Storia del film L’uomo con la macchina da presa

Siamo nel 1929, il cinema è ormai (quasi) ovunque. È un mezzo di intrattenimento enorme, ma soprattutto aiutava tantissimo nella propaganda. Ai tempi, in Unione Sovietica vi era Vladimir Lenin, che a proposito del cinema disse: “Tra le tutte le arti, per noi il cinema è la più importante”.
Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il film L’uomo con la macchina da presa, e quest’oggi voglio parlarvi proprio di questo prodotto cinematografico. Venite con me in questa scoperta!
“Io sono un occhio. Un occhio meccanico e sono in costante movimento!”
Dziga Vertov
Quindi il film L’uomo con la macchina da presa è un film del 1929, diretto da Dziga Vertov e prodotto in Unione Sovietica. Nel 2020 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.
Nel film vengono riprese varie scene di vita quotidiana per le strade di Odessa, una giornata dall’alba al tramonto di un cineoperatore, in cui ci viene mostrato anche la difficoltà della ricerca di inquadrature a sensazione, sopra, sotto o di fianco ai treni in corsa.
All’inizio del film vediamo una sala cinematografica, che da vuota si riempie nel giro di poco; la stessa sala la rivedremo alla fine del film, in chiusura, a seguito di una sequenza dove la macchina da presa ha iniziato a muoversi da sola sul treppiedi, senza operatore, prima di vedere la facciata del Teatro Bol’soj frantumarsi grazie ad un effetto ottico.
Il componimento massimo del movimento kinoglaz
L’uomo con la macchina da presa è probabilmente il componimento massimo del movimento kinoglaz, cioè “Il cineocchio”, nato negli anni Venti per iniziativa di Vertov e fautore della superiorità del documentario sul cinema di finzione che deve essere sospeso perché non adatto a formare una società comunista.
Vertov riunisce l’esperienza di anni di documentari propagandistici, le sue radici futuriste e le teorie secondo le quali il cinema deve essere uno strumento che deve essere fruibile dal popolo per la sua formazione comunista.
Secondo il cineasta, le storie di finzione erano solo fumo che il potere borghese gettava negli occhi del popolo. Per questo motivo la sua opera cinematografica è stata progettata a raggiungere uno scopo sociale, tramite la documentazione della sola realtà, anche nei posti dove l’occhio umano non può arrivare.
L’uomo con la macchina da presa va oltre i documentari girati per strada, fuori dalle fabbriche, nei villaggi, e così via. Insieme alle scene di vita quotidiana, anche l’operatore viene ripreso, diventando l’oggetto stesso dell’indagine dell’occhio scrutatore. Si tratta di un primo caso di cinema nel cinema che innesca un meccanismo di meta-cinema che coinvolge in un piacevole gioco tanto lo spettatore quanto il regista.
Irene Ippolito
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Immagine creata con Canva



