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Il museo dell’innocenza

-Füsun, tesoro, guarda quante bellezze ci sono intorno a te, com’è straordinario questo mondo, – dissi. – Non ha nessun senso avvelenarsi la vita con dispetti e litigi.

– Tu proprio non capisci.

– Cosa dovrei capire?

– Per colpa tua, Kemal, non ho potuto vivere la mia vita, – rispose…

Scritto dal premio Nobel per la letteratura 2006 ,Orhan Pamuk, il “Museo dell’Innocenza” è un celebre romanzo del 2008. Ambientato a Istanbul tra il 1975 e il 1984, narra l’ossessiva storia d’amore tra il ricco Kemal e la cugina povera Füsun.

Quella tra Kemal e Füsun è già dal principio una storia destinata al collasso. Due mondi difficili da far conciliare dove cercano di convivere l’idealizzazione della donna amata da un lato e il desiderio di libertà dall’altro.

I due si incontrano quando hanno rispettivamente 30 e 18 anni, condividono passione, desiderio, scoperte, vivono un sogno ad occhi aperti, ma c’è la realtà di un imminente matrimonio a separarli per sempre.

Kemal è convinto di continuare a vivere la sua vita fatta di cene, apparenze e ipocrisie con Füsun nel ruolo di amante ufficiale, e quando si rende conto che questo non gli sarà possibile, che la sua amata non si sarebbe più presentata ai soliti appuntamenti  presso Palazzo della Pietà incomincia il suo calvario d’amore.

Ha inizio la sua malattia d’amore: la sua ossessione.

Füsun rappresenta l’emblema di una donna moderna, desiderosa di crescere, viaggiare, imitando i modelli delle giovani europee, il suo sogno è quello di divenire un’attrice, ma l’ambiente in cui vive, gli uomini che la circondano non vedono altro che in lei un oggetto, da preservare, da possedere, da ingannare.

La società del tempo non è pronta ad accogliere la “ribellione” di Füsun. Quello è un mondo dove le donne che “andavano fino in fondo” rappresentavano una vergogna che andava riparata con il matrimonio, alle volte ancora combinato, soprattutto se si trattava di fanciulle appartenenti a ceti sociali umili.

Il lettore odierno non riesce più a simpatizzare con Kemal, dal momento in cui non prende subito una posizione tutelando la donna che ama, e rinunciando a un matrimonio destinato fin dal principio a una disfatta, avendo l’ulteriore pretesa di riuscire a vivere nell’inganno di una unione solo ben vista dall’alta società per questioni di appartenenza sociale.

Kemal e la schiera di uomini di cui lo scrittore Omar Pamuk ci narra all’interno della sua opera, rappresentano l’emblema di un mondo ancorato al passato che non riesce a guardare il progresso, un mondo incapace di tagliare il cordone che li ha tenuti in vita lasciando che i loro volti fossero rivolti all’indietro.

Avrebbe di certo potuto lui, data la sua formazione all’estero, data la sua posizione sociale ed economica avere le forze e il coraggio di scegliere, ma non è bastato.

La smania ossessiva di collezionare gli oggetti appartenuti o toccati dalla donna che desidera sono la sua unica consolazione, al ricordo di qualcosa che c’era stato e che non sarebbe potuto essere altro che un’avventura passeggera.

Il lettore più volte avrebbe di certo desiderato conoscere le idee e il dolore di Füsun, che concepisce solo al termine della narrazione quando comprende che mai la sua libertà sarà raggiunta, che Kemal mai la lascerà essere se stessa. 

Forte, è il richiamo alla cultura trecentesca italiana, dei grandi autori quali Dante e Petrarca, portatori di due differenti visioni dell’amore, che il protagonista stesso si ritrova a vivere.

L’amor profano dovuto al desiderio della carne che brama e agogna, dall’altro l’idealizzazione della donna amata, la custodia dei suoi oggetti quasi fossero reliquie, ma un amore che non riesce a innalzare il suo spirito conducendolo solo alla perdizione, all’oblio, al male di vivere.

Pamuk ci narra di come la società turca di quegli anni fosse ancora acerba e fonte di pregiudizi dove a farne le spese erano soprattutto le donne, giudicate sulla base delle loro azioni, morali o immorali, mostrando maggiore indulgenza, invece, nei riguardi del genere maschile.

A Füsun non resta altro che soccombere pur di affermare se stessa, la morte è l’adesione ultima e coerente alla sua persona, “ io ho scelto la mia emancipazione, la mia autonomia, le mie idee, le mie scelte fino in fondo anche dinanzi alla morte stessa, da me progettata e messa in atto, senza l’intervento di una forza esterna, del Creatore”.

La forza e la potenza del libri di Pamuk risiedono nel coraggio di aver narrato una storia di grande attualità, nonostante una cornice storica nella quale il romanzo è stato inserito, l’aspetto più complesso e forse sorprendete, sconcertante, è la contemporaneità e l’attualità di cui si fa portavoce.

La chiusura, il preconcetto della Turchia degli anni ’70 nei riguardi della donne, non risiede solo in quella precisa area geografica, ma anche in altre aree del resto d’Europa, quel mondo tanto imitato, baluardo della modernità ai loro occhi.

Negli anni ’70 in Italia, la percezione delle donne che avevano rapporti sessuali prima del matrimonio era in una fase di radicale transizione , sospesa tra una tradizione moralista e patriarcale e la crescente spinta verso la liberazione sessuale e l’emancipazione femminile. 

Una forte mentalità tradizionalista , specialmente nelle zone rurali o del Sud Italia, dove si considerava la verginità femminile come un valore essenziale fino al matrimonio. Donne con comportamenti ritenuti “promiscui” venivano spesso etichettate negativamente, giudicate o socialmente emarginate.

Era diffuso un sistema a “doppio standard” in cui il primo rapporto sessuale era visto per gli uomini come un passaggio all’età adulta, mentre per le donne era un atto che ne definiva la reputazione.

“Il Museo dell’Innocenza” è la parola viva di chi ha scelto di rimanere in silenzio, di chi non avuto lo spazio sufficiente per respirare, per raccontare i torti subiti, i sogni spezzati: è l’eco silenziosa del dolore che nasce e muore in un campo di girasoli.

Non c’è spazio in questa storia per il romanticismo, l’unica soluzione auspicabile è quella che si concretizza nelle parole dello scrittore:

“A quel punto sentii, lo sentii nel profondo dell’anima, che la nostra felicità era giunta al capolinea e che dovevo dire addio a questo mondo meraviglioso. Procedevamo a tutta velocità verso il platano. Füsun l’aveva scelto come bersaglio. Per me, non esisteva un futuro diverso dal suo: ovunque fossimo andati, l’avremmo fatto insieme. E insieme ci eravamo lasciati sfuggire la possibilità di essere felici. Era un vero peccato, ma era un destino ineluttabile”.

Marika Carolla

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Marika Carolla

Classe 95. Ha conseguito la maturità classica e poi una triennale in Lettere Moderne. Ha pubblicato nel 2016 la sua prima raccolta poetica "Nugae" e proseguito con gli studi, diplomandosi in Regia e Sceneggiatura presso la Roma film Academy. La sua passione per la conoscenza e la scrittura l' hanno spinta a conseguire la laurea magistrale in filologia moderna alla Federico II di Napoli con lode. Scrivere è per lei, dedizione, coraggio, e vita.
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