Il Sud raccontato dal Sud: la fine del safari

Introduzione
Per raccontare questa storia occorre partire da lontano, precisamente dai Grand Tour dei colti signori del Settecento. Intellettuali come Goethe o Brydone non venivano al Sud per conoscere, ma per confermare i propri pregiudizi. Nei loro diari, il Sud appare come un giardino in cui osservare il “lazzarone” napoletano o il contadino siciliano alla pari di specie zoologiche rare: creature pittoresche, ma anche infantili, sporche e incapaci di autogoverno. Qui arrivò al suo apice un’antropologia predatoria che serviva a rassicurare l’Europa “civilizzata”: quella simboleggiava il progresso, mentre il Sud era il fossile vivente di un passato che non vuole morire.
Se si vuole essere precisi, c’è un momento in cui il Sud smette di essere solo una parte misteriosa e inesplorata del Paese e diventa, un caso da osservare clinicamente. Non ancora un soggetto storico, ma un oggetto di studio. Intellettuali come Ernesto de Martino hanno prodotto ricerche decisive (sul tarantismo, sul pianto rituale, sul valore del lutto) e sarebbe sciocco negarne il valore, dal momento che quelle indagini hanno aperto una comprensione profonda del rapporto tra corpo, rito, dolore e marginalità.
E proprio qui che si annida un punto critico: un sapere scientificamente “alto” può generare un effetto politico regressivo. In parole povere: il Sud osservato da quella stagione di studi si è cristallizzato, nell’immaginario collettivo nazionale, nel luogo arcaico che sopravvive. Non un territorio concreto teatro di conflitti sociali, di trasformazioni economiche, di migrazioni intellettuali e di un’aspirazione alla contemporaneità, ma una specie di zona grigia sospesa, fuori dal tempo storico. Il problema non è de Martino, il cui contributo all’antropologia è innegabile, il problema è l’uso che di quella lente è stato fatto dopo.
Dopo de Martino: il paternalismo sociologico del Nord
Da lì nasce una postura che oggi riconosciamo benissimo: il paternalismo sociologico travestito da empatia. Il Mezzogiorno viene ancora trattato come un laboratorio dove sperimentare teorie sullo sviluppo, sulla coesione, sulla resilienza, come se fosse una periferia antropologica interna alla nazione. Oppure, in una variante più raffinata ma non meno insidiosa, viene ridotto a deposito di autenticità: una riserva simbolica da visitare, fotografare, consumare. Si celebra la “comunità”, la “radice”, la “lentezza”, ma spesso lo si fa a partire da un privilegio esterno che può permettersi di trasformare la mancanza in stile.
È qui che la retorica della resilienza diventa una truffa linguistica. Quando un territorio è privo di servizi, di infrastrutture, di continuità amministrativa, raccontarne la capacità di “resistere” significa troppo spesso estetizzare l’abbandono. Se un treno impiega otto ore per percorrere duecento chilometri, non siamo davanti a una civiltà del tempo lento: siamo davanti a un fallimento politico. Se un giovane deve andarsene per trovare un ambiente culturale meno asfittico, non sta compiendo un viaggio iniziatico: sta registrando un’assenza. La prima mistificazione da abbattere, allora, è proprio questa: la tendenza a convertire il deficit in paesaggio morale, la privazione in poesia, il ritardo in differenza antropologica.
L’equivoco neoborbonico e il marketing del rancore
Una contro narrazione non è automaticamente una narrazione giusta, in questo quadro il fenomeno neo-borbonico non può essere liquidato con sufficienza, perché nasce da una ferita reale: la rimozione, nella storiografia nazionale e nella memoria scolastica, di violenze, repressioni e gerarchie prodotte dal processo unitario. Molti eventi del processo di unificazione sono stati assorbiti dentro una pedagogia patriottica incapace di dominare il costo umano dell’unificazione.
Ma da una rimozione storica non discende automaticamente un buona storia alternativa, anzi questo crea il suo specchio deformante. Una grossa parte del discorso neoborbonico ha sostituito alla narrazione risorgimentale di un Sud arretrato e bisognoso di civilizzazione, una favola rovesciata: il regno delle Due Sicilie diventa un paradiso modernissimo, una potenza tradita, un paradiso produttivo distrutto dalla colonizzazione piemontese. È una costruzione che può rassicurare, perché offre un sollievo immediato: non siamo stati sconfitti dalla nostra storia, siamo stati derubati della nostra grandezza dai piemontesi.
Mai trappola cognitiva più grande fu creata: siamo passati dal Sud mostruoso e inferiore al Sud come innocente e magnifico, ma in entrambi i casi è un Sud congelato, immobile. Non è visto come quello che è realmente: un soggetto contraddittorio, una società attraversata da classi dirigenti mediocri ma anche da eccellenze sommerse, da complicità locali, da spinte emancipative e fallimenti interni.
Ripetere nel 2026 il mito delle Due Sicilie come terza potenza industriale mondiale non spiega il divario logistico, non produce treni, asili, reti digitali, filiere industriali, ma produce una sorta di superiorità ferita: un orgoglio retrospettivo che trasforma l’identità in risarcimento simbolico. Il neo borbonismo non è una politica della memoria, ma un marketing del rancore.
E allora?
La parte più viva del “Sud raccontato dal Sud” si trova allora altrove: in una scrittura che rifiuta sia la lamentazione identitaria sia l’autofolklore. È una generazione di autori, riviste, esperienze culturali che non sente più il bisogno di giustificare il Sud agli occhi di nessuno, né di esibirlo come ferita spettacolare o reliquia morale. È qui che avviene la vera rottura. Raccontare il Sud oggi significa anche sottrarlo alla tirannia della sola questione meridionale in senso economico. Certo, il divario materiale esiste. Ma non basta più a spiegare tutto. Ci sono province in cui il problema non è solo l’assenza di pane, bensì l’assenza di linguaggio, di margine, di possibilità immaginativa. Ammetterlo è importante perché rompe una retorica tossica: quella per cui criticare il proprio luogo significherebbe tradirlo. Al contrario, in molta nuova narrativa meridionale l’amore per la terra passa proprio dalla sua disidealizzazione. Si può amare un luogo e insieme dire che ti soffoca. Si può appartenere senza obbedire.
La lingua come trincea
Un altro punto decisivo riguarda la lingua. La contro-narrazione più interessante non passa dal recupero ornamentale del dialetto, ma dalla sua restituzione come strumento di precisione. In autrici e autori come Valeria Parrella o Massimiliano Virgilio, la lingua non ha il compito di rassicurare il lettore esterno con una quota di colore locale. Non è il dialetto-macchietta, non è il supplemento di riconoscibilità che permette al Nord di sentirsi colto mentre consuma un pezzo di “alterità interna”.
È, invece, una lingua d’attrito. Serve a nominare la densità urbana, la violenza sociale, l’intelligenza tattica dei quartieri, la concretezza di certi rapporti umani. In questo senso il dialetto, o meglio l’impasto tra italiano e parlato locale, smette di essere un oggetto folklorico e torna a essere una tecnologia dello sguardo. Non addolcisce la realtà: la incide. Non intrattiene: delimita un campo di esperienza che l’italiano neutro, spesso, non riesce a contenere. La vera sfida non è “portare il Sud nella lingua nazionale”, ma costringere la lingua nazionale a fare i conti con realtà che aveva preferito addomesticare.
L’anti-Gomorra quotidiano
C’è poi un livello ancora meno visibile, ma forse più politico: quello delle testate indipendenti, dei collettivi, dei presìdi culturali che si oppongono alla pornografia del dolore. Per anni una parte importante del racconto sul Mezzogiorno ha oscillato tra due estremi ugualmente redditizi: l’esotismo della bellezza e il sensazionalismo della rovina. Da un lato il sole, il mare, i rituali; dall’altro la camorra, il degrado, l’emergenza permanente. In entrambi i casi il territorio esiste solo se produce intensità narrativa.
La contro-narrazione più seria, invece, prova a raccontare il Sud quando non “fa notizia” nel senso atteso. Racconta chi riapre un bene confiscato e lo trasforma in spazio civico, chi costruisce biblioteche di quartiere, chi tiene insieme associazionismo e lavoro culturale, chi inventa forme normali di cittadinanza in contesti che vengono sempre descritti come eccezionali. Il punto è decisivo: queste figure non vanno mitizzate come eroi isolati, perché anche l’eroizzazione è una forma di paternalismo. Se li racconti come eccezioni miracolose, confermi implicitamente che il contesto resta barbarico. Se li racconti come cittadini, restituisci invece il diritto alla normalità.
Roberto Spanò
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