare: “scusa, esisto anch’io”. 

Il manspreading, quella postura con cui alcuni uomini siedono sui mezzi pubblici tenendo le gambe aperte quanto un portone, è diventato negli anni un simbolo, una metafora forse fin troppo comoda. Ne abbiamo discusso, ne abbiamo riso, ci sono state campagne, adesivi e addirittura ordinanze municipali (sì, a Madrid, New York e Tokyo!). Però il manspreading ci ha permesso di nominare qualcosa di più grande: l’idea che lo spazio fisico sia distribuito con criteri che non hanno niente a che fare con le ginocchia.

Perché lo spazio non è neutro: è sempre stato assegnato, e quella assegnazione segue linee guida che conosciamo benissimo. Chi cammina con le cuffie di notte, chi stringe le chiavi nel palmo della mano, chi impara a non fermarsi nei parcheggi sotterranei, chi, in riunione, aspetta un silenzio abbastanza lungo prima di parlare… e nel frattempo qualcun altro ha già detto la stessa cosa, con meno esitazioni e più applausi.

Forse il momento in cui ho sentito “stai composta” per la prima volta me lo ricordo. Non è stato un consiglio o una “correzione estetica” ma una notifica di confine. Ero in un posto dove non avrei dovuto aver bisogno di farmi piccola, eppure lo stavo facendo. E qualcuno riteneva opportuno ricordarmelo, come se farlo fosse la cosa più naturale del mondo. Come se il mio corpo stesse sbordando da uno spazio che non mi spettava.

Non è un episodio eccezionale, anzi, è straordinariamente ordinario. Chiedetelo in giro: quasi tutte ricordano una versione di quella scena. Cambiano i luoghi, cambiano le voci, cambia l’età ma la grammatica rimane identica. “Stai composta” suona diverso da “non prendere troppo spazio”, ma significa esattamente la stessa cosa.

La ricerca sulla postura e il genere è ampia e abbastanza deprimente. Le donne tendono a occupare meno spazio fisico degli uomini in quasi tutti i contesti pubblici sedendosi con le gambe unite, incrociando le braccia, restringendo i gesti, abbassando la voce. Non è biologia, è addestramento. È la somma di migliaia di correzioni minuscole (non stare così, non muoverti così, stai composta) che nel tempo diventano riflessi, poi abitudini e infine poi identità.

E poi quel cavolo di “stai composta” non è mai stato un consiglio estetico o ergonomico, è sempre stato un avvertimento di confine. Il corpo composto è il corpo che non disturba, che non richiede attenzione, che non rivendica. È il corpo educato, nel senso più letterale e inquietante del termine: il corpo a cui è stata impartita un’educazione su quanto spazio gli spetta.

Nel 2012, la psicologa Amy Cuddy pubblicò una ricerca (molto discussa, parzialmente replicata e ampiamente semplificata) sulle cosiddette power poses. L’idea era che adottare posture espansive per 2 minuti prima di un evento stressante potesse influenzare il livello di cortisolo e testosterone e quindi la percezione di sé e la performance. La ricerca ha avuto una vita complicata nel mondo accademico (il TED Talk della Cuddy ha avuto una vita molto più semplice: oltre 60milioni di visualizzazioni!).

Quello che ha colpito così tante persone non era la biochimica. Era la promessa (o meglio, il riconoscimento) che il modo in cui occupiamo il nostro corpo nello spazio dice qualcosa di potente su come ci percepiamo e su come veniamo percepiti. E che, forse, possiamo sceglierlo, che non siamo condannate alla postura che ci è stata assegnata.

Bella l’idea, incoraggiante e insufficiente. Incoraggiante perché suggerisce che la postura non è destino; insufficiente perché rischia di trasformare in responsabilità individuale qualcosa che è strutturale. “Siediti in modo più espansivo e avrai più potere” è un consiglio che funziona meglio se sei in una stanza dove il tuo potere non viene messo in discussione a prescindere da come stai seduta.

C’è un’altra dimensione di questa storia che mi interessa ancora di più, e che riguarda il ritmo. Non solo lo spazio fisico, ma il tempo, la velocità, il diritto di rallentare.

Le donne sono state storicamente addestrate a un’accelerazione costante. Fare tutto, fare tutto bene, fare tutto velocemente e fare tutto sorridendo. Il corpo che rallenta è un corpo che delude, che si prende troppo tempo, che non è abbastanza produttivo, abbastanza responsivo, abbastanza disponibile e ovviamente non performante

Rallentare è un atto politico tanto quanto allargarsi: sedersi senza fretta, camminare senza giustificarsi, fare una pausa senza doverla riempire di scuse, occupare tempo con la stessa disinvoltura con cui idealmente occupiamo spazio.

Penso a donne che conosco e al loro modo in cui si siedono a tavola in occasioni sociali, a come molte di loro non si appoggino mai completamente allo schienale, a come si alzano per prime a sparecchiare, come mangiano stando con un occhio a cosa manca, cosa serve, chi ha bisogno… La loro presenza nel mondo è costruita attorno all’essere disponibili, non attorno all’esserci.

E no, esserci non è lo stesso che essere disponibili: puoi occupare spazio e tempo per te stessa senza che questo sia un servizio reso a qualcun altro. Puoi esistere senza che la tua esistenza sia funzionale a qualcosa o a qualcuno.

Ma allora il manspreading va bene? Ovviamente no, occupare spazio fisico a scapito degli altri (sui mezzi, nelle sale d’attesa, nella vita quotidiana) non è un diritto da estendere a tutti, ma un comportamento da smettere. La risposta alla donna che si stringe non è l’uomo che si allarga ancora di più, è un equilibrio diverso, è la negoziazione di uno spazio condiviso in cui ognuno ha diritto alla sua parte senza sottrarlo agli altri.

E la “giustizia spaziale” non si ottiene solo chiedendo di restringersi, passa anche dall’autorizzare a dilatarsi, a stare e a non scusarsi per la propria presenza.

La prescrizione “stai composta” dovrebbe sparire, non perché la postura non abbia importanza, ma perché quella prescrizione non è mai stata neutrale. Non ci veniva detta per il nostro benessere, ci veniva detta perché il nostro corpo non disturbasse, non eccedesse, non rivendicasse. Ci veniva detta per conto dello spazio degli altri, non del nostro.

Non so esattamente quando ho smesso di considerare quella frase un’istruzione, ma so che è successo lentamente, per accumulazione, un momento alla volta, un cambio di postura alla volta. E so che non sono ancora arrivata in fondo, perché ogni tanto mi sorprendo a restringermi in posti dove non dovrei, per un’abitudine così radicata da sembrare naturale.

In quei momenti, mi chiedo cosa succederebbe se mi appoggiassi allo schienale, se lasciassi le spalle dove stanno, se smettessi di tenere i gomiti vicini al corpo come se il mio spazio fosse una gentile concessione e non qualcosa che mi appartiene. Poi, a volte, lo faccio: è un gesto minuscolo, ma anche, in qualche modo, una dichiarazione.

Elisabetta Carbone

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Giulia Marton

Classe 2003. In cerca della propria voce tra le mille sfumature della comunicazione. Studio Scienze della Comunicazione, ma vivo anche di musica, montagna e sogni che fanno rumore. Mi chiamo Giulia e sono un work in progress: introversa ma ma curiosa, riflessiva ma affamata di esperienze. Raccolgo passioni come pezzi di un puzzle, cercando quella che mi somigli davvero.
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