Il Jazz, cos’è e quando si è diffuso

Il Jazz nasce all’inizio del Novecento, negli Stati Uniti, dalle tradizioni musicali del popolo afroamericano costretto in schiavitù.
Segue stili e periodi diversi e conquista a poco a poco la scena musicale fino a diventare una musica eseguita da tutti (e talvolta ballata).
Grazie al jazz e alle improvvisazioni dei suoi protagonisti si diffondono nuovi strumenti come il sassofono e la batteria.
Diventano famosi in tutto il mondo i nomi di Louis Armstrong, Duke Ellington, Charlie Parker, Miles Davis.
La caratteristica fondamentale del jazz è che la musica scritta, quella annotata sulle partiture, non corrisponde a ciò che si ascolta come invece accade con la musica classica. Anche il jazz, sia chiaro, viene scritto; ma il gioco dei jazzisti consiste nell’interpretare la pagina scritta improvvisando, cioè prendendo la partitura come un riferimento e poi inventando continue variazioni.
Certo, anche suonando musica classica ogni interprete compie le proprie scelte, decide la velocità o il modo in cui vuole eseguire una frase o una singola nota; ma tutte le esecuzioni di uno stesso brano di musica classica si assomigliano, perché lo scopo degli interpreti è quello di fare ascoltare ciò che il compositore ha previsto nei dettagli. Nel jazz, invece, solitamente i compositori si limitano a scrivere una melodia e l’indicazione sintetica delle armonie con le quali accompagnarla, perché è poi ogni singolo interprete, ogni formazione, a decidere come suonerà il brano e, soprattutto, a improvvisare, in una sorta di composizione istantanea.
Qui puoi ascoltare per esempio il brano In a Sentimental Mood di Duke Ellington in tre diverse interpretazioni. Nessuna di loro è, per così dire, “quella giusta”: nel jazz ogni versione è possibile e dunque corretta. Poi ognuno ne preferirà una, o un’altra – è bello che sia così. Ma è giusto sapere che, insieme al brano, cioè insieme a quello che Duke Ellington ha composto, si sta ascoltando anche l’ improvvisazione dei diversi musicisti che lo suonano, ed è questa una delle cose che rendono il jazz particolarmente vivo: ogni volta che un jazzista suonerà un brano lo inventerà, almeno in parte, in quel momento.
Ognuna delle tre versioni all’inizio fa ascoltare il tema; poi arrivano le improvvisazioni; e poi alla fine ritorna ancora il tema.
Il jazz è la musica del popolo afroamericano ed è nato negli Stati Uniti. Originario degli Stati del sud-est, dove i neri lavoravano in schiavitù nelle piantagioni d’America. Le forme musicali su cui poggia, i work songs e gli spirituals, sono di cotone; il blues invece si sviluppa dopo la Guerra di secessione americana tra nordisti e sudisti con l’abolizione della schiavitù, quando gli afroamericani si spostano per cercare lavoro nelle campagne e nelle città industrializzate.
Il jazz prende forma dall’insieme di queste tradizioni, riunendo dunque work songs, spirituals e blues. E lo fa per le strade e nei primi locali della citta di New Orleans, in Louisiana, alla foce del fiume Mississippi.
Con il passare dei decenni, gli afroamericani si muovono alla ricerca di lavoro, prima risalendo il Mississippi e poi nelle città industrializzate del Nord, come Chicago e New York, nel quartiere nero di Harlem. Con loro si sposta anche il jazz, diffondendosi sempre di più. E l’attenzione dell’industria discografica, lavvento della radio e la nascita di nuove forme più facili da ascoltare e gradite al grande pubblico fanno sì che il jazz conquisti progressivamente tutti gli Stati Uniti e anche I’ Europa – ormai oggi tra i grandi del jazz figurano anche musicisti europei e vi sono nazioni, come la Danimarca, dove la scena jazz è particolarmente attiva.
Per ascoltare il jazz si può trascorrere una serata in uno dei tanti jazz club, locali in cui si fa musica dal vivo. Oppure si può scegliere di partecipare a un festival jazz tra quelli che ogni anno vengono programmati negli USA o in Europa (anche in Italia ce ne sono alcuni di grande prestigio, come l’Umbria Jazz o il Torino Jazz Festival).
Fin dal XVII secolo i coloni europei emigrati in America hanno deportato milioni di neri africani, riducendoli in schiavitù, per costringerli a svolgere i lavori più pesanti nei latifondi e nelle piantagioni del Nuovo Mondo.
È così che in America, dove gli schiavi approdano, a poco a poco si sviluppa un linguaggio musicale caratteristico del nuovo popolo “afro-americano” strappato alle proprie radici culturali: è un linguaggio sonoro che riunisce gli aspetti ritmici della musica africana, le influenze della musica dei bianchi, i temi legati all’oppressione e alla segregazione.
Gli afroamericani, nelle piantagioni di cotone nel sud degli Stati Uniti o durante la costruzione delle nuove ferrovie, intonano i work songs (cioè “canti di lavoro”) per coordinare i movimenti ripetitivi e per alleviare almeno in parte la fatica e la malinconia. Tramandati oralmente, i work songs sono canti collettivi e hanno una struttura basata sullo schema “chiamata e risposta”: una voce sola propone la frase musicale che viene poi ripetuta in coro da tutti gli altri. Sono canti che non prevedono l’utilizzo di nessuno strumento, nemmeno di quelli a percussione tipici della tradizione africana: l’uso dei tamburi è vietato dai padroni, per il timore che gli schiavi possano comunicare con messaggi cifrati e incitarsi reciprocamente alla ribellione.
Il jazz nasce all’inizio del Novecento a New Orleans, in Louisiana. La città è un importante porto sul fiume Missisippi, un luogo dove si incrociano uomini e merci, ed è qui che le tradizioni della musica bianca dei secoli precedenti e quelle degli afroamericani si fondono in un nuovo tipo di musica.
Nascono le prime marching bands, che suonano durante le parate o i funerali: sono complessi formati da strumenti melodici, come la cornetta (una specie di piccola tromba), il clarinetto e il trombone, insieme a strumenti che forniscono il sostegno armonico e ritmico come il banjo, la tuba e alcune percussioni. La musica, basata prevalentemente su marce di origine bandistica, è improvvisata e polifonica: gli strumenti melodici inventano e si rispondono con una grande libertà di improvvisazione.
Gerardina Di Massa
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