Progetto 40Hz: musica e neuroscienze per ridurre ansia e stress

Un suono continuo, quasi impercettibile, attraversa lo spazio come una vibrazione più che come musica. È intorno ai 40 Hertz che si concentra una delle linee di ricerca più interessanti tra neuroscienze e sperimentazione artistica: la possibilità che specifiche frequenze sonore possano interagire con l’attività cerebrale, modulando attenzione, memoria e stati emotivi.
In questo scenario, le onde gamma diventano il terreno di studio di ricerche che indagano il confine tra percezione sensoriale e attività della mente.
È da questo presupposto che nasce il Progetto 40Hz, un’iniziativa che coinvolge artisti, produttori musicali e neuroscienziati in un percorso di ricerca che trasforma il concerto dal vivo in uno spazio di sperimentazione, vero e proprio laboratorio scientifico dove l’ascolto diventa esperienza osservabile e misurabile.
Ideato da Francesco Piccolomini Bandini e sviluppato negli spazi della Casa degli Artisti, il progetto si fonda su un’ipotesi sempre più esplorata in ambito accademico: che alcune frequenze sonore, in particolare quelle intorno ai 40 Hertz, possano influenzare l’attività cerebrale.
Questa banda rientra nelle cosiddette onde gamma, associate a funzioni come attenzione, memoria e integrazione delle informazioni. Studi condotti da istituzioni come il MIT e l’Università di Toronto hanno indagato gli effetti della stimolazione a 40 Hz su diverse condizioni, dall’ansia ad alcuni disturbi neurodegenerativi, delineando un campo di ricerca in costante evoluzione.

Quando il suono diventa metodo
Nel 2025 questa ricerca prende forma attraverso una residenza artistica internazionale che coinvolge sei progetti – ovvero Novecento (Tobia Della Puppa), Les Biologistes Marins (Beatrice Miniaci & Anton Sconosciuto), IDRA (Francesca Pavesi), Keyclef (Livia Borzetti), Pareal (Federica Parente) e MachineMachines (Federico Sali & Giorgio Magalini) – chiamati a confrontarsi con l’integrazione delle sub-frequenze nella composizione musicale.
Il risultato non è soltanto estetico, ma anche metodologico: ogni performance è stata progettata come una sessione sperimentale, con raccolta di dati tramite elettroencefalogrammi multicanale e questionari psicologici somministrati prima e dopo l’ascolto.
In questo contesto, il pubblico ha assunto un ruolo attivo. Non più semplice spettatore, ma parte integrante di un processo di osservazione che ha cercato di mantenere equilibrio tra rigore scientifico e dimensione esperienziale.
Dalla teoria alla verifica
Il progetto si inserisce in un quadro di studi che indagano la relazione tra stimoli sonori e stati psicofisici, con un focus sugli effetti delle frequenze su condizioni come ansia, fibromialgia e disturbi neurologici.
Su queste basi è stato costruito un impianto di ricerca strutturato: collaborazione con neuroscienziati, protocolli condivisi, raccolta sistematica dei dati. L’obiettivo è verificare in che modo determinate caratteristiche sonore possano produrre effetti osservabili sul piano fisiologico ed emotivo.
I primi esiti: un trend da approfondire
Le rilevazioni della prima fase – circa 250 sessioni tra concerti e open studio – restituiscono un andamento ricorrente:
una diminuzione della tensione muscolare e dei pensieri intrusivi, accompagnata da un miglioramento della respirazione e della percezione generale di benessere.
Anche gli indicatori psicologici mostrano una riduzione degli stati emotivi negativi. Si tratta di risultati preliminari, che non consentono ancora di stabilire un nesso causale diretto, ma che evidenziano una coerenza nei dati raccolti.
La composizione come processo di ricerca
All’interno del progetto, il lavoro degli artisti assume una funzione centrale. Le frequenze non vengono semplicemente inserite nei brani, ma diventano parte del processo compositivo.
Droni, sinusoidi, stratificazioni timbriche e strutture ritmiche si trasformano in strumenti di indagine, dando vita a un linguaggio che si muove tra musica elettronica, sperimentazione sonora e ricerca applicata.
In questo senso, la componente umana resta determinante: la costruzione dell’esperienza sonora si basa su sensibilità, ascolto e intenzione, elementi difficilmente replicabili in modo automatizzato.

Open Call 2026: una seconda fase più strutturata
Dopo i risultati iniziali, Casa degli Artisti rilancia il progetto con una nuova open call internazionale, aperta fino al 5 aprile 2026, per selezionare sei artisti destinati alla seconda fase.
Le residenze – tra due e quattro settimane – saranno dedicate allo sviluppo di nuove composizioni, ma con un impianto sperimentale più articolato. Tra le principali evoluzioni:
- confronto tra diverse bande di frequenza;
- introduzione di condizioni di controllo e placebo;
- maggiore precisione nelle misurazioni acustiche;
- ampliamento delle registrazioni EEG;
- coinvolgimento di gruppi di ascolto più ampi e continuativi
Il progetto si inserisce in un contesto internazionale di ricerca che include studi condotti dal MIT, dall’Università di Toronto e dall’Istituto di Biofisica Carlos Chagas Filho dell’Università Federale di Rio de Janeiro, dedicati agli effetti della stimolazione ritmica e sonora sull’attività cerebrale e sui processi di regolazione emotiva. Un passaggio decisivo sarà la collaborazione con l’Università di Pavia, che entra come partner scientifico attraverso il Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento.
I gruppi di ricerca guidati da Livio Provenzi, psicologo, psicoterapeuta e professore associato in Psicobiologia dello sviluppo presso l’Università di Pavia, e da Serena Barello, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze del Comportamento e del Sistema Nervoso della stessa università, contribuiranno alla definizione del disegno sperimentale e all’analisi dei dati.
Tra le linee più innovative, lo studio della sincronizzazione cerebrale tra genitore e bambino attraverso tecniche di hyperscanning EEG, una metodologia neuroscientifica avanzata che consente di registrare simultaneamente l’attività cerebrale di due o più individui durante le interazioni sociali, osservando in tempo reale le dinamiche di co-regolazione neurale.
Musica e cervello: un legame strutturale
Le basi scientifiche del progetto trovano riscontro in un ampio filone di ricerca sulla relazione tra musica e cervello.
Studi di neuroimaging mostrano come l’ascolto musicale attivi simultaneamente diverse aree cerebrali, favorendo la plasticità neuronale, ovvero la capacità del cervello di riorganizzarsi e creare nuove connessioni.
Ricerche pubblicate su Proceedings of the National Academy of Sciences indicano che la predisposizione alla musica è presente fin dalla nascita, mentre studi su Frontiers in Neuroscience evidenziano come l’esperienza musicale rafforzi l’integrazione tra percezione, movimento, memoria ed emozioni.
Queste evidenze stanno aprendo nuove prospettive anche in ambito clinico, in particolare nei percorsi di riabilitazione neurologica.
Ripensare l’ascolto
Il Progetto 40Hz propone così una visione che supera la dimensione puramente estetica della musica. L’ascolto diventa uno spazio di interazione tra corpo e mente, potenzialmente in grado di incidere sul benessere individuale.
In un contesto segnato da stress diffuso e crescente attenzione alla salute mentale, esperienze di questo tipo suggeriscono nuove modalità di fruizione, più consapevoli e orientate alla qualità dell’esperienza.
La ricerca è ancora aperta, ma il percorso indica una direzione precisa: la musica, oltre a essere linguaggio artistico, può diventare uno strumento concreto per esplorare e modulare il rapporto tra mente e corpo.
Roberta Aurelio
Leggi anche: La musica techno che insegna: oggetti, piante e suoni nella scuola che cambia



