Linguaggio e pensiero: come le parole plasmano la realtà che percepiamo

Chiudi gli occhi e pensa al colore blu. Adesso dimmi: quante sfumature dello stesso colore riesci a distinguere? Paradossalmente, la risposta non dipende dai tuoi occhi ma dalla lingua che parli.
Sono sempre stata affascinata dalla capacità delle lingue di influenzare il modo in cui percepiamo il mondo che ci circonda. Per oltre un secolo filosofi e linguisti hanno cercato di spiegare questa affascinante correlazione, ma forse solo oggi – grazie alle ultime ricerche – questa peculiarità sta prendendo finalmente forma.
Quando un ispettore antincendio inciampò nella linguistica
La nostra storia inizia negli anni Trenta con un personaggio a dir poco improbabile: Benjamin Lee Whorf, un ispettore antincendio con una strana ossessione per le lingue. Non è ben chiaro in che momento della sua vita egli decise di studiare la lingua degli Hopi, una tribù nativa americana che vive nell’Arizona nord-orientale. Nel corso dei suoi studi egli notò una stranezza nella struttura di questa lingua: l’Hopi non aveva tempi verbali perfettamente distinti come le altre lingue.
Ma allora come distinguevano il tempo i suoi parlanti?
Ed è per rispondere a questa domanda che introduciamo il secondo personaggio della nostra storia: Edward Sapir, linguista e antropologo statunitense.
Sono state queste due particolari personalità insieme a elaborare una teoria radicale: la lingua non serve a descrivere il mondo, ma a crearlo.
Sostanzialmente, se non hai una parola per definire qualcosa, quella cosa per te non esiste davvero.
Inutile sottolineare lo scalpore che suscitò all’epoca questa teoria tra la comunità accademica e non solo. L’ipotesi Sapir-Whorf fu tacciata di estremismo e quasi dimenticata fino a quando qualcosa cambiò drasticamente.
Come si poteva dimostrare che erano le parole a dare forma ai pensieri e non viceversa?
Il relativismo scientifico sembrava quasi una provocazione più che una teoria scientifica fondata. La soluzione a questo dilemma arrivò in un modo inaspettato.
Per rispondere al quesito abbiamo bisogno di colori e della lingua russa. La psicolinguista Lera Boroditsky notò che coloro che parlavano il russo – lingua che distingue linguisticamente il blu chiaro (goluboij) dal blu scuro (cinyj) – distinguevano più rapidamente le sfumature cromatiche rispetto agli anglofoni.
Il linguaggio sembrava quasi modellare la percezione della realtà. Ciò diede il via alle indagini successive: il relativismo linguistico smise di essere una suggestione alternativa e divenne un campo di studio rigoroso.
È inoltre affascinante notare che esistono alcune lingue che non possiedono concetti come “destra” e “sinistra” rispetto a noi.
È il caso delle lingue aborigene australiane come il Kuuk Thaayorre in cui vengono usati i punti cardinali per esprimere questo concetto.
Cosa ne può venire fuori? Ebbene, i parlanti di questa lingua dimostrano un senso dell’orientamento fuori dal comune, sanno sempre con estrema precisione dove si trovano nello spazio.
Tutto ciò non ci condanna a essere vittime della nostra lingua di origine. Il legame tra pensiero e linguaggio è qualcosa di più sfumato: è una lente che orienta lo sguardo e struttura l’esperienza costantemente.
Coloro che sono bilingue conoscono esattamente il meccanismo. Imparare una nuova lingua non significa semplicemente collezionare nuovi vocaboli ma abitare un’altra mente.
Magari la prossima volta che non ti viene un termine vale la pena fermarsi, magari potresti trovare l’ingresso per qualcosa che non hai ancora imparato a vedere.
Ilenia Carratù
Leggi anche: Perché tutti odiano Ferdinand de Saussure?



